non mi piace questionare su cavilli ma quello che sostieni, per me, non regge molto…
Sei liberissimo, naturalmente. 🙂
Fai l’esempio di \varphi e \vartheta, che non sono comandi personalizzati (e che fra l’altro sarebbe meglio non usare: vedi l’Arte). In base alla mia esperienza, più comandi personalizzati ci sono in un documento, peggio è. Quando vedo un documento con cose del tipo:
`Proviamo \gb. Dal momento che
\[
\a=\b+\c,
\]
allora, per \kk, segue \ll.
`
mi metto le mani nei capelli! 😉
Quei comandi non sono mnemonici. Che cosa significano \bg, \kk, \a, \b, \ll? Davvero si può ricordarli a distanza di tempo?
Il disastro, poi avviene se si mettono insieme più contributi di autori diversi (a me è successo: ho curato per qualche tempo le pubblicazioni LaTeX di una casa editrice), e magari un autore ha definito \a in un modo, e un altro autore in un altro. A quel punto, va a farsi friggere uno dei punti di forza di LaTeX, che è la portabilità del codice: mettere insieme contributi scritti con “quel” LaTeX è uno strazio, credimi, e il rischio di introdurre errori è alto.
Insomma, consiglio decisamente i miei venticinque lettori di essere molto parchi con i comandi personalizzati: sono strumenti eccezionali, ma vanno usati solo se servono davvero! Un comando come
`\newcommand{\a}{\alpha}`
(definito solo per non scrivere \alpha ogni volta), per me è un orrore.
Ciao,
L.