Carissimi,
ho appena aggiornato in modo significativo il mio lavoro “L’arte di scrivere con LaTeX”.
http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf
Desidero rivolgere un ringraziamento particolare a Massimiliano Dominici e al Prof. Claudio Beccari, che mi hanno mandato un elenco dettagliato di preziose osservazioni. Grazie anche ad Agostino De Marco e a Matteo per i consigli e le puntualizzazioni.
Riporto di seguito i cambiamenti salienti rispetto alla versione precedente: invito tutti a darci un’occhiata e a segnalarmi eventuali (nuovi) errori.
Nel par. 3.1.2 ho aggiunto una menzione a LEd fra gli editor per Windows.
Nel par. 3.4 ho aggiunto una menzione per TeXmaker e Vim tra gli editor multipiattaforma.
Nel par. 6.2.2 ho aggiunto una precisazione su GSView (è disponibile anche per Linux e non solo per Windows).
Nel par. 3.6 ho sostituito “dvipdfmx” al posto di “dvipdf” come convertitore diretto da dvi a pdf.
Nel par. 2.1.2 ho usato il genere maschile per le lettere greche (come fanno i grecisti: grazie a Matteo per la precisazione).
Nel par. 4.1.2 ho riportato come ottenere i caratteri speciali con la tastiera italiana di Linux: mi piacerebbe che qualche utente di Linux ci desse un’occhiata per una conferma…
Par. 4.4.4: l’ho riscritto completamente, tenendo conto che i tre alberi principale, locale e personale sono presenti anche nella distribuzione MikTeX e non solo nella TeX Live. Vi prego di darci un’occhiata, soprattutto per quanto riguarda la parte su Windows: non sono sicuro che quell’HOME sia la scelta più indovinata…
Par. 5.1.2: “printenv LANG” al posto di “printenv LC_ALL” sui sistemi Linux per capire la codifica di input usata. Spero sia giusto, confido in una conferma da parte di qualche utente di Linux…
Le osservazioni del prof. Beccari sono dettagliate, competenti e puntuali. Dal momento che penso che a qualcuno potrebbe interessare conoscerle, le riporto di seguito, una per una, insieme alle soluzioni che ho scelto di adottare.
Ho accolto positivamente quasi tutti i suggerimenti di OldClaudio. Le eccezioni sono verosimilmente dovute più alla mia incapacità di capire che al fatto che abbia effettivamente “ragione” io. Si intende che il lavoro è in fieri: se emergeranno nuovi elementi, farò senz’altro le opportune correzioni.
Ho dato una prima scorsa al libro; ho trovato qualche refuso e un certo numero di affermazioni che se non sono proprio sbagliate, inducono in tentazione a fraintendere.
Comincio dai commenti in generale. La scelta dei font mi pare buona, tranne in alcune scelte che credo si possano migliorare. Prima di tutto i font Euler per la matematica sono molto infelici; non so perché vengano tanto osannati, ma non sono corsivi, benché il loro disegno sia abbastanza diverso dal tondo, ma, specialmente in un libro come il tuo, è opportuno mostrare le cose corsive come devono essere. Poi starà all’utente scegliere i font che vuole, ma lasciamo che gli errori (se di errori si tratta) se li faccia da solo. L’unico vantaggio degli Euler è che quando si dice che il corsivo matematico è diverso dal corsivo di testo, lo si vede ad occhio nudo; con i font di default della serie EC per mostrare la differenza bisogna confrontare parole che contengano legature come `afflato’ e `difficile’ per far vedere che si tratta di due cose veramente diverse.
Le riserve circa i font Euler che esprimi sono da tenere nella debita considerazione, e sono condivise anche da Enrico. Per la verità, io uso gli Euler sistematicamente, e non ho mai avuto problemi significativi, ma questa è solo la mia esperienza. Tuttavia, quei font sono stati progettati da Zapf e Knuth, in persona: non possono essere tanto male… 😉
In ogni caso, il lavoro è scritto con lo stile ClassicThesis, che prevede gli Euler e che IMHO dà un risultato esteticamente piacevole.
I font Computer Modern per la matematica sono impeccabili, certo, ma sono progettati per integrarsi al meglio con le altre famiglie di font Computer Modern (che notoriamente ClassicThesis non usa).
Per quanto riguarda il rischio che un principiante commetta errori, la guida, pur essendo scritta con ClassicThesis, è rivolta ad un utente che usa le classi standard, e non ClassicThesis (ecco un paradosso del lavoro), proprio perché penso che sia opportuno che il neofita impari LaTeX con le classi standard, che sono più didattiche e “rodate”.
Ritengo che chi usa ClassicThesis debba essere relativamente esperto.
L’Iwona per il sanserif onestamente non mi piace, ma è una questione di gusti; peccato che venga usato per i titoli correnti delle sezioni, così, chiaro com’è, i titoli delle sezioni non emergono abbastanza fuori dal testo, non aiutano la navigazione, passano quasi inosservati. Non dico che i titoli delle sezioni debbano essere eclatanti, ma almeno che si distinguano dal testo corrente alla prima occhiata, senza neanche bisogno di leggerli, e non ad una seconda o magari terza occhiata. Suggerimento: o li metti in nero, oppure li metti decisamente più grandi; con le impostazioni di ClassicThesis ci si riesce facilmente.
Le tue riserve sono certo comprensibili. Fra l’altro, la scelta di usare quella “variazione sul tema di ClassicThesis” comporta anche altri inconvenienti. Per esempio, i titoli dei capitoli e dei paragrafi occupano tutti una riga. Non è un caso: un titolo di grandi dimensioni in Iwona su due righe è piuttosto sgraziato. Questo ha comportato un certo lavoro nella formulazione dei titoli. Alla fine, il risultato è accettabile (credo), ma a prezzo di qualche fatica: un utente che volesse usare uno stile come quello con cui è composta la guida dovrebbe essere conscio di questi problemi ed essere pronto a qualche “sacrificio”.
Ciò premesso, trovo che il risultato finale sia gradevole, nella sua “originalità”. Non credo sia opportuno usare il neretto per i titoli (ClassicThesis docet). Ho provato ad aumentarne il corpo, ma IMHO il risultato non mi pare buono. D’altra parte, come dici, è una questione di gusti.
Quindi, con tutte le riserve del caso, di cui sono ben conscio e che -soprattutto- ritengo debba conoscere il lettore, ho ritenuto di lasciare invariato il layout.
Hai ricevuto critiche per il layout della pagina; quelli te le hanno fatte devono essere dei patiti di Word! Il layout è bello (Bringhurst insegna) anche perché fai un ampio uso di note marginali; non ci fossero queste, forse il layout di ClassicThesis sarebbe un po’ sprecato. Io ho imparato ad apprezzare i rettangolo aureo e lo specchio di scrittura di ClassicThesis lo realizza bene; la collocazione su una pagina A4 appare migliore rispetto al formato letter; se hai in mente di lasciare il testo sotto forma di documento elettronico, forse potresti definire unapdfpagewidht e una pdfpageheight diverse in modo da adattare il rettangolo aureo ancora meglio sulla pagina PDF.
La mia idea è di lasciare il lavoro su PDF a disposizione di tutti (in modo che chiunque posso stamparselo su A4, a casa o all’università, o consultarlo in linea), ma anche di pubblicarlo su carta (in modo da accontentare chi apprezza la comodità di un libro “vero”). Per questo secondo caso sono necessarie impostazioni di pagina differenti. Ne discuto qui:
http://www.guit.sssup.it/phpBB2/viewtopic.php?t=4211
Il tuo italiano è ottimo; l’unica cosa che c’è sul vocabolario, ma io cercherei di evitare, è il verbo `enfatizzare’, che assomiglia troppo a `emphasize’; io preferisco senz’altro `evidenziare’, ma anche qui è una questione di gusti.
Scrivendo la guida, ho cercato di evitare i barbarismi e di lasciare l’inglese solo per le espressioni intraducibili (o traducibili solo a prezzo di lunghe perifrasi). Proprio per questo, ho eliminato -come mi hai suggerito- in tutto il documento l’espressione “enfatizzare”, a vantaggio di “evidenziare”.
Nell’appendice tratta dall’articolo di Cevolani, come pure in altri punti dove parli di matematica, dovresti citare le norme ISO e UNI e CNR-UNI; si tratta di norme che in Italia hanno valore di legge. Non hanno forse la pretesa di dettare il bello stile dello scrivere testo e/o matematica, ma dettano un comportamento conforme che permettono di far sì che un documento legale, un atto notarile, un capitolato d’appalto, eccetera, se viene scritto seguendo le norme mantiene il valore legale che deve avere; se le norme sono violate diventa carta straccia. Non sto scherzando: Nell’ultimo libro di Matricciani sulla Scrittura Tecnico-scientifica, egli riporta il caso dei periti nominati per l’inchiesta sul disastro (esplosione in volo) del Columbia, i frammenti del quale furono raccolti dalla California fino al Texas. I periti furono licenziati a perizia fatta perché il loro rapporto, a parte l’essere stato scritto in PowerPoint, conteneva degli errori di ortografia metrologica che violavano le norme ISO!
Come ingegnere (sia pure non praticante) sono sensibile a queste cose e cerco di sensibilizzare i miei allievi, che nella loro vita futura praticheranno la professione, affinché non capiti loro l’annullamento di un capitolato o una cosa del genere a causa del fatto che hanno violato le norme ISO o UNI.
La brutta notizia è che queste norme vengono vendute dall’International Standards Organization di Ginevra, o dall’Ente Italiano di Unificazione di Milano, a peso d’oro; avendo valore di legge, dovrebbero potersi trovare sulle Gazzette Ufficiali che si possono reperire in qualunque biblioteca civica e, con le tecnologie di oggi, anche in rete; sì, le trovi in rete, però solo se sei abbonato al servizio di consultazione, che ovviamente non viene regalato nemmeno alle istituzioni pubbliche come l’Università; non so se a Bologna riesci a trovare dove consultarle, ma forse riesci a trovare qualche amico professionista che è abbonato al servizio di consultazione e che te le lascia consultare.
Convengo che sia un punto fondamentale, anche se, come matematico, sono (inevitabilmente?) meno sensibile di un ingegnere su questo aspetto. Ho aggiunto un capoverso sulle norme ISO-UNI nell’introduzione al capitolo sulla matematica e un altro nell’introduzione all’appendice sulle norme tipografiche dell’italiano. Ho anche aggiunto le voci “ISO” e “UNI” negli acronimi, anche se non sono sicurissimo che quelle sigle siano proprio acronimi: voi che ne pensate?
Veniamo ora all’elenco puntuale delle mie osservazioni, alcune delle quali, per la verità, possono passare per freddure.
Pag. 15: Il programma standard, distribuito con qualunque sistema TEX, per trasformare i file DVI in file PS si chiama dvips, non dvi2ps.
Corretto.
Pag. 26: In $TEXMFHOME il segno $ fa parte del nome della variabile o, detto meglio, è un comando dell’interprete di comandi che traduce o espande il significato della variabile; non è il prompt del sistema.
Corretto.
Pag. 26: L’albero personale non è in /usr/share/texmf/.
Corretto in ~/texmf. Spero sia giusto…
Pag. 29: lo stile headings non stampa il titolo del capitolo su entrambe le testatine, e il numero della pagina al piede; questo lo fa (forse) ClassicThesis, ma lo stile di default stampa sempre il numero della pagina nella testatina, all’esterno, seguito dal titolo del capitolo/sezione nella testatina di sinistra e preceduto dal titolo della sezione/sottosezione nella testatina di destra (scrivendo in bianca e volta).
Corretto.
Pag. 30: Acrobat Reader non è il nome corretto. Il nome corretto è Adobe Reader.
Corretto.
Pag. 33: Se si vuole -> Se si vogliono.
Corretto.
Pag. 40: L’esempio di \hyphenation è infelice, perché le parole indicate vengono trattate correttamente dall’algoritmo di sillabazione; sarebbe meglio esemplificare con parole tecniche composte per le quali si vuole la divisione etimologica invece che quella fonetica, che, almeno per le parole italiane, viene eseguita benissimo dall’algoritmo di TeX e finora non mi sono stati segnalati errori (visto che i pattern li mantengo io, gli errori devono venire segnalati a me); suggerirei parole come metempsicosi (divisione
ordinaria: me-temp-si-co-si; divisione desiderata me-tem-psi-co-si), oppure superinduttore (su-per-in-dut-to-re), oppure altre tratte dalla chimica organica.
Molto interessante. Corretto secondo le tue indicazioni.
Pag. 42: È davvero vero che la tradizione italiana vuole anche il primo capoverso rientrato? Ho guardato diversi libri, ma non ho trovato seguita questa consuetudine in modo sistematico; mi sono soffermato specialmente su libri pubblicati prima dell’avvento dell’informatica, quando ancora la penetrazione delle regola statunitensi non si era verificata, ma non ho trovato
conferma a questa affermazione, a meno che non si dica che `spesso’ viene seguita questa consuetudine. Naturalmente posso sbagliarmi; tuttavia la ratio che soggiace all’uso statunitense deriva dal fatto che il primo capoverso di un paragrafo non ha bisogno di essere marcato come capoverso, con il rientro, perché appunto è il primo; l’informazione è necessaria solo per i capoversi successivi, visto che il righino che termina il capoverso precedente potrebbe non essere un righino, ma potrebbe occupare la riga completa.
Ho corretto trasformando la locuzione “tradizione” in una più blanda “consuetudine spesso seguita”.
Pag. 53: L’elenco… è stata -> L’elenco… è stato
Corretto.
Pag. 64: La tabella ha i numeri scritti in `inglese’ con il punto decimale; è vero che quella tabella viene ricomposta diverse volte in diversi modi, ma non sarebbe meglio una tabella in italiano con i numeri scritti con la virgola decimale? Almeno si comincia a ribadire il fatto che il separatore decimale è la virgola, non il punto.
Corretto.
Pag. 69: In nota: la larghezza da indicare non è né \columnwidth né \textwidth, ma è \linewidth.
Anche tenendo conto di questa discussione:
http://www.guit.sssup.it/phpbb/viewtopic.php?t=4055&highlight=linewidth
ho aggiunto una menzione a \linewidth, senza però togliere il riferimento a \columnwidth e a \textwidth. Penso che questa “abbondanza di scelta” non dovrebbe confondere eccessivamente il lettore.
Pag. 76: cìano vuol dire fiordaliso in italiano; certo se si vuole indicare l’azzurro o il celeste col nome greco del fiordaliso, lo si può fare ma mi sembra un po’ forzato.
Ho sostituito ovunque “cìano” con “azzurro”.
Pag. 80: epstopdf è distribuito anche con Windows/MiKTEX, oltre che con Linux; in MacTEX non c’è perché cliccando su un file PS o EPS esso viene automaticamente `distillato’ e aperto con Anteprima/Preview, dal quale si può salvare il file in formato PDF. Si dice qualcosa in merito nella pagina 81, ma non è così evidente che cosa succede e che si ha la possibilità di salvare il file in formato PDF.
Ho corretto e dettagliato maggiormente quanto succede in ambiente Mac (sempre sia lodato!). 😉
Pag. 88: Forse h!t -> !ht ?
Proprio così.
Pag. 89: tutte gli oggetti -> tutti gli oggetti
Corretto.
Pag. 103: `per tradizione’: non è una tradizione, ma l’osservanza di una norma ISO-UNI.
Corretto.
Pag. 103: Se si omette \, si ottiene cosx, ma con il font Euler usato non si percepisce nessuna differenza, se non nella spaziatura.
È vero. Ma vedi quanto ho osservato a proposito dei font Euler.
Pag. 103: L’esempio di \sen è scorretto perché viola le norme ISO-UNI; si potrebbe usare \mcm (per minimo comune multiplo) oppure \arsinh che non è definito né da LaTeX né da amsmath.
Ho sostituito \sen con \mcm.
Pag. 104: Non mi pare che sia necessario fare come dici di fare per ridefinire un comando matematico con \DeclareMathOperator; mi spiego: se tu lasci stare il comando da ridefinire, senza renderlo equivalente a \relax o a \undefined, \DeclareMathOperator si accorge che sta ridichiarando un comando esistente, ma mette solo un messaggio nel file .log; non è schizzinoso (come deve essere) \newcommand, perché questo è accompagnato da \renewcommand.
Non mi risulta: se non si ridefinisce un comando sic et simpliciter con \DeclareMathOperator, si ottiene un errore (LaTeX Error: Command \Re already defined), anche se non fatale. Ho lasciato questo punto com’era.
Pag. 111: Con l’opzione italian di babel i deponenti e gli esponenti matematici in tondo si scrivono con \ap e \ped rispettivamente; questi comandi possono essere usati anche in modo testo per mettere apici o pedici, ma non cambiano il font.
Ne avevamo discusso in passato:
http://www.guit.sssup.it/phpbb/viewtopic.php?p=12409&highlight=#12409
Ho lasciato questo punto com’era.
Pag. 112: Nell’esempio scrivi:
\frac{\displaystyle …}{\displaystyle …}
mentre nel testo commenti dicendo:
{\displaystyle\frac{…}{…}}
Penso che dovresti rifarti ad una sola formulazione.
È vero, ma si tratta di esempi diversi. Scrivere \dfrac{…}{…} non è equivalente a \frac{\displaystyle…}{\displaystyle…}. Ho lasciato questo punto invariato. Vediamo se qualcuno ha ulteriori precisazioni da fare.
Pag. 116: L’opzione italian è necessaria per assicurare la compatibilità con il pacchetto babel, perché questo, con quella opzione, definisce un comando \unit che ha una sintassi diversa da quella dell’omonimo comando definito da SIunits. Se babel è caricato dopo SIunits, non è necessario specificare a quest’ultimo l’opzione italian e si può usare \unit al posto di \unita. Viceversa se specifichi questa opzione a SIunits, puoi usare il suo comando \unita con la sua sintassi, ma puoi usare anche \unit con la sintassi di babel.
Uno dei princìpi che ho seguito nella redazione della guida è stato quello di privilegiare sempre la soluzione “a più alto livello”. In particolare, se un utente deve inserire delle unità di misura, tanto vale che carichi senz’altro il pacchetto SIunits, che è fatto apposta. In questo punto ho aggiunto la spiegazione che l’opzione italian di SIunits assicura (in ogni caso) la compatibilità con babel.
Pag. 117: Tabella 30: \varsigma con gli Euler font apparentemente è identico a \sigma; lo stesso accade per \varrho e \rho. Ecco un altro motivo per il quale gli Euler non sono tanto adatti alla matematica.
IMHO il fatto che \rho e \varrho siano uguali non è un problema: in un documento si usa o l’uno o l’altro simbolo, quindi non c’è possibilità di confondersi. Vedi quanto ho osservato a proposito dei font Euler.
Pag. 121: Tabella 40: su cinque segni due sono greci; perché è intestata Caratteri ebraici?
Corretto. Ho modificato la didascalia in “altri caratteri alfabetici” (grazie anche a Matteo per avermi fatto notare questa svista).
Pag. 124: Tabella 44: Usi due esempi di \mathcal e ottieni risultati diversi; uno dei due sarà ben stato ottenuto con l’uso di qualche pacchetto che definisce altri font; quale? Direi che hai ripetuto lo stesso risultato due righe più sotto, specificando il pacchetto eucal, quindi la riga senza indicazione del pacchetto dovrebbe essere espunta.
Il primo esempio era stato ottenuto con i font Computer Modern, senza altri pacchetti. L’ho eliminato, comunque, per evitare confusioni.
Pag. 125: Il logo di ArsTeXnica è stato definito nella pagina 126, ma perché non dici di caricare il pacchetto giusto, invece di definire una macro per produrre il logo sbagliato (la `A’ non è ruotata)?
Hai proprio ragione. Mai lavorare “a basso livello” quando esiste un pacchetto che risolve il problema “ad alto livello” (a maggior ragione quando la soluzione a basso livello è sbagliata…). Corretto ovunque ArsTeXnica: ci vuole il comando \Ars del pacchetto guit, naturalmente. Ho anche aggiunto il logo nella tabella dei “loghi particolari” a pagina 48.
Pag. 130: Mi pare che tu abbia scambiato la definizione del titolo dell’articolo con il titolo della rivista. Vedi btxdoc.pdf.
Corretto.
Pag. 135: Spazio fra plain_ita e la parentesi aperta: plain_ita (il file…).
Corretto.
Pag. 135: $HOME/Library/texmf/bibtex/bst andrebbe sostituito con$TEXMFHOME/bibtex/bst. Infatti $TEXMFHOME è già stato definito nel capitolo 3. Invece l’indicazione data è Mac-centrica.
Corretto con “la cartella /bibtex/bst dell’albero personale”.
Pag. 140: see{Modernismo}; non manca una graffa chiusa?
Certo che manca(va): corretto.
Pag. 141: $HOME/Library/…; come nella pagina 135.
Corretto con “la cartella /makeindex/ dell’albero personale”.
Pag. 147: Spero che il commento «Ricordate Tanto…» sia scritto con intendimento ironico! Così come è scritta, la raccomandazione è falsa. I corpi, le forme, le serie dei font vanno usati con criterio per migliorare la leggibilità, non per il gusto di usarne tanti diversi. Ogni book designer che si rispetti raccomanda sempre di essere molto parchi nello scegliere le varietà di corpi, forme e serie e di eseguire i cambiamenti il più raramente possibile.
Eh, certo che è ironico! 😉
Pag. 152: del l’accento -> dell’accento. Qui sarebbe anche il caso di riferirsi alle norme UNI.
Corretto.
Pag. 153: L’apostrofo usato per gli anni va bene, per i minuti (di tempo) è errato, per i minuti (d’angolo) va bene.
Corretto.
Pag. 153: Le raccomandazioni del Migliorini (filòlogo italianista, stòrico della lingua italiana e coordinatore della Commissione di studio che ha prodotto la norma UNI sul segnaccento obbligatorio) dìcono che l’accento è obbligatorio sulle parole tronche, è vietato sulle parole piane (tranne nel suo valore fònico), è raccomandàbile sulle parole con accenti più arretrati, come le parole sdrùcciole e bisdrùcciole: peraltro l’accentosi può retrarre fino alla settùltima {stalagmìticanomisi}. Quindi si distinguerà uténsile da utensile, ma non si scriverà utensìle. Se ritieni di accettare le raccomandazioni di Migliorini, allora diversi esempi andrébbero modificati.
Mi sembra un modo di scrivere eccessivamente pedante, IMHO.
Pag. 154: L’apostrofo indica una aferesi o un’apocope; una delle due indica la caduta di lettere o di sillabe iniziali, mentre l’altra indica la caduta di sillabe o di lettere finali. Quando cadono lettere o sillabe iniziali l’apostrofo è preceduto da uno spazio: ‘sta (per `questa’). Quando cadono sillabe finali si ha sempre un troncamento che può essere marcato con un apostrofo seguito da uno spazio o da un segno di interpunzione, tranne alcuni casi, ormai non più percepiti come troncamenti, nei quali si usa l’accento, come per esempio in piè, altrimenti be’, po’, mo’, eccetera. Quando cade una sola lettera, se c’è l’elisione (una vocale elide un’altra vocale), allora questa è segnata dall’apostrofo non seguito da nessuno spazio; se c’è troncamento non c’è nemmeno l’apostrofo; il troncamento nella prosa ordinaria è diffusissimo, ma si manifesta in pochissimi casi: gli articoli maschili indefiniti e gli aggettivi ad essi equiparati, un, nessun, ciascun, eccetera. Gli altri pochi casi sono gli aggettivi qualificativi o dimostrativi equiparati foneticamente all’articolo singolare: bel, qual, tal, eccetera. In poesia o in prosa si può avere troncamento anche con i verbi all’infinito: aver, veder, andar, eccetera. In poesia si hanno maggiori libertà di troncamento, che spesso in passato venivano marcate con l’accento circonflesso:
amâro o amâr per amarono. Oggi l’accento circonflesso non si usa più, nemmeno nei casi esemplficati da Cevolani; chi scrivesse studî invece di studi, verrebbe preso per pedante o per antiquato, ma non verrebbe preso `sul serio’ (nel senso che non verrebbe preso a modello di scrittura corretta); naturalmente se uno deve riprodurre un’opera di 50 o più anni fa, quando questa consuetudine era molto diffusa, sia scrivendo a mano, sia nei documenti stampati, deve usare il circonflesso come la riproduzione esige. In un certo senso questo discorso vale anche per la dieresi, usata talvolta in poesia, specialmente nei libri didattici, per marcare la trasformazione di un dittongo in uno iato; anche in questo caso non teorizzerei sull’uso della dieresi, che è talmente rara che chi la usa, spero, sappia perché la sta usando.
Ho rivisto il paragrafo sull’apostrofo e riconosciuto obsoleto l’uso dell’accento circonflesso.
Pag. 155: Per il trattino le indicazioni sono corrette, ma non complete; infatti la regione Trentino – Alto Adige richiede gli spazi, così come li richiedono le `aggregazioni’ di locuzioni o di concetti formati da più parole.
Aggiunto. Spero che ora le indicazioni siano complete.
Pag. 157: Il rientro del primo capoverso di un paragrafo non è così costante come la parola `tradizione’ farebbe supporre. In particolare il testo di Fabrizio Serra “Regole editoriali, tipografiche & redazionali”, (citato anche fra i libri raccomandati nel sito di GuIT) afferma categoricamente che il primo capoverso non deve essere rientrato; specica come gli altri capoversi debbano essere rientrati, quando e di quanto: indica il rientro costante di 3,5mm oppure di un quadratone. Ma è molto categorico circa l’assenza di rientro del primo capoverso. D’altra parte lo scopo del rientro è quello di marcare l’inizio di un nuovo capoverso, anche quando la fine del capoverso precedente non è evidente perché la sua ultima riga termina a filo del margine destro. ma il primo capoverso non è mai preceduto da un altro capoverso, quindi non necessita del rientro. Questo vale anche quando i capoversi non sono rientrati mai, ma distinti da uno spazio verticale (una
interlineatura) fra la fine di un capoverso e la prima riga del successivo (pratica sconsigliata da Serra); anche in questo caso il primo capoverso non è preceduto da nessuna interlineatura particolare.
Come ho detto prima, ho corretto trasformando la locuzione “tradizione” in una più blanda “consuetudine spesso seguita”.
Pag. 158: Primo “bullet” la frase va corretta in: “per numeri inferiori o uguali a dieci si tende ad usare le lettere, mentre per numeri superiori a dieci le cifre”, altrimenti il primo “bullet” è in contrasto con il secondo “bullet”. Diversi book designer indicano estremi diversi (del tipo “Minori di 100” rispetto a “maggiori di 100”, ma dipende molto dalle lingue usate).
Corretto.
Pag. 160: A parte in questi casi -> A parte questi casi.
Corretto.
Pag. 160: Non userei l’espressione “punto di troncamento” ma “punto di abbreviazione”. Il troncamento è un’altra cosa.
Corretto.
Ci sarebbero altre osservazioni di minor conto da fare, ma siccome si tratta di gusti e non di verità assolute, cerco di non appesantire questo messaggio e di evitare di essere troppo pedante.
Nel rinnovarti i miei complimenti, ti saluto molto cordialmente.
Come faccio a ringraziarti per una correzione così dettagliata e competente? 🙂
Questo, per ora, è tutto.
Donec corrigatur. 😉
A presto,
Lorenzo