Fossi in te non mi preoccuperei troppo del libro di Serra. L’ho già descritto nella GuidaGuIT, ma non ho detto tutta la verità; nel senso che non ho riportato la lista di errori o di corbellerie che Serra ha scritto in quel testo e che gli ho inviato; mi ha risposto ringraziandomi, ma ho avuto la sensazione che si trattasse di una risposta di cortesia, ma che non avesse nessuna intenzione di pubblicare una versione riveduta e corretta del suo libro.
La corbelleria più grossa riguardava la minima densità di pixel per le foto pubblicabili, che lui indicava in 300 dpi al pollice quadrato 😯
Altre cose meno gravi riguardavano le figure e le tabelle da mettere in fondo al libro, invece che nel posto tipograficamente più consono ma vicinissimo al punto dove vi si fa riferimento.
Il piccoli spazio, quello finissimo, di cui parla Serra è una sottigliezza che ricorda al tipografia francese, ma che è molto più contenuta. Lo spazio finissimo che certi programmi di impaginazione riescono a introdurre ammontano a circa la metà dello spazio fine di LaTeX; se proprio vuoi inserirlo definisci una nuova lunghezza \verythinspace e crei una macro simile a quella che viene attivata con \, ma secondo me non vale la pena. Mi spiego; lo spazio fine di LaTeX vale 3pt, vale a dire un millimetro, se definisci lo spazio finissimo come 1pt inserisci uno spazio di un terzo di millimetro; questo spazio finissimo è certamente visibile e non guasta di sicuro, ma non cambia molto il risultato finale. Credo che Serra lo consigli sia perché non fa male a nessuno, sia perché le sue pubblicazioni sono composte con il font Dante; ora dipende molto da questo font, dalla forma dei suoi glifi, ma specialmente dal valore delle sue crenature. Probabilmente, se ci tieni, puoi configurare i segni di interpunzione alti con microtype in modo che abbaino di defaulkt a destra o a sinistra lo spazio finissimo che vuoi inserire.
Con i font che io uso abitualmente non ho mai sentito il bisogno di inserire questi spazi finissimi; ma ovviamente io non sono un maestro di bella tipografia, anzi, certe volte mi vergogno da solo per certe cose che mi sfuggono. ma fossi in te non mi preoccuperei troppo di quello spazio finissimo.
Se sono virgolette semplici alte o degli apostrofi quelli che hai indicato nel brano citato? Mah, alla grandezza in cui riesco a vederli sullo schermo non sono in grado di dirlo. Per altro prendi il Platino e guarda come sono fatte le virgolette inglesi; sembrano identiche; ma se ingrandisci la schermata vedi che sono dei tratti obliqui con la stessa inclinazione, ma quelle aperte sono più spesse e arrotondate on asso a sinistra, mentre quelle chiuso sono più spesse e arrotondate in alto a destra; a me non piacciono, perché anche a stampa non le distinguo bene. Metterci uno spazio finissimo dopo quelle aperte e prima di quelle chiuse non cambierebbe la situazione, preferisco le virgolette a forma di virgola diritta o capovolta.
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Per quel che indichi nel link che hai riportato, si tratta di une estratto del libroa cui mi riferivo a proposito degli errori e delle corbellerie. Per altro anche in questo estratto del libro alla sezione ILLUSTRAZIONI, si parla di immagini a 600 pixel e di immagini a colori di 300 pixel; che è una corbelleria decisamente meno grave; se non si specifica la lunghezza su cui sono distribuiti quei 600 o 300 pixel, l’informazione non vuol dire niente; la scrittura giusta sarebbe 600 pixel al pollice, o 300 pixel al pollice. Ma questo modo di sbagliare è talmente frequente che non serve nemmeno più fare il Don Chisciotte per invocare la precisione e correttezza metrologica necessarie quando si parla di misure, specialmente se si tratta di specifiche con valore normativo.
Il fatto che le tipografie di Serra richiedano le foto in formato eps o tiff rispecchia il fatto che Serra è rimasto agli anni ’90 del secolo scorso. Luigi Scarso mi pare che lavori senza problemi, anzi con soddisfazione, con il formato pdf.
Sottolineo ancora che l’estratto delle norme le il libro completo riguardano esclusivamente i lavori da presentare per la pubblicazione alle società di Serra; se contengono delle buone idee, tanto meglio, ma si tratta pur sempre di norme editoriali di una casa editrice (una terna di case editrici possedute dallo stesso imprenditore), non di norme UNI o ISO, valide e cogenti per tutta l’Italia o per tutte le nazioni che hanno aderito all’ISO.
Ciao
Claudio