Seguono osservazioni in ordine sparso…
Come dici tu stesso, certi classici non hanno bisogno di tutte quelle informazioni. Le si mette anche per uniformità. Se però si sceglie uno stile autore-anno allora bisogna rassegnarsi al fatto che un anno deve esserci.
Per quanto riguarda la disputa su Aristotele vediamo di fare chiarezza.
Le opere di Aristotele sono di Aristotele. Il come siano diventate di Aristotele non è un problema da affrontare nella bibliografia. L’esempio che riporta Pietro a sostegno della sua tesi dovrebbe essere specificato meglio.
In molte edizioni di autori antichi, il curatore, pone alla fine dell’opera delle bibliografie molto particolari. Una di queste per esempio, raccoglie tutte le altre traduzioni della stessa opera. È chiaro che una bibliografia di questo tipo deve mettere in risalto il traduttore e non l’autore, che è ovvio. Di solito queste bibliografie sono precedute da una descrizione. Per esempio: “Traduzioni del De Anima”.
In tutti gli altri testi non avrebbe senso mettere in risalto il curatore o il traduttore, ce peraltro è specificato nel campo editor o translator. Quindi l’informazione c’è.
Ripeto: la bibliografia non è il luogo appropriato per fare filologia. Si deve cercare un buon compromesso tra utilità dell’informazione, rigore, coerenza con il testo e con la tradizione del settore.
Se manca l’anno si metta quello dell’edizione critica e poi si citi l’opera usando una sigla. Così facendo solo nella bibliografia si troveranno cose come (Kant, 1968), che disturbano alcuni, mentre nel testo si troverà solo KrV, KU, KpV, sigle che rimandano alla sezione Sigle, dove si spiega tutto per bene. Lì, eventualmente, si possono dare informazioni non strettamente bibliografiche su edizioni, versioni, ecc.
si tenga poi presente che in molti testi, certi classici del pensiero non vengono nemmeno riportati nella bibliografia. Quasi fossero dei “dizionari del pensiero”. In una tesi è impensabile ma in una pubblicazione normale si potrebbe optare per questa scelta. ciò vale solo per quelle opere per le quali esistono forme di citazione universali, come Aristotele e Platone.
In definitiva, molte scelte dipendono dalla tipologia di lavoro. Uno scritto divulgativo su Platone può fare a meno di citare gli “originali”. In una tesi o in un lavoro scientifico (= rigoroso), dove si deve valutare anche la capacità dell’autore di ricercare, le bibliografie vanno composte con un certo criterio.
Lorenzo ha però individuato dei veri problemi. Ha senso scrivere i titoli originali in russo, greco, polacco, ecc.? Io direi di sì, ma solo per uniformità con le altre voci. Altrimenti bisogna trovare un criterio condivisibile per cui un titolo in polacco è meno degno di apparire in una bibliografia di un titolo in inglese.
@claudio Perché non citare il De anima in greco? Coltanto perché la forma universale è diventata quella latina, grazie alle edizioni critiche. Convenzione.
Così come per citare la Critica della ragion pura di Kant si usa in tutto il modo la sigla KrV. Convenzione
Ciao
Ivan