Uno si fa già un’idea del voto sentendo l’esposizione o leggendo il tema; a quel punto va a guardare se l’idea è coerente con le griglie accettate, guardando in linea di massima anche la riga sopra e quella sotto.
Esatto: il punto fondamentale è che in Occidente abbiamo un senso preciso di lettura: le righe del testo vanno dall’alto al basso, una riga da sinistra a destra e nelle tabelle cerchiamo prima le righe e poi le leggiamo nel senso delle colonne; letta una riga eventualmente la correliamo con qualche riga vicina e dopo basta, per il momento la tabella ha esaurito il suo scopo. Quindi se si spezza la tabella si rende difficile la correlazione, mentre se traspone si rischia che il lettore storca il collo o giri il foglio. Insomma fare una tabelle non è facile, a volte meglio una lista (e comunque poi si fa quel che si deve).
Perfettamente d’accordo. L’idea che una tabella troppo larga è fatta male dovrebbe essere sempre di guida.
Nella tabella in questione avrebbe senso mettere sulle righe tre aspetti della valutazione, per andare a cercare il tipo corrispondente alla prova dello studente. Eviterebbe forse il pregiudizio sulla votazione (che però un docente esperto imbrocca con errore minimo). Il problema è che la ricerca orizzontale del tipo di prova, con sette gradazioni di giudizio, diventa difficile.
Correggimi se sbaglio. Le stampe “landscape” sono meno leggibili di quelli “portrait”: l’occhio fatica a seguire una riga troppo lunga. A volte è inevitabile ricorrere a questo tipo di soluzione, purtroppo; meglio provare entrambi i modi, si può trovare una soluzione diversa. Magari una lista, concordo: una tabella spesso appare pesantemente burocratica.
Ciao
Enrico