- Questo topic ha 8 risposte, 4 partecipanti ed è stato aggiornato l'ultima volta 14 anni, 10 mesi fa da
OldClaudio.
-
CreatoreTopic
-
21 Ottobre 2011 alle 11:26 #65096::
Buongiorno a tutti.Vorrei ottenere una sitografia simile a quella contenuta ne “L’arte di scrivere con LaTex” di Pantieri e Gordini (l’edizione del 2011).
Ho inserito il seguente codice:
`
\defbibnote{paper}{Premessa alla bibliografia}
\addcontentsline{toc}{chapter}{\tocEntry{Bibliografia}}
\defbibheading{paper}{\chapter*{Bibliografia}}
\printbibliography[heading=paper,nottype=online,prenote=paper]\defbibnote{web}{Premessa alla sitografia}
\addcontentsline{toc}{chapter}{\tocEntry{Elenco dei siti web consultati}}
\defbibheading{web}{\chapter*{Elenco dei siti web consultati}}
\printbibliography[heading=web,type=online, prenote=web]
`
Tutto va a buon fine ma ci sono due errori:- Non ottengo lo stile della sitografia che vedo nel libro di Pantieri, mentre permane lo stile identico a quello della bibliografia e ovviamente la voce anno (vuota per i link) viene sostituita con “n.d.”
- L’intestazione del capitolo in alto a destra nella pagina, sia nella bibliografia sia nella sitografia, è uguale a quello dell’ultimo capitolo precedentemente inserito 😕
Utilizzo ArsClassica.
Come posso risolvere queste questioni?
Grazie anticipatamente dell’attenzione.
-
CreatoreTopic
-
AutoreRisposte
-
-
21 Ottobre 2011 alle 11:30 #65097
-
21 Ottobre 2011 alle 11:43 #65098
-
21 Ottobre 2011 alle 16:42 #65099::
r.falcone” post=64158Ciao Lorenzo, grazie per la tua risposta.
Capisco; per caso avresti qualche suggerimento che potrei adottare utilizzando biblatex per avvicinarmi al risultato? O qualche idea sul perchè l’intestazione in alto a destra rimanga uguale all’ultimo capitolo inserito prima?
Grazie in anticipo.
Sul primo punto. La prossima versione degli stili philosophy avrà l’opzione restoreclassic che permetterà di comporre localmente la bibliografia con lo stile philosophy-classic, anche se lo stile generale del documento è philosophy-modern. Per il momento se si vuole ottenere quel risultato si devono modificare una decina di macro interne di biblatex. Va detto però che lo stile modern non è adatto a comporre sitografie e sarebbe meglio che in un volume ci fosse un unico stile bibliografico. Quindi quando sarà, quell’opzione andrà usata con le pinze.
Sul secondo punto ti saprà rispondere Lorenzo.
Ciao
Ivan
-
21 Ottobre 2011 alle 18:22 #65100::
Grazie, Ivan.Per quanto riguarda la questione del titolo del capitolo che rimane uguale all’ultimo inserito sono riuscito a risolvere anteponendo a ciascuno dei due blocchi della bibliografia un’istruzione “\markboth” e separandoli poi con un \cleardoublepage.
Riporto il codice:
`
\markboth{\spacedlowsmallcaps{\bibname}}{\spacedlowsmallcaps{\bibname}}
\defbibnote{paper}{Premessa alla bibliografia}
\addcontentsline{toc}{chapter}{\tocEntry{Bibliografia}}
\defbibheading{paper}{\chapter*{Bibliografia}}
\printbibliography[heading=paper,nottype=online,prenote=paper]\cleardoublepage
\markboth{\spacedlowsmallcaps{Elenco dei siti web consultati}}{\spacedlowsmallcaps{Elenco dei siti web consultati}}
\defbibnote{web}{Premessa alla sitografia}
\addcontentsline{toc}{chapter}{\tocEntry{Elenco dei siti web consultati}}
\defbibheading{web}{\chapter*{Elenco dei siti web consultati}}
\printbibliography[heading=web,type=online, prenote=web]
`Per quanto riguarda invece il discorso dello stile “phylosophy-modern” applicato alla sitografia mi sembra di capire che non ci sia molta alternativa, per ora.
Se continuassi ad utilizzare “phylosophy-modern” dovrei inserire l’anno di pubblicazione della pagina (anche se non so quanto senso abbia trattandosi di un documento web); oppure potrei cambiare stile di bibliography oppure ancora utilizzare la soluzione manuale proposta prima da Lorenzo.
-
21 Ottobre 2011 alle 20:14 #65101::
Io sono contrario alle sitografie, ma so che talvolta sono necessarie.Vediamo allora la questione da un altro punto di vista.
Le norme ISO 19005:1 e :2 per l’archiviabilità consentono che un dato file conforme e archiviabile abbia collegamanti ipertestuali interni, ma vieta collegamenti ipertestuali a siti esterni.
Ci sarà un motivo per questa restrizione.
Il motivo è molto semplice: gli indirizzi internet sono labili, nel senso che esistono per un certo tempo e poi spariscono. o lo stesso materiale viene trasferito altrove senza un link di rinvio.
Nei quattro anni in cui ho curato la GuidaGuIT io o gli altri autori abbiamo segnato diversi url; una buona metà di questi url sono defunti nell’arco di questi quattro anni. Nelle ultime versioni della GuidaGuIT ho cercato di eliminare quanti più url fosse possibile, ma ora appaiono indicazioni del tipo: …”è stato ricavato da Internet ma l’indirizzo non è più valido…”
Pertanto dare degli indirizzi internet richiede come minimo un primo paragrafo di avviso che quanto indicato indica i siti consultati, ma che alcuni o tutti gli indirizzi indicati potrebbero non essere più validi nel momento stesso in cui la tesi viene depositata in segreteria.
Detto questo è certamente corretto dire da dove sono state ottenute certe informazioni, ma non è “serio” (non per colpa nostra) indicare dei riferimenti Internet che non portano al risultato desiderato (consentire al lettore di verificare le informazioni contenute nel sito) o peggio ancora a warning del tipo “L’indirizzo indicato non è valido — verificare l’ortografia o informarsi presso il gestore del sito”.
È un bel dilemma che io personalmente preferirei risolvere non solo con l’avviso suddetto, ma anche evitando di comporre una sitografia, specialmente se i link sono attivi verso indirizzi esterni.
Non lasciati avvincere dal fatto che indicare una sitografia fa “molto fine”. In realtà si tratta di una cosa “molto fine” per coloro che non sanno nulla di Internet e pensano di essere molto avanzati riempiendo pagine di sitografia.
Diffida, diffida, e non cadere nel tranello.
-
21 Ottobre 2011 alle 21:19 #65102::
Grazie Claudio per queste delucidazioni. Io sono in generale contrario ad usare pagine web come fonti bibliografiche per le tesi. In parte per il motivo che dici tu, in parte per una questione più sostanziale: spesso quello che si trova in rete non è referenziato. Non che le fonti cartacee lo siano sempre, però una pubblicazione classica ha diverse garanzie che la pagina web “media” non ha. Ci sono però delle eccezioni, che forse rispettano anche il criterio della “reperibilità”. La Stanford Encyclopedia of Phylosophy, per esempio, è una fonte autorevole e, credo, abbastanza stabile nel tempo. Così la Treccani o la Britannica Online. Credo poi che ogni disciplina avrà i suoi siti di riferimento.
Come criterio generale eviterei citazioni di pagine web, se non nel caso in cui l’informazione lì presente non si possa trovare anche in una fonte tradizionale, che è di sicuro più affidabile.Ciao
Ivan
-
22 Ottobre 2011 alle 8:06 #65103::
Noto con piacere che la discussione si è spostata dal piano prettamente tecnico ad uno più culturale o addirittura “filosofico”, in un certo senso.Per comodità rispondo sia a Claudio sia ad Ivan in un unico messaggio.
Innanzitutto voglio precisare che non intendo inserire una sitografia nella mia tesi perchè in “fa figo” 🙂 ; anche se sono conscio del fatto che diversi possano inserirla soltanto per aumentare il numero dei riferimenti e dar loro una connotazione in qualche modo più “moderna”.
Prendo il mio caso come esempio: per il tema che vado a trattare è assolutamente necessario non solo citare i siti consultati ma fare diretto riferimento ad essi come fonti; sarebbe impensabile non proporli.
Tratto, senza entrare in eccessivi particolari, della tipografia applicata ai nuovi dispositivi mobile, tout-court.
In questo caso non si può prescindere dal citare come fonti articoli apparsi eclusivamente online su siti web autorevoli come “A list apart”, “The Smashing Magazine”, o ricerche Nielsen rese disponibili soltanto online, la pagina del sito ufficiale Apple che contiene le specifiche tecniche dei dispositivi, il manifesto ufficiale del W3C sui CSS3, oppure la versione del manuale di Bringhurst applicata al web (The Elements of Typographic Style Applied to the Web) o ancora importanti contributi personali apparsi su blog, come quelli di Giò Fuga, Jeffrey Zeldman, Jacob Nielsen o Jason Santamaria.D’altro canto è verissimo quello che affermano tanto Ivan quanto Claudio riguardo alla labilità di un url.
In questo caso però, secondo me, sta a chi cura il sito avere l’accortezza di utilizzare meccanismi di redirect per rendere sempre disponibili i link in caso di “trasferimento” e allo studente scegliere dei contributi provenienti da fonti reputate valevoli anche dal punto di vista temporale oltre che contenutistico e inserire una premessa, come diceva proprio Claudio, dove specificare la data di accesso ai siti inseriti. Infatti se notate nel mio codice ho appunto inserito questo preambolo.
In questo caso sta alla discrezione (altri potrebbero dire “intelligenza”) dello studente saper valutare la qualità della fonte ed includerla solo nei casi in cui non sia presente in altra forma.
D’altronde anche Google stesso (mediante l’algoritmo TrustRank) tende a considerare come più attendibili e quindi a proporre prima nei risultati delle ricerche pagine provenienti da fonti giudicate attendibili o riconducibili ad organizzazioni accademiche, militari ecc., proprio come piccola garanzia di “mantenibilità” del sito stesso.
Magari sarò smentito nel prossimo futuro, però sono del parere che quasi sempre un articolo web di un certo peso sarà sempre reso disponibile direttamente o indirettamente nel corso degli anni.Infine vorrei discutere del fatto che una fonte tradizionale è sicuramente più attendibile di una fonte web.
Personalmente – e sono sicuro che sia capitato diverse volte anche a voi – su diversi testi tradizionali considerati autorevoli mi sono imbattutto in una serie di inesatezze o vere e proprie castronerie che solo grazie ad una ricerca su web sono stato in grado di correggere all’interno del mio lavoro.
Inoltre come sappiamo un testo, una volta dato alle stampe, deve aspettare una successiva revisione per poter correggere delle inesattezze e rimanere anche anni nel limbro, mentre un contributo online può essere corretto immediatamente ed inoltre avvantaggiarsi del contributo in tempo reale dei lettori.
INMHO anche la spesso bistrattata Wikipedia (specialmente localizzata in lingua inglese) che che se ne dica, offre dei contributi talvolta più esatti di un equivalente enciclopedia cartacea o comunque con un pari grado di precisione, essendo redatta anch’essa da “umani”, con in più i vantaggi derivanti dall’accesso a materiale informativo multimediale supplementare (immagini, video, ecc.), ma questo è un altro discorso che riguarda la natura stessa di internet.
Inoltre da più di un anno le politiche di Wikipedia riguardo alle fonti citate è diventata piuttosto rigida e contributi non verificati vengono sempre segnalati.
-
22 Ottobre 2011 alle 11:53 #65104::
Vedi che siamo d’accordo?
È preferibile non creare sitografie, ma quanno ce vo’ ce vo’
La tua descrizione non serve per “fare figo” ma riflette esattamente il lavoro preliminare di analisi critica che è necessario svolgere prima di rinviare un lettore ad un sito inaffidabile.Per la documentazione più o meno ufficiale, come quella indicata da Ivan non avrei problemi nemmeno io;
per la documentazione cartacea è vero: i testi stampati possono contenere refusi che diventano vere e proprie castronerie; ne so qualcosa perché mi è capitato spesso con i miei testi. Per fortuna scrivevo testi dalla tiratura limitata che in tre o quattro anni richiedevano una revisione, ciò nonostante dovevo arrabattarmi con fascicoli dei Errata Corrige che con il mio primo testo a stampa ha superato le 30 pagine 😥
Il problema, però, non è il fatto delle castronerie; sta all’interpretazione/analisi critica dello studente citare fonti attendibili e non citerà quelle che sono piene di castronerie. Resta però il fatto che tutte le pubblicazioni a stampa devono essere depositate almeno nelle biblioteche nazionali, e quindi saranno disponibili per centinaio di anni, incendi permettendo; ovviamente le biblioteche nazionali hanno impianti antincendio molto sofisticati. Certo sono meno facili da consultare i testi conservati nelle biblioteche nazionali, ma la loro reperibilità è assicurate per lunghissimi periodi di tempo; pensa solo alle biblioteche e agli archivi vaticani dove sono conservati anche (frammenti di) documenti del primo secolo e sono lì da venti secoli. Per cose più specializzate, pensa ala raccolta di papiri conservati al museo egizio di Torino (mi è stato detto che sia la più vasta raccolta mondiale — relata refero — in ogni caso il ME di Torino per ricchezza di reperti è/era il secondo al mondo e non è escluso che dopo le recenti incursioni nel ME del Cairo quello di Torino sia diventato il primo al mondo) che conserva papiri di molti secoli prima della nostra era.D’accordo, l’oggetto delle tua tesi non necessita di riferimenti di papiri egizi, ma il mio racconto serve solo a evidenziare la maggiore permanenza dei documenti raccolti su documenti cartacei.
Persino i film, raccolti su pellicola, non hanno una durata così lunga come i documenti cartacei e poco dopo cento anni di esistenza del cinema si parla già di pesanti restauri per conservare quelle testimonianze della nostra cultura.
-
-
AutoreRisposte
- Devi essere connesso per rispondere a questo topic.