E dunque, che cosa proponete? La mia linea è quella di mantenere la “d” soltanto se la parola che segue la preposizione cominincia con la stessa lettera. Sfido chiunque a dire “prima ho fatto un salto a Abano” oppure “io e Enrico è un sacco che non si va a bere una birra”.
Vanno eliminate le “d” eufoniche superflue, certo non tutte le “d” eufoniche! Il problema (risolto da Enrico, per quello che mi riguarda) può semmai essere individuare le (possibili) eccezioni alla regola di evitare la “d” eufonica se non nei casi di scontro di vocali uguali. Nota però quanto segue:
La verità è che questa consonante detta eufonica appunto per il compito di dare un buon suono alla lettura non ha altra norma che quella dell’orecchio, e in simili sottigliezze l’orecchio può talvolta rimanere indifferente. Addirittura accade che uno scrittore il quale per un pezzo ha avversato la d eufonica cominci a usarla. Giovanni Arpino, per esempio. Prendete ‘Un delitto d’onore’ (1961), e vi leggerete “a Atripalda”, “a avanzare”, “a ascoltarlo, “a aiutarla”, “a avvicinarla”, “a accarezzarla”, “a aspettarla”, a annuire, a Avellino. Poi prendete ‘Una nuvola d’ira’ (1962) e vi leggerete “ad accennare”, “ad Angelo”, “ad andare”, “ad accontentarsi”.
http://www.mauriziopistone.it/testi/discussioni/gramm01_d_eufonica.html
Non ho controllato, e non scriverei mai “a aiutarla” oppure “a Atripalda”, ma il fatto che Arpino usi quelle espressioni mi pare significativo del fatto che, in questo caso, evidentemente regole ferree non ce ne siano.
Che cosa propongo? Per ora lascio quello che ho scritto:
Nella lingua italiana (parlata e scritta), la “d” eufonica è un fenomeno che implica l’aggiunta finale della lettera “d” ad alcune particelle vocaliche, qualora l’incontro con parole che iniziano per vocale crei cacofonie o difficoltà di pronuncia. Nell’italiano moderno scritto, l’uso della “d” eufonica dovrebbe essere limitato alla congiunzione “e” e alla preposizione “a”, nei casi in cui precedano parole che iniziano con la stessa vocale (per esempio “ed ecco”, “ad andare”, “ad ascoltare”), e a forme consolidate come “ad esempio”.
Eventualmente, seguendo l’auctoritas di Enrico, vedrò se eliminare del tutto l’ultima indicazione (“ad esempio”), anche tenendo conto del fatto che l’espressione è bruttina.
Però, mi chiedo: certe questioni hanno diritto di asilo in una guida che insegna a usare un software? Oppure sarebbe meglio relegarle nei libri di grammatica?
Non nell’Impaziente, ma in una guida come l’Arte faccende come questa il diritto di asilo ce l’hanno eccome. Stiamo parlando di un paragrafetto di poche righe che si trova in un’appendice sulle norme tipografiche dell’italiano. Trovo che quell’appendice sia utile: purtroppo, difficilmente un laureando ha tempo di studiare a fondo una grammatica, e trovare le principali indicazioni in un’appendice è molto comodo. ❗
Quanto alla definizione dell’Arte come “guida che intende insegnare a usare un software”, per quanto formalmente ineccepibile, la trovo un po’ riduttiva… 😉 Il fatto è che l’argomento “tipografia digitale”, vasto e interessante, tocca non solo l’informatica, ma anche la logica, la matematica, la scienza e, addirituttura, la linguistica e l’arte. LaTeX, così, finisce per essere qualcosa di più di un (semplice) software.
Installare la TeX Live su Kubuntu è un delirio. Esasperato, o diciamo pure inetto, ho appena decretato che TeXmaker è meglio di Kile e che MiKTeX è una bomba.
Mi dispiace, spero che la prossima versione 2009 risolva questi problemi. Utenti di Linux, fatevi sentire: installare TeX Live su Mac è questione di qualche clic…
Ciao,
L.