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lorenzo.pantieri.
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1 Gennaio 2017 alle 14:45 #108923::
Come dicevo altrove, i grandi amori non si dimenticano mai.http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ClassicThesis.pdf
Ho ritoccato l’impaginazione e l’italiano. Ci vorrebbe un controllo TeXnico (è probabile che alcune cose non siano più valide): come sempre, se avete osservazioni e suggerimenti, sono qui!
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2 Gennaio 2017 alle 6:42 #108924
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2 Gennaio 2017 alle 8:27 #108925::
Ho letto e scaricato la versione di ieri, quindi quanto ti dico può essere parzialmente sorpassato.1) Nella tabella 5 mancano tutti i profissi “var” dalla seconda riga in poi.
2) il discorso di classicthesis-config.tex, secondo il mio parere personale, che collide completamante con quello di Miede, è che questo file NON deve avere estensione .tex, ma .sty e deve essere caricato con \usepackage. in più il file frnito con il pacchetto classicthesis deve essere considerato un modello per costruire il proprio file di macro e pacchetti personali e per ogni documento composto con quello stile, il file di configurazione deve avare il “nome” del documento senza estensione; nel main file esso deve venire invocato con \usepackage{\jobname-config}. In altre parole il modello classicthesis-config.tex che contiene le macro e i comandi di caricamento dei pacchetti specifici al particolare documento “mainfile.tex” deve chiamarsi “mainfile-config.sty”, e nel main file viene appunto chiamato con \usepackage{\jobname-config}.
3) il file di configurazione è bene che contenga nelle prime righe, possibilmente fra le prime due la sequenza di comandi`\NeedTeXFormato{file di formato}[data del formato]
\ProvidesPackage{nome-del-pacchetto}{data versione scopo]`La prima istruzione è per prudenza, ma io la consiglierei sempre. La seocnda è quella che permette di identificare il pacchettino anche dal software in uso e che impedisce un secondo caricamento, oltre a produrre le debite informazioni nel file .log. È vero che Miede ammette nella documentazione di ClassicThesis di non avere conoscenze approfondite nella programmazione con il linguaggio TeX/LaTeX e che invita al comunità degli utenti di dargli suggerimenti per estendere il suo pacchetto anche ad altri compilatori. Tuttavia il file/guida clsguide.pdf è a disposizione di tutti coloro che si installano una distribuzione del sistema TeX, e basta leggerselo, non c’è bisogno di ricorrere a cose strane o a a guide criptiche o che riedano conoscenze avanzate di computer science; per chi scrive pacchetti come ClassicThesis o ArsClassica la lettura di quella guida è un obbligo.Ci sono molti molti motivi per questo modo di procedere; Intanto nel main file la chiamata ha sempre la stessa forma, anche se il file di configurazione ha nomi diversi per diversi documenti; è vero che è buona regola gestire ogni documento in una sua cartella che fa da radice alle cartelle per le immagini, i capitoli, eccetera, ma si evitano confusioni terribili quando si cerca un documento nel proprio file system se i file di configurazione hanno nomi diversi. Caricare con \usepackage è utile sia per non caricarlo due volte in punti diversi del preambolo, sia per avere la diagnostica giusta nel file .log; sia per poter ridefinire comandi contenti la “lettera” @ senza dover arrampicarsi sui vetri con \makeatletter e \makeatother.
Sai come la penso a proposito delle classi KomaScript; sono certamente configurabili, ma riuscirci vuol dire essere in grado di decifrare la pessima guida di Markus Kohm; forse quella in tedesco è migliore di quella inglese, ma per chi non conosce il tedesco, resta solo la pessima traduzione inglese. A me, per riuscire a fare qualcosa, è necessario andare a leggere il codice, che a sua volta non è documentato quasi per niente, comunque in modo decisamente insufficiente.
Mi domando perché usare di base una classe KomaScript, quando per avere il page design di Bringhurst basta usare la classe suftesi di Ivan Valbusa, enormemente configurabile, ben documentata, e con una delle sue opzioni, elements, che serve appunto per avere non solo il disegno della gabbia di stampa alla Bringhurst, ma tutto il look alla Bringhurst.
Lo so che il primo amore non si scorda mai, ma in questo campo della tipografia elettronica la fedeltà al primo amore è fuori luogo; in questo solo caso la poligamia è consigliabile, e la monogamia condannabile. 🙂 🙂 🙂 Poi ci sono quelli che preferiscono il celibato, e non usano nessuna classe/pacchetto/stile e vanno avanti con Plain TeX (non so come classificare quelli che si servono solo di ConTeXt, ma onestamente non conosco questo software, e quindi mi astengo; so che chi lo usa fa cose molto belle e che quel software permette di fare cose che il formato LaTeX non consente nemmeno piangendo in turco, ma…)
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2 Gennaio 2017 alle 8:45 #108926::
1. Ho corretto la tabella.Caricare con \usepackage è utile sia per non caricarlo due volte in punti diversi del preambolo, sia per avere la diagnostica giusta nel file .log; sia per poter ridefinire comandi contenti la “lettera” @ senza dover arrampicarsi sui vetri con \makeatletter e \makeatother.
2. Per un utente normale non c’è tanta differenza tra scrivere i propri comandi personali in un file [tt]impostazioni-tesi.sty[/tt] da richiamare con
`\usepackage{impostazioni-tesi}`
e scriverli n un file [tt]impostazioni-tesi.tex da[/tt] richiamare con
`\input{impostazioni-tesi}`
Ci penso.3. Il look di ClassicThesis è splendido. Il codice è a volte farraginoso. Il look di suftesi è lo stesso di ClassicThesis? Non mi risulta, ma correggimi pure se sbaglio!
Grazie, ancora! 🙂
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2 Gennaio 2017 alle 9:33 #108927::
2) Concettualmente è molto diverso; in pratica può sembrare la stessa cosa, ma mentre il file .sty offre certe funzionalità. il file .tex non le offre. Uno può fare a meno delle funzionalità del file .sty; uno può crearsi un intero preambolo, che gli da fastidio perché troppo ingombrante e perché bisogna scorrere deiverse schermate prima di arrivare a \begin{document}: allora se lo copia tutto intero (compresa la chiamata a classicthesis, per esempio) dentro un file .tex e, tra pacchetti personali e macro personali, libera il preambolo lasciandoci solo una riga. Va benissimo; ma talvolta deve aggiungere comunque dei \makeatletter e \makeatother che con il file .sty non sono necessari. Resta il fatto che \usepackage verifica il fatto che il file non venga caricato due vole, cosa che \input non può fare.3) La geometria della pagina è la stessa quando usi l’opzione “elements”; solo le intestazioni di capitoli e sezioni sono diverse; Anche il formato della carta (papersize) credo che sia quella del libro di Bringhurst. In sostanza ClassicThesis e suftesi non sono equivalenti; sia con l’uno stile che con l’altra classe sarebbe necessario impostare qualche cosa di personale per replicare non solo la geometria della pagina, ma anche l’aspetto degli altri elementi; solo che con suftesi la cosa è più facile, anche se fra le migliaia di cose che si possono fare con suftesi ce ne sono diverse preconfezionate che rendono la configurazione più facile che con le classi KomaScript.
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2 Gennaio 2017 alle 12:14 #108928::
OldClaudio” post=1090962) Concettualmente è molto diverso; in pratica può sembrare la stessa cosa, ma mentre il file .sty offre certe funzionalità. il file .tex non le offre. Uno può fare a meno delle funzionalità del file .sty; uno può crearsi un intero preambolo, che gli da fastidio perché troppo ingombrante e perché bisogna scorrere deiverse schermate prima di arrivare a \begin{document}: allora se lo copia tutto intero (compresa la chiamata a classicthesis, per esempio) dentro un file .tex e, tra pacchetti personali e macro personali, libera il preambolo lasciandoci solo una riga. Va benissimo; ma talvolta deve aggiungere comunque dei \makeatletter e \makeatother che con il file .sty non sono necessari. Resta il fatto che \usepackage verifica il fatto che il file non venga caricato due vole, cosa che \input non può fare.
Ok.
OldClaudio” post=1090963) La geometria della pagina è la stessa quando usi l’opzione “elements”; solo le intestazioni di capitoli e sezioni sono diverse; Anche il formato della carta (papersize) credo che sia quella del libro di Bringhurst. In sostanza ClassicThesis e suftesi non sono equivalenti; sia con l’uno stile che con l’altra classe sarebbe necessario impostare qualche cosa di personale per replicare non solo la geometria della pagina, ma anche l’aspetto degli altri elementi; solo che con suftesi la cosa è più facile, anche se fra le migliaia di cose che si possono fare con suftesi ce ne sono diverse preconfezionate che rendono la configurazione più facile che con le classi KomaScript.
Appena passibile vedrò di fare qualche esperimento.
Grazie!
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3 Gennaio 2017 alle 7:30 #108929::
http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ClassicThesis.pdfHo aggiornato nuovamente il documento. Questa versione è “definitiva”.
Nei ringraziamenti ho aggiunto il nome di Marco Stara per il suo prezioso lavoro di revisione.
A presto,
Lorenzo
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3 Gennaio 2017 alle 12:22 #108930::
OldClaudio” post=109087
Mi domando perché usare di base una classe KomaScript, quando per avere il page design di Bringhurst basta usare la classe suftesi di Ivan Valbusa, enormemente configurabile, ben documentata, e con una delle sue opzioni, elements, che serve appunto per avere non solo il disegno della gabbia di stampa alla Bringhurst, ma tutto il look alla BringhurstNon è più così da qualche versione di suftesi 🙁 La scelta è stata dovuta a diverse considerazioni. Innanzitutto questioni di diritto. Non so se sia consentito riprodurre lo stile degli Elementi…lo so che anche in memoir c’è un’opzione, ma personalmente non voglio problemi.
Ma soprattutto per una questione di “identità”. Suftesi ha una sua fisionomia che si ispira più a Tschichold e Morison che a Bringhurst. Le opzioni elements e sufelements erano l’ultimo legame con Bringhurst e di fatto non erano coerenti con gli altri stili della classe. Così le ho eliminate. Ora suftesi non ha nulla a che vedere né con gli Elementi né con Miede. Se ricordate, inizialmente avevo adottato Palatino + iwona, influenzato anch’io da Miede, attraverso l’Arte. Ora anche il font è diverso. Chi ama Classicthesis vuole uno stile che susciti stupore nel lettore, per la complessità scenografica del layout. Il prof. che apre una classicthesis esclama wow! Senza dubbio. Si tratta di un layout neobarocco. Suftesi è pensata per chi non vuole questo. L’amante di suftesi vuole che il propro libro susciti nel lettore familiarità. Il prof che apre una suftesi non dice nulla, perché probabilmente gli ricorda uno dei tanti libri che ogni giorno sfoglia. Sono filosofie diverse.Ciao
Ivan
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3 Gennaio 2017 alle 12:45 #108931::
ivan” post=109126Chi ama Classicthesis vuole uno stile che susciti stupore nel lettore, per la complessità scenografica del layout. Il prof. che apre una classicthesis esclama wow! Senza dubbio. Si tratta di un layout neobarocco. Suftesi è pensata per chi non vuole questo. L’amante di suftesi vuole che il propro libro susciti nel lettore familiarità. Il prof che apre una suftesi non dice nulla, perché probabilmente gli ricorda uno dei tanti libri che ogni giorno sfoglia. Sono filosofie diverse.
Penso che tu abbia ragione. Tieni comunque presente che il barocco di ClassicThesis e ArsClassica non è “volgare”. Bach era barocco, giusto?, ma è anche un classico. Ecco, per me il layout degli Elementi di Bringhurs è così!
Ho cercato velocemente in Rete dei libri o delle tesi scritti con suftesi, per avere un’idea del risultato di un documento “vero” prodotto con il tuo stile, ma non sono stato fortunato.
Se mi mandi qualche documento o link (ne basta uno solo) mi fai cosa gradita.
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6 Gennaio 2017 alle 6:25 #108932::
http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ClassicThesis.pdfL’ultimo aggiornamento, il corpo passa da 10 a 11 punti.
Il titolo del frontespizio su due righe non mi fa impazzire.
Per il resto, ci siamo.
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