Carissimi,
gli animi si sono scaldati ma per fortuna ci sono un mucchio di faccine che alleggeriscono la tensione.
Distinguiamo due argomenti distinti: la punteggiature alla fine delle formule in display e i simboli matematici in tondo invece che in corsivo.
Su questo secondo punto non dovrebbero esserci discussioni da fare, perché le norme UNI in Italia hanno valore di legge e quindi siamo tenuti tutti a rispettarle e a farle rispettare, almeno quando scriviamo in italiano; la norma CNR-UNI 10002 dal titolo Segni e simboli matematici per le scienze fisiche e tecniche, è esplicita: si riferisce alla scrittura matematica dei fisici e dei tecnici e, a parte di essere sostanzialmente identica alla norma ISO 30/XI emessa dall’International Standards Organization, la commissione che ha redatto quella norma era coordinata dal fisico Eligio Perucca, quindi gli ingegneri sono fuori dal gioco. Sarei un ingenuo se pensassi che, visto che quella norma ha il valore di legge della Repubblica Italiana, tutti la rispettino; d’altro canto, se un capitolato venisse redatto senza rispettare quella norma, e l’altra importantissima CNR-UNI 10003, esso sarebbe ipso facto invalido, quindi i danni economici e, eventualmente, penali che ne deriverebbero non sono da prendere sottogamba.
Il discorso della punteggiatura, da cui è nato questo intero thread del forum, ha messo in luce l’esistenza di due opposte scuole di pensiero: la scuola favorevole alla punteggiatura e quella contraria alla punteggiatura.
Vediamo di rifare il punto: stiamo parlando della punteggiatura alla fine di una formula in display, non della punteggiatura matematica interna all’espressione, ma alla punteggiatura testuale esterna all’espressione matematica in display.
È evidente che ci sono buoni motivi pro e contro sia di una sia dell’altra scuola di pensiero; non è il caso di farne una guerra di religione, ma la discussione in questo foro serve appunto per chiarirsi le idee, senza posizioni preconcette, ma, anche se si mantiene la propria posizione, cercando di capire la posizione opposta e i validi motivi che la sostengono.
In un messaggio precedente ho dichiarato che non mi sono inventato nulla quando ho scritto le famigerate frasi che compaiono nel mio libro pubblicato nel 1991. Soltanto non riuscivo a trovare il riferimento.
Ora sono riuscito a rintracciarlo.
Si tratta di una specie di enciclopedia intitolata Grafica — Scienza, tecnologia e arte della stampa, pubblicata da Ghiorzo Editore, Milano 1984. Di per sé non vorrebbe dire niente, solo che quest’opera mallopposa (circa 3600 pagine in tre volumi) rappresenta una specie di “mastro d’opera” degli allievi della prestigiosa Scuola diretta ai fini speciali in Scienze ed Arti della Stampa, afferente alla facoltà di architettura del Politecnico di Torino (di nuovo gli ingegneri non c’entrano niente). Quest’opera contiene i risultati di ricerche svolte dagli allievi così come contiene contributi dei loro insegnanti o di altre persone che all’inizio degli anni ’80 erano importanti nel mondo dell’editoria e della tipografia.
In particolare nel capitolo del primo volume intitolato “Preparazione del manoscritto” compare il contributo del docente Giuseppe Orsello che nel paragrafo 2.16 dice testualmente così:
2.16 Interpunzione
2.16.1 Interpunzione e usi tipografici
In determinati casi nell’uso dell’interpunzione in genere, e nell’uso di alcuni segni in particolare, occorre tener presente la consuetudine tipografica ed editoriale dominante.
1. L’interpunzione è abolita costantemente dopo le formule, le equazioni, le frazioni e simili quando sono composte in centro alla giustezza o comunque staccate dal testo; prima di esse si adopera l’interpunzione strettamente richiesta dal periodo in corso (molto spesso quindi si possono eliminare anche i due punti). Se vi sono invece più formule affiancate si separano tra loro con uno spazio maggiore o con il punto e virgola o (meno spesso) con la semplice virgola.
Seguono altri quattro item in cui si specifica l’eliminazione dell’interpunzione, ma non riguardano la matematica, e altri quattro casi in cui la consuetudine tipografica richiede interpunzioni particolari.
Poiché il prof. Giuseppe Orsello scriveva in un libro in italiano per lettori italiani, ritenevo a buon diritto che egli si riferisse alla consuetudine tipografica ed editoriale dominante in Italia, anche se egli non lo dice espressamente.
Non solo, ma sottolineo la parola consuetudine, perché l’uso di questa parola da un lato implica l’assenza di una norma, dall’altro rivolge il suo sguardo sia verso la tipografia sia verso il mondo editoriale, cioè verso quelle norme editoriali che le varie case editrici danno ai loro autori affinché si adeguino allo stile editoriale di quella particolare casa editrice.
Allora si capisce come io abbia fatto a scrivere la famigerata frase:
Qui si indicano le regole tipografiche in uso in Italia [omissis]
Qualunque segno di interpunzione è eliminato dopo le formule in display, a differenza di quanto si fa in altre nazioni; questo è un punto importante, perché siamo talmente abituati ad avere per le mani testi scientifici composti nel Regno Unito o negli Stati Uniti che abbiamo perso l’abitudine all’aspetto e ai dettagli di composizione dei testi italiani.
La ragione di quanto io ebbi a scrivere mi pare che sia evidente dalle premesse, ma la frase sembra più prescrittiva di quanto io non avessi intenzione di fare, perché volevo mettere in evidenza il contrasto rispetto a quanto io credevo che si facesse nel mondo angloamericano; ho successivamente scoperto che anche nel mondo angloamericano esistono le stesse due scuole di pensiero.
Poiché è stato richiesto di esibire esempi contrari all’uso della punteggiatura, ho preso il primo libro di matematica che mi sono trovato sottomano, verificando che fosse stato stampato prima dell’avvento del DTP, desk-top-publishing, che ha in un certo modo immesso sul mercato una quantità di testi camera-ready che le case editrici hanno pubblicato senza stare ad alzare i costi con il lavoro di editing che sarebbe stato necessario.
Si tratta di un libro della serie/collana International Student Edition, scritto da C.R. Wylie Jr., Advanced Engineering Mathematics, pubblicato da McGraw-Hill e da Kogakusha a Tokyo nel 1966; il libro sembra curato anche nell’impaginazione oltre che in numerosi altri dettagli, ma non contiene un solo segno di interpunzione dopo le numerosissime espressioni matematiche in display.
Le statistiche non si fanno su un campione costituito da un solo elemento, ma almeno questo libro, scelto a caso fra quelli che posseggo, dimostra che l’idea dell’assenza di punteggiatura alla fine delle espressioni in display non è una mia idea peregrina, e non fa neppure parte della tradizione angloamericana quello di mettere sempre la punteggiatura finale. Si noti che il prof. Wylie era a suo tempo chairman del dipartimento di matematica dell’università dello Utah e sono sicuro che fosse un matematico anche se esponeva la matematica avanzata per gli ingegneri.
Ho poi esaminato con cura il famoso libro Concrete Mathematics, di Graham, Knuth e Patashnik, pubblicato da Addison Wesley nel 1989; Knuth per quel libro si era disegnato i Concrete Fonts ed aveva avuto da Zapf i font matematici che usa in quel libro. Orrore! Quasi tutte le formule in display hanno la punteggiatura finale spaziata di almeno uno spazio medio, almeno 0,5em; su questo punto entrambe le scuole di pensiero sono concordi che la punteggiatura spaziata è tipograficamente brutta e, a ben pensarci, nessuno di noi se lo sarebbe aspettato dal nostro Grand Wizard che ha dedicato una vita alla tipografia assistita da calcolatore per produrre beautiful books, secondo le parole che egli usa nell’introduzione del TeXbook.
Dispongo di una piccola collezione di libri di Peano pubblicati da Paravia o da Bocca alla fine dell’800, o da Carré & Naud a Parigi all’inizio del ‘900;
Aritmetica generale: algebra elementare – senza punteggiatura finale (Paravia)
Principii di geometria – con punteggiatura finale (Bocca)
Formulario mathematico (in latino sine flexione) – punteggiatura finale parziale (Bocca)
Formulaire de Mathématiques (in francese) – punteggiatura finale parziale (Carré & Naud)
Come si vede a seconda dell’editore e della lingua usata, le convenzioni di punteggiatura cambiano anche se l’autore è lo stesso, per giunta un autore con vasta esperienza di pubblicazione e molto meticoloso.
Ho anche esaminato alcuni libri “antichi” e recenti pubblicati da Hoepli, Zanichelli, Boringhieri e Utet.
Hoepli presenta solo la punteggiatura finale in manualetti Hoepli dell’inizio del XX secolo, diciamo degli anni ’20; non presenta più la punteggiatura nel Manuale del Geometra (1996), che contiene una grossa sezione dedicata alla matematica.
Di Zanichelli ho poco, in pratica di libri contenenti un po’ di matematica ho solo il libro del compianto Lesina, Il nuovo manuale di stile, dove Lesina usa esattamente le raccomandazioni specificate dal prof. Orsello; ma il libro non fa testo, visto che Lesina era un ingegnere.
Di Boringhieri ho una serie di volumetti stampati tutti prima dell’avvento e/o della diffusione dei PC; ne ho scritto uno anch’io, non ricordo esattamente quando consegnai il dattilo/manoscritto all’editore, comunque era la fine degli anni ’60; la Boringhieri lo ricompose ex novo nelle sue officine seguendo il suo stile editoriale; la punteggiatura è presente talvolta, non sempre, e comunque solo a chiusura di frase, senza usare, quindi le virgole, ma solo il punto finale o il punto e virgola. Non misi mano alla composizione tipografica, perché Boringhieri provvide autonomamente (tra l’altro componendo in bandiera giustificata a sinistra, mi dissero, per ridurre i costi di composizione). A quei tempi, laureato in ingegneria, facevo il matematico; ero assistente universitario di Complementi di Matematica e facevo parte dell’allora Istituto di Matematica (il che non vuol dire niente, perché ormai ero macchiato con il peccato originale della laurea in ingegneria 🙁 ).
Di Utet ho a portata di mano la fisica del Perucca del 1972; tre volumi curatissimi nell’aspetto editoriale (oltre che nel contenuto); la punteggiatura è presente virtualmente alla fine di ogni formula in display, e si fa uso di virgole, punti, punti e virgola, quasi sempre spaziati di almeno 0,5em. A quanto pare nessuno è perfetto…
Io personalmente ritengo che l’assenza di punteggiatura finale renda la scrittura della matematica più chiara e meno ambigua quando i segni di interpunzione possono interferire con la lettura delle formule; ritengo che gli spazi e il modo con cui comincia la prima riga di testo dopo una espressione in display sia sufficientemente chiara per capire se dopo l’espressione il periodo prosegue, oppure se il periodo è terminato ma il capoverso prosegue, oppure se invece comincia un nuovo capoverso. Tuttavia capisco le ragioni di coloro che sostengono l’opportunità della punteggiatura.
Se devo fare un bilancio di pregi e difetti, presenti in entrambi i modi di comporre, onestamente mi pare che i pregi prevalgano di più sui difetti quando la punteggiatura finale è assente. Ma alla fin fine, in fondo la questione non è la “punteggiatura sì” contro la “punteggiatura no”! È una questione di chiarezza e di coerenza; l’importante è che un dato documento sia composto con la stessa convenzione, non un po’ in un modo e un po’ in un altro.
Se dovessi usare la punteggiatura, scrivendo per una casa editrice che la richiede, cercherei di spaziarla solo di uno spazio fine, in modo che questo spazietto sia quasi impercettibile, ma sia quel tanto che basta per separare il segno di punteggiatura dalla fine della formula, per evitare qualsiasi interferenza, specialmente della virgola con un eventuale denominatore di una frazione che concludesse l’espressione; prima però cercherei di convincere l’editore che senza punteggiatura sarebbe meglio 😀 !