Si possono usare molti stili di citazione, questo è pacifico. Ma se si può usare uno qualsiasi di questi stili si può usare sicuramente anche lo stile autore-anno. Se non pensate che sia così mandatemi un esempio che renderebbe impossibile usare tale stile come stile di base del proprio documento. Impossibile, ho detto.
No, non è impossibile, ma solo se accetti di scrivere riferimenti come “Platone, 2009” o “Galileo, 1990”, che a mio avviso sono inaccettabili.
Ringrazio Pierfranco per il consiglio e butto giù alcune considerazioni che ho maturato in occasione del GuITmeeting appena trascorso.
1 Esistono tanti stili bibliografici, ciascuno con pro e contro
Permettetemi questa auto-citazione dal mio articolo su biblatex:
Quale stile usare dipende dal tipo di lavoro che si sta scrivendo. Nei documenti scientifici, quando si cita un’opera per riferirsi a un risultato che non si riporta per intero, spesso non ha molta importanza che il lettore sappia chi ha scritto il lavoro e quando: ciò fa sì che lo schema numerico sia molto diffuso nelle discipline scientifiche. Nei documenti umanistici, invece, il riferimento a un autore o a un anno invece che a un altro ha di per sé significato ed è importante che il lettore possa ottenere queste informazioni direttamente dal testo: per questo motivo, nelle materie umanistiche è assai diffuso lo schema autore-anno, che però (Umberto Eco docet), si può usare solo a condizione che si tratti di una bibliografia moderna. Una via di mezzo tra lo schema numerico e quello autore-anno è dato dallo schema alfabetico; i risultati di questo schema sono dubbi, dato che non è sintetico come lo schema numerico e al tempo stesso non riporta sufficienti informazioni nel caso in cui autore e anno di pubblicazione risultino essenziali per la comprensione della citazione. Lo schema autore-titolo si usa esclusivamente nei documenti umanistici (se nel testo si cita un’opera, una nota corrispondente ne fornisce il riferimento): questo schema dà al lettore la comodità di sapere subito a quale opera ci si riferisce, ma ha lo svantaggio di affollare la pagina di note, faticose da leggere.
Quindi, nei documenti scientifici lo stile più indicato è, spesso, quello numerico (che è il più compatto). Nei documenti umanistici è meglio usare lo stile autore-anno, che però non si può usare sempre; in questo caso bisogna ripiegare sullo stile alfabetico o su quello autore-titolo.
Quindi dire al lettore “usa sempre lo stile autore-anno” è, a mio giudizio, sbagliato. Sono d’accordo invece se si dice che è “meglio usare lo stile autore-anno tutte le volte che si può”. Se si opta per lo stile autore-anno, credo che quello di Ivan (quando sarà ultimato, ma è ormai questione di qualche ritocco) sarà migliore di quello predefinto di biblatex!
2 Lo stile è una questione di gusti
La tipografia è sia arte sia scienza (Bringhurst dice che è più arte che scienza).
Chiedo scusa per la seguente divagazione epistemologica da quattro soldi, ma a me pare che nelle questioni scientifiche si possa e si debba arrivare a una soluzione condivisa: domande come “i numeri primi sono finiti o infiniti?” o “la velocità di caduta dei gravi nel vuoto è proporzionale al loro peso oppure no?” hanno una risposta condivisa. Sostenere che i numeri primi sono finiti o che la velocità di caduta nei gravi nel vuoto è proporzionale al peso è, semplicemente, sbagliato.
Invece, le questioni stilistiche sono diverse: lì, per definizione, non c’è uno stile giusto e uno sbagliato, ma uno stile che alcuni trovano gradevole e altri magari no. È una questione di gusti, appunto. E i gusti, in ultima analisi, non sono “giusti” o “sbagliati”.
3 Che ruolo devono avere le autorità nelle questioni di stile?
In questo intervento, ho citato Eco e Bringhurst come autorità in materia di stile. Pierfranco osserva giustamente che il ricorso all’autorità è pericoloso, perché tronca ogni discussione in modo dogmatico (e porta l’esempio dell’Ipse dixit medievale). Sono d’accordo con lui, naturalmente.
Tuttavia, sono anche convinto dell’importanza delle autorità, ma a una condizione ben precisa: che siano il punto di partenza di un discorso, e non la fine!
Vogliamo decidere se è meglio scrivere “ArsTeXnica 8” o “ArsTeXnica (8)” o ancora “ArsTeXnica, 8”? Io procederei così: vediamo cosa fanno gli stili più autorevoli e diffusi (BibTeX, biblatex, amsplain, Chicago, Harvard, AsrteXnica…) e partiamo da lì, esaminando pro e contro, senza sentirci vincolati ad uniformarci a nessuna di queste autorità, ma semplicemente traendone spunto.
4 Lo stile bibliografico è spesso imposto dall’editore
Addirittura, spesso non si è nelle condizioni di scegliere lo stile, ma ci si deve uniformare alle scelte del proprio editore (e questo non è detto che sia sempre un male, anzi: pensiamo a una rivista con tanti contributi di autori diversi, lì è importanto scegliere uno stile omogeneo per tutti). LaTeX qui è eccezionale, perché (come Enrico ha ribadito in occasione del meeting) consente di scrivere un documento in modo indipendente dallo stile bibliografico adottato. Se serve cambiare stile, basta correggere la riga
`\usepackage[style=…]{biblatex}`
e (idealmente) non c’è bisogno di fare altro.
Ciao,
L.