Certo, per prelevare e scaircara dall’esterno un pacchetto, bisogna sapre dove trovarlo; di solito tutto ciò che serve per davvero è già presente in TeX Live completo,, però pacchetti pserimentali come microtype beta non li si trova lì.
Allora una volta scaricato sul proprio PC il file zippato o compresso in formati tar,bz2 o in qualche altro formato più o meno esoterico, bisogna spostalo in una cartela di lavoro, decomprimerlo, leggere il README e agire di conseguenza. Se le cose non sono scriitte nel README c’è sicuramente aualche altro file di documentazione che dà le informazioni necessarie.
Ma il lavoro dell’albero personale (che NON È LA CARTELLA DI LAVORO, MA UN VERO ALBERO DA SISTEMA TeX, o il lavoro dell’albero locale sono cose diverse e più o meno complicate, non tanto da far tremare le vene e i polsi, erò.
Complicazioni:
1) albero locale; questo è un albero a cui possono accedere tutti gli utenti di una data macchina; se gli utenti che vi hanno accesso sono uno solo, non c’è differenza rispetto ad usare l’albero personale. Ma “machine wide” come è stato pensato, richiede le credenziali dell’amministratore, quindi richiede che si lavori dalla finestra comandi premettendo sudo (e dando la relativa parola chiave) ad ogni comando. Questa è una operazione che oggigiorno pochi utenti, abituati al sitema delle finestre e ai click del mouse, sono in grado di fare, non perché sia fuori del mondo, ma perché non c’è l’abitudine, e in particolare con i sistemi UNIX, potentissimi, le opzioni da specificare sono spesso tali e tante che ci si scoraggia.
2) albero personale: qui non ci sono le difficoltà elencate sopra, e il problema consiste nel fatto che spesso non esiste e bisogna crearselo; né TeX Live né MiKTeX creano un albero personale. Quando ne parlo dico sempre di crearne solo la radice e i pochi rami che servono a raggiungere l’estremità dell’ultimo rametto e non scendo nei dettagli. Ma non è complicato, anche perché le cose si possono fare per gradi. Infatti sulle macchine Linux esisterebbe un comando che permetterebbe di replicare una struttura di alberi TDS compliant (TeX Directory System compliant), ma è inutilmente complicato perché crea centinai di cartelle che non si useranno mai. Invece è semplicissimo studiarsi il documento texlive-en.pdf che si legge dando dal terminale il comando texdoc texlive; il capitolo 2 descrive dettagliatamente lo scopo di ogni albero, la sua struttura, se richiede un filename database, se richiede le credenziali di amministratore e quali sono i percorsi di ricerca predefiniti dal sistema kpathsea; bene i rami da creare sono gli stessi dei rami principali di ricerca; assicuro che non sono molti; tenete presente che alla fine di ogni path ricercato da kpathsea c’è un doppio slash che indica che da lì in poi si ricrcano anche tutte le sottocartelle, che quindi non è necessario creare esplicitamente.
Su Windows con MiKTeX bisogna leggere la documentazione di MiKTeX, ma sostanzialmente la situazione è la stessa anche se i nomi sono o possono essere diversi.
3) Naturalmente bisogna sapre dove radicare l’albero locale o l’albero personale. Con TeX Live l’albero locale comincia in …/texlive/texmf/ e non vi compoare l’anno. Con TeX Live l’albero personale è in ~\texmf\ (per Linux), ~\Library\texmf\ (per Mac) e in c:\Users\
Non ditemi però che indirizzare un utente verso la documentazione non sia d’aiuto; anche questo lungo sproloquio è una documentazione, ed è lunga non solo perché io sono logorroico, ma anche perché ci sono molte cose da sapere.
Per installare microtype beta io farei così (sostituire lo slash con il bacjkslash per le macchine Windows):
1) creerei nel mio albero personale tre cartelle “nuove”:
…/texmf/tex/latex/microtype/
…/texmf/doc/latex/microtype/
,,,/texmf/suorce/latex/microtype/
2) dopo aver scaricato dalla rete la versone beta di microtype sposteri quanto ho scaricato dalla cartella Downloads alla cartella nel ramo source;
3) decomprimerei il pacchetto compresso direttamente nella cartella di microtype del ramo source
4) lancerei pdflatex sul file microtype.dtx ottenendo microtype.pdf
5) se il pacchetto microtype non è “auto dezippante” allora la cartella contine anche un file microtype.ins; lancio pdflatex su questo file e ottengo gli sty, i def, e tutti gli altri file di lavoro
6)sposterei il file microtype.pdf nella sua cartella nel ramo doc
7) sposterei tutti gli altri file nella sua cartella nel ramo tex
8 ) nel ramo source cancellerie tutti i file aux e compagnia lasciando solo il file zippato, il file dtx e, se c’è, il file ins.
9) su TeX Live l’albero personale non ha bisogno di un dabase dei nomi dei file; su MiKTeX non lo so, ma nel caso non sarebbe un problema aprire MiKTeX Settings e nella sezione General cliccare sul grosso bototno rettangolare che espressamente “rinfresca il database dei nomi dei file” (Refresh filename dataabse)
10) FINE. Il tutto ha richiesto 9senza contare il tempo per leggere la documentazione) non più di un paio di minuti.
Queste sono le stesse operazioni da fare, in generale, per ogni altro pacchetto: per installare il pacchetto pippo eseguirei le stesse 10 fasi cambiano di nome microtype con il nome pippo.
Le cose diventano molto più complicate se il pacchetto compresso contiene anche dei font; in questo caso penso che sia meglio guardare nella GuidaGuIT.
Se qualcuno ha voglia di scrivere una guida tematica è il benvenuto; aspetti solo che @robitex abbia scritto e pubblicato la guida tematica sull’uso della finestra comandi/terminal.