Re: BiBLaTeX per l’italiano: traduzione dei campi

#40640
lorenzo.pantieri
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    Secondo me l’equivoco sugli stili verbose nasce dal fatto che si dà per scontato che implichino l’assenza di una bibliografia finale.

    No, secondo me lo stile autore-titolo è (un po’!) scomodo sempre, anche in presenza della bibliografia finale (con Eco, peraltro, ritengo quest’ultima sempre necessaria, qualunque sia lo schema adottato).

    E’ scomodo cercare in fondo alla pubblicazione, per ogni citazione, a cosa corrisponde “Rossi (1984)”, Invece “Rossi, Quel saggio là cit.” occupa pochissimo spazio in più (BibLaTeX sa come usare il field “shortTitle”) e richiama immediatamente alla mente di cosa si tratta, visto che verosimilmente l’abbiamo citato poche pagine fa.

    Ricordo una cosa importante, che mi pare spesso sfugga ai LaTeXiani scientifici: spesso in ambito umanistico il riferimento o il rimando bibliografico (ossia come dicono tutti con un termine improprio, la “citazione”) non “corrisponde” a una nota, ma è CONTENUTA in una nota […].

    La scomodità nasce dal fatto che una nota la piede interrompe (direi per definizione) il flusso del discorso principale. Una pagina con tante/tantissime note al piede è scomoda da leggere. Questo lo osserva anche Bringhurst, che consiglia addirittura di eliminare le note al piede, per aumentare la leggibilità del documento.

    Ecco perché, potendo scegliere, preferisco lo stile autore-anno (nella variante di Ivan, che trovo straordinariamente ordinata e leggibile) allo stile autore-titolo.

    In definitiva, propongo lo sviluppo NON di un unico stile (che trovo decisamente un idea limitativa!) ma di un pugno di stili di base (non più di 5, l’ideale sarebbe 3), dai quali ciascuno si farebbe tramite opportune modifiche, il proprio.

    Forse uno stile espressamente pensato per la pubblicazione on-line (pdf o html) sarebbe utile, e potrebbe stabilire rapidamente uno standard.

    Ma quanto conta davvero tutto ciò? Per me, non molto.

    Il fatto è che gli stili bibliografici sono tanti, variano in base alla propria disciplina e ai gusti dell’autore. Addirittura (e questo credo che tagli la testa al toro) a volta lo stile è imposto dall’editore: se vuoi pubblicare un libro per l’editore x, devi usare lo stile y; se vuoi scrivere un articolo per la rivista z, devi usare lo stile t; fine della storia. (Lo stesso vale per ArsTeXnica, che ha il suo stile bibliografico). Questo, ovviamente, è un bene: una rivista frutto di contributi di autori diversi (o una collana di libri scritti da più autori), per essere omogenea, deve imporre a tutti uno stile, che riguarda tutto: i font, i margini, il modo con cui sono composti i titoli delle sezioni e le didascalie; lo stile bibliografico fa parte delle stile del documento.

    Per me, dire che bisognerebbe usare un unico bibliografico stile equivale a dire che bisognerebbe usare un unico font (o un unico stile di pagina; o dei margini fissi uguali per tutti)… Fuori discussione.

    Certo, ci sono le norme ISO-UNI. In Italia esistono delle norme UNI che prescrivono uno stile bibliografico da usare in certi documenti (perizie, documenti legali, …)? Immagino di sì. Bene, chi deve scrivere un documento “ufficiale” (una perizia, un documento legale, …) è bene che vi si attenga (e gli farebbe comodo avere un .bst o un .bbx/.cbx per riprodurre quello stile). Gli altri (piaccia o no) sono liberi di fare più o meno quello che vogliono.

    Peraltro, la comodità di usare (bib)LaTeX sta nel fatto di avere un sorgente .tex praticamente indipendente dallo stile bibliografico utilizzato: basta cambiare una riga nel preambolo, ricompilare, e il documento può cambiare completamente lo stile, se necessario. Questa mi sembra davvero la forza di LaTeX (invece di poter scrivere con uno unico stile, che peraltro non sarebbe/non potrebbe uno standard: chi siamo noi per dire “le cose devono essere così”?)

    Ciao,
    L.

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