Per il momento gli stili philosophy adottano la convenzione maggiormente diffusa in italia, che prevede appunto quel raddoppio consonantico. Per il futuro, tuttavia, sto valutando l’ipotesi di tenere “p.” sia per il singolare che per il plurale. Infatti tale consuetudine non ha alcuna utilità, oltre a diventare comica in alcuni casi: figg., tabb., sezz. Diciamo che ha “senso” solo in ambito giuridico, dove, purtroppo, scrivere si “vedi art. 15, 16” potrebbe portare all’obiezione che si tratta di espressione ambigua perché “art.” è singolare e gli articoli invece sono due 😯
Ricordo che il manuale di stile attualmente più diffuso in italia (di R. Lesina, Zanichelli) non prevede le forme plurali delle abbreviazioni. Non so che si dica sul recentissimo Dizionario di stile e scrittura (Zanichelli).Ciao
Ivan
Riporto dal recentissimo dizionario menzionato da Ivan:
1.2 Plurale
Di norma la forma abbreviata serve per indicare sia il singolare sia il plurale. Di un ristretto numero di abbreviazioni esiste però una forma plurale ormai consolidata nell’uso e ottenuta raddoppiando una consonante, come ad esempio in s. (santo) e ss. (santi).
Per alcune abbreviazioni di carattere bibliografico si riscontrano entrambi gli usi (ma si tende a usare una sola forma per singolare e plurale). Si avrà quindi:p. [pagina] pp. [pagine]
sg. [seguente] sgg. [seguenti]
vol. [volume] voll. [volumi]Oppure:
p. [pagina, pagine]
sg. [seguente, seguenti]
vol. [volume, volumi]Per le denominazioni abbreviate di enti e istituzioni, è bene invece controllare quale sia la forma ufficiale usata:
PT [Poste e Telecomunicazioni; anziché il desueto PP.TT.] FF.AA. [Forze Armate]
Ma guardate su http://it.wikipedia.org/wiki/SS_(disambigua) quanti ss ci sono! 😀
Ciao
Tommaso