Re: Accento grafico su «i» e «u»: grave o acuto?

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In realtà è una «questione» strettamente ortografica (anche se, come spiegherò piú avanti, un riscontro tipografico c’è).

Lei dimostra d’ignorare le piú elementari nozioni di storia dell’ortografia: nei testi antichi sette-ottocenteschi s’imbatterà solo in accenti gravi, che, indipendentemente dal fonema, erano gli unici impiegati sugli ossitoni; l’accento acuto —mutuato dal francese— fu introdotto per necessità diacritiche e lessicografiche dalla Crusca per disambiguare le coppie unidivergenti, posto sulle vocali chiuse (quindi limitatamente a [e] ~ [E] e [o] ~ [O]; e.g. «pésca» e «pèsca», «cólto» e «còlto»).

Tuttavia, le vocali «i» e «u», come peraltro ricordato nel saggio di Paolo Matteucci, sono naturaliter chiuse; pertanto una logica ferrea vorrebbe che queste, quando accentate, presentassero l’accento acuto e non grave (proprio piuttosto delle vocali aperte), come argomentato da linguisti, lessicografi e fonetisti.

La scelta ultima dell’accento grave per le vocali in oggetto dipende da un eccesso di «riverenza» per la tradizione ortografica, che, come ho ricordato, prevedeva solo questo tipo di accento (anche su [e] e [o]; si veda un qualsiasi testo leopardiano: fioccheranno i «perchè»).

L’uso dell’acuto su i, in particolare, comporta un vantaggio tipografico: la legatura «f»-«i» si rende necessaria per evitare l’inestetica «collisione» del puntino della i e della barra orizzontale della f; l’accento grave, ovviamente, implica automaticamente lo scontro; non cosí l’acuto, che «fugge» verso l’esterno (e.g. «scalfí»).

Infine, tacendo —pur malvolentieri— sulle competenze linguistiche di Paolo Matteucci, vorrei ricordare che tra gli autori citati compaiono linguisti del calibro di Luca Serianni e fonetisti del calibro di Luciano Canepàri.

Insomma, il suo tono un po’ «infocato» non aveva ragion d’essere. La prego di leggere piú accuratamente il testo segnalato prima d’esprimere simili opinioni, grazie.

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