Re: Formule e punteggiatura

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OldClaudio
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    Nella GuidaGuIT la motivazione per la seconda scuola di pensiero non è “per non disturbare la formula”; la motivazione è “perché non ci vuole”.

    Le ho presentate entrambe, specificando che io propendo per la seconda scuola di pensiero, ma che torovo ragionevole anche la prima. Ho specificato che si tratta per lo più di abitudini diverse per ogni casa editrice e se uno scrive per una casa editrice che vuole la punteggiatura deve adattacisi anche se fosse contrario ad usarla.

    Non voglio riaccendere una polemica che ha già impegnato molte discussioni infiammate che possono essere ritrovate sul vecchio forum. Vanno bene tutte e due le scuole di pensiero e ciascuno, purché sia coerente, è padrone di scegliere la scuola che preferisce. Ognuno, poi, è libero di dichiarare la sua appartenenza a quella o questa scuola di pensiero. senza che debba essere criticato per la scelta fatta.

    Tuttavia… (ma non voglio riaprire ferite già rimarginate); recentemente ho trovato un nuovo manuale sulla punteggiatura: Francesca Serafini: Questo è il punto — Istruzioni per l’uso della punteggiatura, Editori Laterza, maggio 2012. In questo testo si parla sempre di punteggiatura della prosa, mai della matematica, perché questo sembra essere un argomento tabù per i linguisti; tuttavia anche per il testo la scrittrice ammette gli spazi come segni interpuntivi. Io non sono un linguista, ma ho sempre sostenuto questo approccio alla punteggiatura, e lo applico anche alla punteggiatura esterna nelle formule fuori testo, certamente non nelle formule in linea con il testo, dove la formula fa parte del flusso del discorso ed è composta senza spaziature particolari.

    In prosa e in poesia i molti esempi portati dalla scrittrice fanno talvolta rizzare i capelli, almeno a me; l’assenza completa predicata dai futuristi, per esempio mi da un notevole fastidio, anche se mi rendo conto che nella loro prosa e nella loro poesia, altrettanto sconclusionata, ha un senso.

    Ora so di aver pestato i calli ai nostri linguisti; non me ne vogliano, io parlavo da povero diavolo che cerca di scrivere prosa e matematica in modo decentemente comprensibile e che non vuole fare piroette linguistiche come i futuristi.

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