Tommaso,
secondo me ti poni troppi problemi; certo i nome sono sostanza, non sono forma, ma anche riferendosi alla codifica UNICODE, una cosa sono i segni che si usano per scrivere, e una cosa sono le rappresentazioni grafiche usate per mostrarli sullo schermo o sulla carta.
Prendiamo la cosiddetta tilde della tastiera (ovviamente per chi ha una tastierea con il tasto che riporta il disegno di una “ondina”} premi quel tasto e la tastiera invia al sistema operativo un codice “numerico”; questo codice viene trasmesso al particolare programma verso cui volevi mandare quella informazione e ne fa quello per cui è stato programmato, generalmente cambiandogli codice per la rappresentazione sullo schermo e cambiandogli di nuovo codice per la rappresentazione sulla carta.
Allora i codici numerico usati effettivamente nelle comunicazioni fra tastiera e SO qui non ci interessano; ci interessano i nomi dei segni che quei codici implicano. Il codice dalla tilde della tastiera è il numero decimale 126. Il nome corrispondente a quel codice è ASCiI TILDE e fa parte di quella serie di codici che furono fissati 30 o 40 anni fa con il codice ASCII. Altri rimasugli sono l’ASCII CIRCUM, l’ASCII BACKSLASH, l’ASCII UNDERSCORE, per non parlare dei codici fra 0 e 31, il tre al codice 127, che servivano per azionare direttamente certe funzioni di telescriventi e stampanti dell’era precedente al computer personale.
Quando all’inizio degli anni ’70 nacque il PC e il sistema DOS, oltre ad altri sistemi simili per l’Olivetti e per altre case produttrici, vennero conservati il codice di tabulazione ; gli altri codici furono variamente usati per inviare segnali alle stampanti, e ricordo di averne usati alla grande, ma non avevano sostanzialmente a che fare con le telescriventi che erano in via di defungimento, almeno negli usi civili “normali”.
Poi vennero i sistemi operativi della Apple e UNIX che cambiarono l’uso dei segni “non stampabili” ma la sostanza della questione rimase immutata; forse aumentò solo la confusione. Negli anni ’70 esistevano sistemi operativi di mainframe che registravano le righe di caratteri su disco e forse le inviavano anche alle loro stampanti, premettendo alla riga solo il numero di caratteri contenuti nella riga, e senza usare nessuna terminatore di riga tipo
La codifica UNICODE, come le codifiche ISO da Latin 1 a Latin 15 e molte altre, tra cui la codifica ANSI, usata sulle macchine Windows fino a poco tempo fa, quando gli ultimi sistemi operativi hanno adottato la codifica UNICODE, hanno conservato nella prima semipagina i codici ASCII, e dalla secondo semipagina in poi hanno aggiunto codici con descrizioni dei segni che differiscono da codifica a codifica; l’unica serie di codici e nomi che non è cambiata e non deve cambiare è la serie dei codici a 7 bit, per un totale di 128 segni numerati da 0 a 127, che è la codifica ASCII.
Quindi il tuo problema con l’Arte per assegnare nomi ai segni ha aspetti distinti: i nomi dei codici ASCII che mandi dalla tastiera allo schermo dell’editor; e i segni che il programma di composizione mette nel documento di uscita, sia esso il motore tex (virtualmente non più usato) etex (non più usato perché le sue funzionalità sono state incorporate dentro programmi successivi), pdftex, xetex, aleph, context, luatex, ptex, eccetera.
Ecco allora che il segno ASCII TILDE può essere trasformato da pdftex in un trattino ondulato, in una tilde ispanica, in un circonflesso greco, nel segno \sim della matematica in uno spazio indivisibile, eccetera; ma lo fa attraverso comandi del mark-up TeX appositi, non direttamente, perché deve cambiargli codice e magari anche deve cambiargli font.
Come vedi si tratta di due mondi distinti che comunicano attraverso il programma di composizione pdftex (o uno degli altri); non per niente generalmente con pdftex specifichiamao una codifica di entrata e una codifica di uscita, per distinguere l’input da tastiera (o da file) e l’output sul file composto che possono coincidere, come codifica, solo usando xetex e UNICODE.
Detto questo, capisco che sono cose difficili da spiegare nell’Arte, e probabilmente non vale la pena tagliare il capello in quattro per queste cose, quando la maggior parte dei lettori di oggi ignora la storia iniziale del mondo del calcolo automatico; il che probabilmente è un bene, così non ci si confonde con cose che oggi non servono più.
Ciao
Claudio