Ciao,
leggendo i contributi di Ivan, Lorenzo e Piero penso che alla fine sono d’accordo con tutti, perché esprimono esigenze diverse che stanno su piani distinti.
Secondo me le varie posizioni espresse sottolineano diversi aspetti del problema generale di fondo, cioè che nel campo della redazione delle bibliografie non si è mai arrivati alla definizione di veri standard internazionali, come è invece avvenuto nel caso della redazione dei record catalografici, a partire dai Principi di Parigi (1961) in poi. Nel campo delle bibliografie, le norme ISO o UNI non sono realmente decollate. Invece, negli anni ’60-’70 la comunità professionale dei bibliotecari catalogatori ha partecipato compatta ai convegni e successive azioni che hanno portato alla redazione di standard catalografici internazionali, realmente applicati. Questo non è successo per le bibliografie e i motivi sono abbastanza chiari. Proprio il confronto con il caso della nascita degli standards catalografici internazionali serve, perché è un esempio molto vicino, a capire che cosa non è finora successo e forse non potrà mai succedere nel caso delle bibliografie, per cui conviene rifletterci sopra. La comunità dei catalogatori fa riferimento a una sola associazione professionale internazionale: l’IFLA, responsabile anche della redazione di standard internazionali, della loro revisione ecc.. Invece le bibliografie le fanno gli autori, che sono distinti in tante comunità professionali. Di qui l’inevitabile moltiplicazione degli stili perché le comunità sono distinte dall’ovvia natura specifica degli ambiti di studio e dei metodi applicati. Inoltre la professione dei bibliotecari è basata non solo sul possesso e la condivisione di regole tecniche ma anche, e per alcuni soprattutto, sulla condivisione di valori ideologici che comprendono tra l’altro anche la cooperazione basata sullo scambio di records bibliografici. Invece la comunità scientifica dei ricercatori è sì internazionale: ma servendosi degli editori deve sempre fare i conti con un quadro operativo non aperto. La professione degli editori è regolata dai meccanismi dell’iniziativa privata: quindi è anche sottoposta alle leggi della concorrenza e non prevede cooperazione.
Risultato: non esistono né veri standard nazionali, né tantomeno internazionali. Invece esistono:
1) per la gestione dei riferimenti bibliografici nel testo due “stili” generali: a) riferimenti nel testo (del tipo autore-anno; oppure del tipo numero o sigla alfanumerica) e b) riferimenti fuori dal testo perché messi in nota
2) per la gestione delle bibliografie molti “stili” specifici definiti in genere da editori di libri e testate scientifiche.
La scelta dello “stile” usato per la gestione dei riferimenti bibliografici nel testo, in genere segue le tradizioni sviluppatesi nei vari campi disciplinari. Invece lo stile delle bibliografie è definito da chi pubblica.
Per cui mi trovo d’accordo con Lorenzo quando ricorda che un autore ricercatore non può mai usare lo stile che vuole, ma sia per abitudine, sia per costrizione si uniforma allo stile dell’editore di libri/periodici con cui pubblica, per cui non si pone problemi.
Per questo una definizione razionalistica/prescrittiva di quale stile sia meglio rischia di rimanere una discussione teorica. Non dico che sia una discussione inutile: ha senso dal punto di vista di una riflessione/esplcitazione delle distinte esigenze delle discipline (giusto quindi quello che scrive Piero sull’adeguatezza dell’uso delle note per i testi umanistici) e può avere un senso anche sul piano personale di una riflessione/giustificazione delle proprie preferenze, ma tutto questo rimane in astrattato perché non può avere conseguenze sul piano pratico della concreta pubblicazione perché a quel punto l’autore non ha più facoltà di scelta. Prendiamo per es. i libri italiani di editori come Einaudi, Bollati Boringhieri o Il Saggiatore: nel caso delle citazioni da articoli, tutti usano mettere il titolo dell’articolo in corsivo, mentre il titolo del periodico è tra virgolette. Che è esattamente il contrario di quello che prevede il Chicago Manual of Style e di quello che effettivamente si vede nei libri/articoli pubblicati da editori in USA e Inghilterra. Ora è chiaro che se un ricercatore italiano pubblica in Italia si adegua, se pubblica all’estero idem, qualsiasi siano le sue preferenze. Sotto questo profilo stabilire delle regole prescrittive è sia impossibile (=senza conseguenze pratiche), sia privo di interesse per il ricercatore che pubblica.
Però allo stesso tempo anche il punto di vista di Ivan è giusto: effettivamente la presenza nella cultura angloamericana di manuali come il Chicago Manual of Style è stata importante per ispirare editori e università nell’uso di regole definite che alla fine sono piuttosto omogenee e non basate sulla improvvisazione.
Il secondo uso più importante del Chicago Manual of Style è consistito nell’ispirare agli atenei angloamericani nella redazione di istruzioni precise da fornire agli studenti al momento della preparazione della tesi. Sotto questo profilo anche il Turabian Manual dedicato espressamente agli studenti, è stato importante. Inoltre nelle università angloamericane si crea prima del momento di scrivere la tesi la sensibilità adatta insegnando l’importanza di citare sia per dimostrare su che fonti (primarie o secondarie) si basa il proprio ragionamento, sia per riconoscere la paternità intellettuale e non infrangere la normativa sul diritto d’autore. Ma questo tipo di insegnamento, che in USA/Inghilterra è ricompreso insieme ad altre cose in quella che si chiama Information literacy, nelle università italiane è molto poco diffuso. Direi quindi che in Italia ci sarebbe innanzitutto da lavorare per far capire l’importanza della citazione e di qui l’importanza di come trattarla.
A questo punto farei una lista di quello che manca oggi in Italia che va oltre al discorso sul manuale ideale:
1) le Università (credo tutte, almeno per quanto mi risulta) non redigono istruzioni generali per la redazione delle tesi. Al massimo esistono regolette iimpartite dai singoli docenti (il che è una riconferma anche da questo punto di vista dello stato un po’ anarchico e un po’ fai da te delle università italiane, dove tutto viene deciso/imposto dal singolo docente, rispetto a quelle angloamericane: neppure in campo scientifico siamo sempre in grado di capire il rispetto di regole generali).
2) le Università non insegnano che cos’è la citazione e perché è importante impartendo agli studenti corsi generali dove si insegnano a tutti le stesse cose (conseguenza dell’assenza del punto 1)
3) non esiste un manuale generale come il Chicago Manual of Style che faccia da base per le istruzioni specifiche definite da editori e università e neppure un manuale come il Turabian Manual espressamente dedicato alla gestione delle bibliografie per le tesi;
4) più vicino ai Topic del forum: a causa dei problemi da 1 a 3 gli studenti (e gli autori) sono poco inclini a capire l’enorme importanza della gestione dei riferimenti bibliografici e dello stile bibliografico tramite software appositi e pacchetti come LaTeX, e questo perlomeno al di fuori del ristretto ambito delle discipline legate alla matematica; ma neppure esistono istruzioni più generali: per es. non credo che in Italia nessun opuscoletto insegni la grande utilità dell’uso di Zotero in primis per crearsi un proprio database di riferimenti. È vero che alcune università hanno acquistato RefWorks: ma Zotero è gratuito e comunque diverso (e a mio parere molto più efficace sotto tanti profili).
5) in italiano non esistono al momento una serie di istruzioni semplici per personalizzare biblatex, almeno per imparare a effettuare le modifiche di base (tipo: come si fa a togliere la preposizione in:, come avere in corsivo anche i titoli degli articoli ecc.). L’unico esempio che conosco di una pubblicazione dedicata alla personalizzazione di biblatex è l’articolo (in tedesco) “Bibliographien erstellen mit biblatex (part 2)” di Dominik Waßenhoven del 2008, raggiungibile da qui: http://biblatex.dominik-wassenhoven.de/download/DTK-4_2008-biblatex-Teil2.pdf
Io quindi direi che quello che sarebbe più utile sarebbe cominciare per gradi. Per es. da un manuale che non sia tutto basato sulla definizione di una norma, ma piuttosto sia composto da varie parti:
1. sugli stili di citazione (al plurale) che faccia capire che cosa sono, perché sono tanti, in che ambiti disciplinari sono diffusi e quali sono i vantaggi/svantaggi che hanno i due stili fondamentali per la gestione dei riferimenti bibliografici: nel testo e fuori dal testo. Far riflettere gli dtudenti (i ricercatori di domani) sulle diverse consuetudini sviluppate nelle disciplòine screntifiche mi pare molto importante perché la ricerca e la comunicazione scientifica sono anche attività sociali.
2. dopo l’excursus sugli stili si possono anche fornire alcune raccomandazioni su soluzioni che appaiono più logiche, o che sono più diffuse (in una certa disciplina), o che consentono di aggiungere utili elementi (come per es. le note previste dagli stili di Ivan)
3. i software: dare indicazioni sui software come Zotero con cui crearsi il database dei riferimenti bibliografici.
4. il testo: dimostrare l’utilità del LaTeX e quindi di biblatex per gestire facilmente la gestione dei riferimenti in un testo. Questa quarta parte potrebbe essere:
4.1: una specie di apologia/dimostrazione dei vantaggi di LaTeX per la gestione delle bibliografie, sulla falsariga di quello che ha fatto Dario Taraborelli con il suo The Beauty of LaTeX dedicato ai font: http://nitens.org/taraborelli/latex
4.2: una dimostrazione dei vantaggi specifici di biblatex
5. Appendice: istruzioni generali sulle personalizzazioni più semplici degli stili di default forniti con il pacchetto biblatex.
Però per scrivere un manuale bisogna anche capire a chi è diretto: secondo me il ricercatore non ne ha bisogno perché deve uniformarsi allo stile dell’editore; invece ne ha bisogno lo studente universitario perché non esistono regole di Ateneo e perché deve capire l’importanza di tutto il discorso, che va oltre la questione degli stili e riguarda anche le differenze tra le singole comunità scientifiche.
Questa è una proposta diversa da quella iniziale di Ivan. Meno ambiziosa ma più specifica e che vorrebbe rispondere ad alcuni problemi immediati.
Che ne dite?
pierfranco