Si tratta appunto di “graphic design”, che non necessariamente riguarda la tipografia. Anzi, in questo caso è certo che non la riguardi: la scelta di caratteri come Vintage e Gylphya lo fa capire benissimo. In una rassegna mirata alla tipografia non avrebbero la minima speranza di classificarsi. I caratteri con grazie presenti sono Tallys, Excelsior, Perpetua, Stempel Schneidler, Times New Roman, Stuart e Clarendon Light (altri sono “slab serif” e quindi vanno esclusi). In una rassegna per la tipografia non potrebbero mancare Caslon, Sabon e almeno un Garamond; ma anche Palatino, Optima e Gill Sans.
Mi viene in mente che Gill Sans non potrebbe mancare nemmeno in una nella classifica per gli annunci pubblicitari. E Futura, dove lo mettiamo? 🙂
Ciao
Enrico
Tipografia digitale include graphic design — in senso stretto.
Al giorno d’oggi, un “grafico” che non si destreggia con i fonts e l’impaginazione
ed un “tipografo” che non conosce i colori ed i “segni” statici e dinamici non vanno da nessuna parte.
Sono certo che molti dissentiranno, ritenendo che la tipografia digitale riguardi solo i fonts,
e che faccia parte di “qualcosa-design”, addirittura forse diversa da una “tipografia tradizionale”.
Ma non è vero: se si tolgono i “caratteri”
(nel senso di Unicode) semplicemente rimane il nulla.
E’ possibile ad una rivista di moda
togliere foto e colori, e quello che rimane è certamente invendibile ma mantiene la sua identità proprio grazie al testo. Se si tolgono tutti i caratteri (alfabetici, numerici) a due riviste di moda, sarà difficile distinguerle da un album di fotografie — ben fatto, per carità.
Se poi togliessimo *tutti* i caratteri del repertorio unicode, ammettendo opportune corrispondenza e trasformazioni (del tipo “figura umana sdraiata” < carattere unicode xyzw ruotato etc)
beh, rimarrebbe qualcosa di poco differente dal nulla.
Se infine togliessimo tutto ciò che è possibile ottenere con ConTeXt mkiv (ed in futuro con lualatex), rimarrebbe il nulla.
Oggi *tutto* è tipografia digitale.[/quote]
L'opposizione era tra "graphic design" e "book typography". E con "graphic design" intendevo la parte relativa non alla progettazione grafica di un libro, ma l'accezione più comune, cioè l'arte di comporre manifesti, pubblicità, pagine di riviste, dépliant e altri stampati simili; anche cataloghi, fra l'altro. Non intendevo affatto sminuire questo tipo di attività, solo sottolineare che le esigenze sono del tutto diverse. Ben pochi di quei 30 font potrebbero essere validamente usati per comporre un libro; ciò non significa che siano brutti e che non vadano usati. Be', alcuni di quelli sono bruttini, a mio parere. :)
Mettere tutto nello stesso calderone non aiuta a capire le differenti esigenze di chi ha bisogno di uno stampato. Non è lo stesso progettare un'etichetta per un vino pregiato o il frontespizio di un libro. Non è lo stesso progettare una rivista o un romanzo.
Ciao
Enrico