Re: “L’arte di scrivere con LaTeX”

#23234
lorenzo.pantieri
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    ::

    il fatto che sia cercabile nel documento diciamo che è abbastanza irrilevante per un utente finale. Secondo me stona un po’.

    Non sono d’accordo su questo. Anche se stiamo parlando di finezze, un utente potrebbe cercare il simbolo di ° in un PDF creato con LaTeX; non trovarlo potrebbe essere una (piccola) seccatura, o comunque una fonte di perplessità. Il caricamento di textcomp risolve il problemino. Dunque: si carichi textcomp ogni volta che si devono inserire dei gradi (Celsius o sessagesimali), e amen.

    Aggiungo solo che: siunitx è certamente un ottimo pacchetto, completo, etc, il cui utilizzo merita di essere consigliato, ma (e ancora penso alla povera zanzara) qualora non ci sia necessità di scrivere molte udm e comunque ci si accontenti di comporle con il metodo “veloce”
    `\SI{23.4}{s^{-2}} `
    lo stesso identico risultato può essere ottenuto con
    `23.4\unit{s^{-2}} `
    avendo caricato il pacchetto babel con l’opzione italian, risparmiandosi un paio di graffe ed un ‘usepackage’ .

    C’è del vero in quello che scrivi (e infatti nell’Impaziente non menziono neppure il pacchetto siunitx). Però, una volta fattaci l’abitudine, siunitx può essere utile. Innanzitutto perché consente, se lo si desidera, di cambiare convenzione tipografica con un’unica modifica nel preambolo, evitando di modificare una per una le unità di misura. Poi, perché si occupa da solo di inserire le spaziature corrette. Ancora, perché può aiutare l’utente ad evitare errori: ricordo un mio professore all’università che per indicare i gradi Kelvin usava talvolta il simbolo (scorretto) °K (con il tondino). Usare
    `\kelvin`
    oppure
    `\celsius`
    aiuta ad evitare sviste di questo genere. Fra l’altro, la sintassi di siunitx è più semplice di quella del “vecchio” SIunits. In ultimo, usare siuntix è in linea con un principio di base che ispira l’Arte, ovvero quello di privilegiare le soluzioni “a più alto livello” rispetto a quelle manuali o meno specializzate.

    L’importante è che la guida suggerisca la soluzione migliore.[

    Proprio così. Per le ragioni viste, credo che la soluzione migliore, per un utente che mira ad una composizione “d’arte”, sia usare in coppia siunitx e textcomp.

    Alla prossima, e scusate, ancora una volta, il disturbo…

    Scherzi? Non ci avevo fatto caso prima, ma il problema che hai sollevato (l’impossibiltà di cercare il simbolo di ° in un PDF creato con LaTeX senza textcomp) è reale: sul mio Mac succede così. Ora quel passo dell’Arte è più completo. Grazie a te per aver sollevato il problema, ad Enrico per averlo sviscerato nei minimi dettagli e a Francesco per aver indicato subito la soluzione.

    Ora un’altra questione. Mi scrive Daniele, utente all’inizio della sua avventura con LaTeX:

    Non sapevo che nelle tabelle non fossero da disegnare le righe verticali… e me ne domandavo la ragione!

    In effetti, fino ad ora mi ero limitato a presentare le regole generali che è opportuno seguire nella composizione delle tabelle (niente righe verticali, usare il minor numero possibile di filetti orizzontali, …), senza neppure accennare alla loro motivazione. Il dubbio di Daniele è legittimo, anche se credo che la domanda andrebbe rovesciata: non si tratta di capire perché le tabelle ben composte abbiano “così pochi” filetti, quanto piuttosto di comprendere perché quelle mal composte ne abbiano così tanti. La causa è, naturalmente, dovuta alla (pessima) abitudine di comporre le tabelle come se fossero fogli elettronici. In un foglio elettronico ci sono le celle (che lì hanno il loro perché), ma una tabella ben composta è un’altra cosa. Ho appena aggiornato l’Arte, accennando alla cosa (pagina 76):

    Così vuole la tradizione tipografica, che contrasta con l’(ab)uso, purtroppo diffuso negli ultimi tempi, di comporre le tabelle come se fossero parti di un foglio elettronico. Per capire l’importanza del rispetto delle regole generali si confrontino le tabelle 8 e 9.

    Spero di aver reso ora quell’affermazione un po’ meno “dogmatica”.

    Alla prossima,
    L.

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