Re: “L’arte di scrivere con LaTeX”

#23094
lorenzo.pantieri
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    Ciao a tutti, di seguito riporto le modifiche relative alla versione di febbraio 2009.

    http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf

    1. Una piccola modifica al look and feel complessivo del documento: i link ai riferimenti bibliografici sono ora in verde.

    2. A pagina 67, nel paragrafo sulla revisione finale, ho aggiunto la seguente precisazione:

    Se si adopera il comando \looseness =1 è consigliabile inserire uno spazio insecabile (~) fra le ultime due parole del capoverso o racchiudere l’ultima parola in \mbox : questi accorgimenti servono per evitare che l’ultima riga del capoverso “allungato” sia troppo corta (ad esempio, che sia costituita soltanto da una breve parola o da una sillaba), il che produrrebbe un effetto estetico non molto gradevole. Tutto ciò può funzionare purché il capoverso sia abbastanza lungo, in modo che LaTeX abbia sufficiente spazio di manovra. Un capoverso breve, salvo casi fortunati, non è idoneo per questi trucchi di impaginazione: di solito servono almeno una decina di righe ed è necessario che, nella composizione normale, l’ultima riga sia quasi piena. Questo capoverso è stato composto con \looseness =1 e ha effettivamente una riga in più rispetto alla composizione ottimale che si avrebbe senza quel comando. Va tenuto presente che il trucco non funziona sempre e bisogna essere pronti a modificare il testo per ottenere l’effetto desiderato.

    3. Ho spostato il paragrafo “vedove e orfani” dall’appendice sulle norme tipografiche dell’italiano al paragrafo sulla revisione finale, a pagina 67. Ho anche aggiunto una menzione al comando \pagebreak.

    In tipografia, si usa chiamare “orfano” una riga solitaria in fondo alla pagina (tipicamente, la prima riga di un capoverso) e “vedova’’ una riga solitaria in cima alla pagina seguente (tipicamente, l’ultima riga di un capoverso). Entrambi questi casi andrebbero evitati, facendo in modo che ci siano almeno due righe di uno stesso capoverso sia in cima che in fondo a ogni pagina. LaTeX è già programmato per ottenere questo effetto, ma a volte può essere necessario un intervento “manuale” dell’utente.

    Oltre agli strumenti presentati in questo paragrafo, per eliminare una riga “orfana” può essere utile scrivere il comando \pagebreak prima del capoverso che dà problemi. Il comando \pagebreak consente di interrompere una pagina, lasciando anche (a differenza di \newpage, che comincia semplicemente una nuova pagina) che LaTeX cerchi di giustificarla verticalmente. Se c’è abbastanza spazio bianco nella pagina, il risultato che si ottiene è generalmente buono.

    4. A pagina 120 ho rivisto la parte sugli apici e pedici in tondo, consigliando \textup al posto di \mathrm.

    I pedici e gli apici letterali vanno scritti in corsivo matematico se rappresentano quantità variabili (cioè se sono dei simboli), o in tondo se rappresentano delle apposizioni di una grandezza fisica (cioè se sono semplice testo). In quest’ultimo caso si usa il comando \textup.

    A differenza di \text, le parole dentro a \textup vengono sempre composte in tondo, e non con il font “attuale”, cioè quello in vigore fuori dalla formula: perciò se il contesto è in corsivo, il risultato di \textup è in tondo. A differenza di \mathrm, il comando \textup mantiene permette di usare gli spazi e gli accenti, impiega la famiglia di font corrente (che potrebbe essere diversa da quella scelta da \mathrm ) e, se il contesto è in neretto, produce correttamente un risultato in (tondo) neretto.

    5. A pagina 170, nell’appendice sulle norme tipografiche dell’italiano:

    L’iniziale maiuscola, oltre che all’inizio del periodo, si usa solo per i nomi propri. Questo è l’uso italiano, che contrasta con la consuetudine di altre lingue. A parte il tedesco, dove tutti i sostantivi sono scritti con l’iniziale maiuscola, in inglese c’è l’abitudine di usare l’iniziale maiuscola, per esempio, nei nomi dei mesi e delle stagioni, nei nomi di alcuni settori disciplinari (ad esempio “Electrical and Electronic Engineering”, “Information and Communication Technology”, …), nei titoli degli enunciati matematici menzionati all’interno di una frase (“Theorem 1”, “Lemma 2”, “Algorithm 3”), negli aggettivi che indicano la nazionalità e nelle parole “principali” — ovvero diverse da articoli, congiunzioni e preposizioni, che (ad eccezione della prima parola) rimangono in minuscolo — che compongono i titoli di un libro (in italiano scriviamo “I promessi sposi”, ma in inglese troviamo “The Betrothed” con due maiuscole iniziali). Allo stesso modo, non si usa la maiuscola nell’abbreviazione di figura, tabella, eccetera, come avviene invece regolarmente in inglese; non solo, ma in italiano si fa riferimento ad una figura, una tabella, o simili, mediante la preposizione articolata, e quindi si scriverà correttamente “Come si vede nella figura 14”, e non “Come si vede in Fig. 14”.

    La frase

    nei titoli degli enunciati matematici menzionati all’interno di una frase (“Theorem 1”, “Lemma 2”, “Algorithm 3”)

    mancava, nella versione precedente.

    6. A pagina 170, nell’appendice sulle norme tipografiche dell’italiano, ho aggiunto il seguente passo sui barbarismi:

    Va stigmatizzata l’usanza (pessima, ma sempre più diffusa) di “tradurre” le parole straniere in maniera goffa, orecchiando l’originale. Ne risultano termini che non esistono né in una lingua né nell’altra, ma che a forza di essere utilizzati acquistano quasi una “patente di credibilità”. Qualche esempio:
    proattivo, dall’inglese proactive, impropriamente usato nel senso di “propositivo”, mentre significa “capace di anticipare futuri temi, problemi”;
    monitorare, dall’inglese to monitor, ovvero “tenere sotto controllo”;
    promozionare, quando c’è l’italiano “promuovere”;
    testare, al posto dell’italiano “provare”, “verificare”;
    confidenzialità, che in italiano non esiste, ma che è diventato sinonimo di “riservatezza”, dall’inglese confidential;
    educazione, impropriamente usato nel senso di “formazione”, dall’inglese education;
    compagnia, quando “azienda” o “impresa” vanno benissimo;
    approcciare (un tema, un problema), può essere facilmente sostituito con “affrontare”, tanto più che in inglese to approach significa semplicemente “avvicinare (qualcuno)”.

    7. A pagina 173, sconsiglio l’uso di xfrac e nicefrac:

    Una scrittura del tipo $\sfrac{3}{4}$, che si può ottenere con pacchetti come nicefrac o xfrac, è invece sempre sconsigliabile (l’unica possibile eccezione è se la frazione si trova all’interno di un libro di cucina).

    8. Nella bibliografia, ho aggiornato l’anno di edizione della Breve guida ai pacchetti di uso più comune, del Prof. Gregorio: l’ultima versione disponibile è del 2008.

    Ciao,
    L.

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