Re: LaTeX e le regole di case editrici e riviste

#94984
OldClaudio
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    Parmenas” post=94646Io lavoro nel campo delle scienze umanistiche, e lì quasi ogni invito a collaborare a riviste, atti di convegno ecc. ecc. è accompagnato da uno ‘style sheet’ con ordine perentorio di consegnare in formato .doc(x). Non ho mai provato a proporre un formato diverso, ma ci proverò in futuro.

    Ultimamente, poi, ho dovuto costatare che in ampie sezioni del mondo editoriale internazionale LaTeX è ancora un perfetto sconosciuto. Fa un certo effetto vedere certi editori non proprio di serie C, che quando vedon la parola LaTeX pensano a latice (che in inglese è omonimo), e non hanno la più pallida idea che si tratti di un programma di videoscrittura.

    Altolà! videoscrittura? Non, non è un programma di videoscrittura, è un programma di tipocomposizione,(composizione tipografica). Questo è il motivo per il quale molte case editrici non accettano LaTeX, perché anche se dal file PDF si può recuperare il testo e se ne possono estrarre le immagini, questa operazione richiede molto lavoro e fa perdere buona parte della bellezza della composizione eseguita con pdfLaTeX. Quelle case editrici preferiscono il formato doc(x) perché è facile introdurre qui file in programmi di impaginazione professionale come XPress, InDesign, eccetera praticamente con un click; poi ci devi lavorare sopra moltissimo per aggiustare la composizione, ma questo alle case editrici interessa poco perché tanto il lavoro viene fatto in outsourcing.

    Eppure esistono dei programmi per l’imposizione delle pagine che lavorano direttamente sul file PDF e mettono in quadro i crocini, penendo conto anche del leggero spostamanto della pagia a seconda del foglio della segnatura dove quella pagina cade.

    Alla casa editrice occorre solo fornire all’autore un file di classe, e poi l’autore ci scrive quello che occorre, in matematica, in greco, in geroglifico,; ci mette le figure, le tabelle, eccetera. Insomma l’outsourcing è affidato direttamente all’autore; se la classe è buona, il servizio di impaginazione/imposizione si risolve in pochi click.

    Le case editrici che non accettano questo modo di procedere sono veramente miopi; inoltre non sono nemmeno aggiornate, visto che esiste una norma ISO che specifica che gli oggetti da stampare (libri, dépliant, manifesti e quant’altro) devono essere composti inizialmente in file PDF conformi allo standard PDF/X. Quini, ripeto, chiedere agli autori di fare tutto il lavoro consegnando il lavoro finito in formato PDF, richiede solamente di fornire agli autori un file di classe, o un foglio di stile dove siano specificate bene le caratteristiche grafiche della pagina e dei suoi elementi, e risparmierebbero anche dei bei soldini.

    Nel mondo delle scienze sperimentali LaTeX è generalmente accettato ad occhi chiusi; vengono accettati anche i file sorgente, cosicché i testi possano venire modificati secondo necessità dai revisori editoriali. Perché in campo umanistico questo non succeda o succeda molto meno, per me è un mistero.

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