Il mio centesimo.
Mi ha indicato Ivan questa discussione.
Gli rispondo: i tanto bistrattati stili verbose sono in realtà molto utili per il lettore.
Innanzitutto rimando a http://www.libraweb.net/norme_ing.pdf , che contiene norme redazionali di un eccellente editore per il quale devo pubblicare un saggetto (che tra l’altro parla anche di LaTeX!!!). Quel manualetto, che non conoscevo, riassume quasi alla perfezione ciò che andavo cercando da tempo, e può risultare per qualcuno molto “all’antica”, ma descrive in sostanza ciò che molti vorrebbero fare anche se non sempre riescono, dato che richiede molta attenzione e molto tempo (se non hai BibLaTeX!!!)
Secondo me l’equivoco sugli stili verbose nasce dal fatto che si dà per scontato che implichino l’assenza di una bibliografia finale. Certo, se ho già dato tutte le informazioni, posso SALTARE la bibliografia finale e risparmiarmi qualche pagina. Ma posso sempre metterla, e, di fatto, io la metto. Nelle pubblicazioni tipo monografia/tesi umanistiche, quasi sempre si adottano ENTRAMBE le soluzioni: citazioni verbose con latinitates ecc. e bibliografia finale, separata o no per sezioni (fonti di diverso tipo, letteratura scientifica…), ordinata alfabeticamente e, per lo stesso autore, di solito, cronologicamente.
Per quanto riguarda saggi e articoli, invece, la bibliografia finale di solito non appare. Ciò ha senso fino a che la mole dello scritto (e della bibliografia) sono limitati. A mio parere, a partire da una certa dimensione (30-40 pagine) la bibliografia finale sarebbe d’obbligo, ma come al solito decide l’editore. In alcune pubblicazioni umanistiche ben curate, anche di notevoli dimensioni (7-800 pagine con decine di saggi intorno al medesimo campo di studi) la bibliografia è unica per tutti, e lo stile è “verboso” e tradizionale. Insomma, “la casistica è infinita”.
Alcuni sostengono che è comodo avere la bibliografia finale di un articolo per controllare a colpo d’occhio l’importanza di un tale autore nello scritto. Beh, non mi sono mai posto questa esigenza, che forse può essere pertinente ai lettori dei rami scientifici o tecnici.
Altri sostengono che lo stile verboso, con le latinitates, è scomodo. Non capisco. E’ scomodo cercare in fondo alla pubblicazione, per ogni citazione, a cosa corrisponde “Rossi (1984)”, Invece “Rossi, Quel saggio là cit.” occupa pochissimo spazio in più (BibLaTeX sa come usare il field “shortTitle”) e richiama immediatamente alla mente di cosa si tratta, visto che verosimilmente l’abbiamo citato poche pagine fa.
Ricordo una cosa importante, che mi pare spesso sfugga ai LaTeXiani scientifici: spesso in ambito umanistico il riferimento o il rimando bibliografico (ossia come dicono tutti con un termine improprio, la “citazione”) non “corrisponde” a una nota, ma è CONTENUTA in una nota, la quale spesso ha carattere discorsivo in tutto e per tutto simile al testo principale (la nota è però di solito più libera dalle convenzioni del testo principale, e può essere più secca e telegrafica o al contrario essere magari ironica e scherzosa). In parole povere, in nota va tutto quello che è “accessorio”, e di conseguenza anche i riferimenti bibliografici.
Quindi? Beh, ciò implica che un riferimento bibliografico può essere all’interno di una frase, e corrispondere al soggetto o a un complemento di questa. Per comodità l’autore, o il titolo, o qualche altra parte può essere isolata. Le conseguenze sono che lo stile dovrebbe essere il più possibile terso: niente punteggiatura diversa dalla virgola, niente parentesi (salvo elementi e casi particolari) e possibilità di estrarre solo determinati elementi del riferimento. Ad esempio:
“Ciò è evidente in Mario Rossi, Quel saggio là, in [/i]Saggi vari, Roma, Editore, 2010, pp. 120-130 e, nello stesso volume, in Franco Bianchi, Quell’altro saggio, pp. 140-150.” Attualmente spiegare a BibLaTeX di citare solo parti del riferimento è difficile o impossibile, e implica di metterli a mano, con il pericolo di eventuali ineleganze o errori nel caso si modifichi qualcosa nello stile o nel testo.
In definitiva, propongo lo sviluppo NON di un unico stile (che trovo decisamente un idea limitativa!) ma di un pugno di stili di base (non più di 5, l’ideale sarebbe 3), dai quali ciascuno si farebbe tramite opportune modifiche, il proprio.
Uno di questi stili base dovrebbe essere una variante di quello definito nel manualetto del link che vi ho lasciato, e sarebbe appunto lo stile “IperVerbosoUmanisticoItaliano”. In più, ma questo centra poco, gradirei non fosse pregiudicata l’usabilità in LyX, che è il software che uso per produrre LaTeX.
Ho scritto tantissimo quindi mi permetto solo un’altra piccola chiosa. Lo stile verboso è molto utile per la lettura su carta, ma un formato ipertestuale in PDF o HTML rende forse molto più agile ed elegante uno stile numerico (o anche autore-anno) dato che snellisce le note. La distinzione tra un documento destinato alla stampa o alla fruizione ipertestuale è importante e qualcuno potrebbe sentire l’esigenza di separare le due cose. Forse uno stile espressamente pensato per la pubblicazione on-line (pdf o html) sarebbe utile, e potrebbe stabilire rapidamente uno standard. In ogni caso bisognerebbe migliorare il dialogo BibLaTeX-hyperref dotando di ciascuna citazione di un link alla corrispondente voce bibliografica, anche negli stili verbose.
Basta, spero di essere stato utile e di non aver inutilmente complicato le questioni.
Grazie a tutti e ciao!
Piero