Per quanto riguarda le ragioni di usare suftesi e i possibili paragoni con classicthesis e memoir, posso dare la mia testimonianza esterna di “principiante di lunga data” a cavallo fra scienze umane e scienze esatte.
Classicthesis è assolutamente la veste più elegante e più “umanistica” possibile per una tesi “scientifica”, ma il punto è che anche suftesi permette di avere un aspetto simile a quello degli Elements, dunque più “da scienziati” e al contempo elegante. L’inverso pero’ non vale: classicthesis non va per niente bene per una “vera” tesi umanistica: nessun relatore “letterato” accetterebbe una tesi in storia dell’arte, in filologia, in giurisprudenza che si presenti in una veste editoriale siffatta (i titoli e i numeri dei capitoli ad esempio…). Phaidon, Einaudi, Bompiani, Adelphi, Seuil, hanno tutte vesti editoriali molto diverse ma certo nessuna di queste case editrici si azzarderebbe a pubblicare qualcosa che assomigli a classicthesis.
Prima di scoprire suftesi avevo fatto una prova di impaginazione con classicthesis e mostrato il risultato alla mia ragazza (prof di teatro parigina e normalista: il test ideale per una veste tipografica che si voglia “letteraria”): ha gridato che mi vietava di scrivere una tesi di dottorato talmente pacchiana, che era orribile, etc. Ho provato a modificare classicthesis da solo per renderla più “umanistica”, per poi scoprire, dopo sforzi infiniti, che il risultato che avevo in testa esisteva già, ed era appunto suftesi…
Altro punto fondamentale: xelatex, che è incompatibile con classicthesis, diventerà (o dovrebbe diventare) sempre più imprescindibile per un umanista. Una “vera” tesi umanistica ha bisogno di facilità nella selezione dei font non latini e di buona gestione dell’apparato di note e dei dati bibliografici, esattamente come una tesi scientifica ha bisogno di una buona gestione dei simboli matematici, delle definizioni, dei teoremi, o della numerazione delle equazioni. L’isomorfismo fra questi due livelli è patente, nelle rispettive pratiche scientifiche: se una tesi di logica presenta la definizione degli interi di Dedekind ben formalizzata e tramite l’ambiente “Definizione”, significa che essa si rivolge (o pretende di rivolgersi) a dei lettori “scienziati”, se invece scrivo per dei lettori “umanisti” (storici “puri” o della scienza, “veri” filosofi, epistemologi, etc) allora per non tagliare il filo discorsivo darò la definizione esatta magari in nota a piè di pagina, con tanto di riferimento bibliografico, sacrosanto e esaustivo (edizioni originali, tradotte, ristampe, etc). In lettere avere i dettagli bibliografici precisi e esaustivi è esattamente come in scienze avere i dettagli rigorosi di un risultato citato (enunciato, idea della dimostrazione, etc). La parte relativa a citazioni e bibliografia è il vero lavoraccio d’ogni tesi umanistica seria: dovreste vedere la faccia che fanno i miei colleghi umanisti quando spiego che le mie citazioni bibliografiche in nota, con i nomi in maiuscoletto e con i titoli lunghi e brevi, gli ibid. e gli op. cit., tutti al posto giusto, che tali note bibliografiche dunque si fanno “da sole”, contemporaneamente alla bibliografia finale e all’indice dei nomi citati. Anche lì, incomparabilmente meglio biblatex di bibtex, e una volta che si usa biblatex usare biber, polyglossia e quindi xelatex diventano delle scelte quasi consequenti.
Stesso discorso per le lingue antiche: scrivere il greco in betacode è come fare diagrammi in xypic: non usare xelatex per un linguista o un filologo è come obbligare uno scienziato che non sia un geometra a fare tutti i suoi schemi alla maniera di xypic senza poter inserire dei jpeg, dei eps o dei pdf fatti da altri programmi…
Se classicthesis non è adatta a delle tesi umanistiche (veste non abbastanza “discreta”, incompatibilità con xelatex…) resta la scelta fra le classi classiche (book, report), memoir e suftesi. Penso che pedagogicamente sia meglio usare, almeno all’inizio, una classe bella ma essenziale e rigida come suftesi, che dia una esempio di layout bellissimo (da studiarsi dando un’occhiata al codice, che non è lunghissimo e chiama pochi pacchetti importanti) impossibile da ottenere da un principiante a partire da book, e lasci al contempo la libertà di usare quel che si vuole (o si deve) per tutto il resto: se voglio un apparato complesso di note uso ledmac, e me lo imparo, o bigfoot, e me lo imparo anche (con lacrime e sangue). Memoir, al di là delle sue incompatibilità (una flagrante è con bigfoot, mi pare), con le sue ingombranti “dimensioni” e l’impressione (falsa) di completezza che dà, spinge l’umanista abituato ai programmi “a scatola chiusa” alla pigrizia e alla passività: la prima cosa che un umanista deve imparare con latex è a mettere il naso nei file dei pacchetti che usa, eventualmente a costruirsi i “suoi” pacchetti di lavoro. Per la mia tesi di laurea avevo usato memoir con pdflatex e bibtex: era stato un passo da gigante rispetto ai miei colloqui di fine anno scritti con latex e thebibliography, un po’ come imparare ad andare in bicicletta. Adesso sto scrivendo la tesi di dottorato con xelatex, suftesi, biblatex, biblatex-philosophy (modificato per il francese e per lo stile di citazione richiestomi), biber e bigfoot (usato per piazzare le footcite “verbose” di biblatex in un secondo livello “bibliografico” di note, numerato in numeri romani sc: p-e-r-f-e-t-t-o), ed è un po’ come dare a un abitante di roma 18 nuove linee di metropolitana per il prezzo d’una bicicletta… La mia ragazza è sbalordita di fronte al risultato, sia estetico che “pratico”. La prima cosa cui ha pensato è che sembrava uno di quei libri carissimi di storia dell’arte…
Il mio consiglio a Ivan e Lorenzo, la butto lì, sarebbe eventualmente che mettano insieme le forze, per fare, che so, una suf-arteclassica-tesi, completamente staccata dalle bizze di classicthesis. Mettendo insieme suftesi, arteclassica, biblatex-philosophy e frontespizio credo che tutti i tesisti italiani, di tutte le cappelle, possano trovare la propria felicità.
Ciao a tutti
Antonio