Re: [OT] Lingua italiana: la “d” eufonica

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Ciao a tutti. Riporto dall’ultima versione dell’Arte:

Nella lingua italiana (parlata e scritta), la “d” eufonica è un fenomeno che implica l’aggiunta finale della lettera “d” ad alcune particelle, qualora l’incontro vocalico con parole che iniziano per vocale crei cacofonie o difficoltà di pronuncia. Nell’italiano moderno scritto, l’uso della “d” eufonica dovrebbe essere limitato alla congiunzione “e” e alla preposizione “a”, nei casi in cui precedano parole che iniziano rispettivamente per “e” e per “a” (ad esempio “ed ecco”, “ad andare”, “ad ascoltare”), e a forme consolidate come “ad esempio”.

Anche nella guida di Beccari viene riportata la sola locuzione “ad esempio” come eccezione alla regola di evitare la “d” eufonica se non nei casi di scontro di vocali uguali.

In realtà, spulciando su Internet, ho trovato altre forme consolidate in cui andrebbe usata la “d” eufonica, oltre alla locuzione “ad esempio”.

Sono normalmente scritte con la “d” eufonica alcune espressioni, come “ad esempio”, “ad esso/i”, “ad essa/e” “ad ogni”, “ad opera”, “ad oggi”, “ad uso”.

Posto che regole ferree qui non ce ne sono, che cosa faccio? Quali altri termini aggiungo all’elenco? In particolare “ad esso” mi sembra bruttino (si può confondere con “adesso”), mentre “ad essa” forse può starci.

Linguisti del forum, a voi!

Non linguista, bensì feroce avversario della “d” eufonica, impostaci da grammatiche antiquate alle scuole elementari. Poi succede che, scrivendo, ci si faccia condizionare da quegli insegnamenti, avvenuti quando il cervello era in fase molto plastica, e si arrivi a obbrobri come un “od ad uno” che mi capitò di leggere.

“Ad esso/i/a/e” mi pare orrido. “Ad opera” e “ad oggi” sono burocratici, “ad uso” è inqualificabile. 🙂 “Ad esempio” è stato bandito dalle mie espressioni con decreto di qualche anno fa.

Purtroppo i toscani non sono capaci di pronunciare certi incontri di fonemi e hanno imposto al resto d’Italia la loro incapacità. 🙂 Eppure lingue come il tedesco ci dimostrano che incontri di vocali o consonanti “strani” non hanno alcuna difficoltà di pronuncia, basta un pizzico di allenamento. Dov’è la difficoltà di dire “un s-ciopo”? (Il trattino indica che non si deve usare il suono š, una trascrizione “fonetica” sarebbe “unsčopo”, in italiano “un fucile”). Eppure i toscani pronunciano “scervellato” con il suono “š”. 🙄

Si potrebbe ampliare con le questioni sugli articoli davanti a parole “straniere”: “pneumatico”, per esempio. Io trovo che pronunciare “gli pneumatici” sia molto più complicato che “il pneumatico”. Ma se decidiamo che si dice “lo pneumatico”, quale legge suprema impone l’uso di “gli”? Se la questione è eufonica, si dica “lo pneumatico” e “i pneumatici”. Per finire, “i gnocchi” li mangio, “gli gnocchi” no. 😀 Influenze regionali? Forse. In veneto l’articolo è “el/i”, davanti a qualsiasi parola.

Ciao
Enrico

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