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lorenzo.pantieri.
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CreatoreTopic
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17 Luglio 2006 alle 17:58 #9819::
Carissimi, anche in riferimento a questo topic vi espongo questo dubbio. E’ sbagliato un codice di questo genere
`
Dal momento che
\begin{equation}
a=b
\end{equation}
e che
\begin{equation}
b=c,
\end{equation}
è provato che
\begin{equation}
a=c.
\end{equation}
`
con la punteggiatura all’interno dell’ambiente equation? Di solito ce la metto: quella appena scritta è pur sempre una frase -anche se in lingua “italiano-matematica”. Voi?Grazie,
L.
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CreatoreTopic
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AutoreRisposte
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17 Luglio 2006 alle 18:57 #9820
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17 Luglio 2006 alle 20:02 #9821
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18 Luglio 2006 alle 9:15 #9822
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25 Gennaio 2007 alle 17:57 #9823
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25 Gennaio 2007 alle 18:14 #9824::
La risposta è: dipende dalla lingua.
In inglese si usa la punteggiatura; in italiano no, mai e per nessun motivo.
Potresti citare qualche fonte? Al momento ho la possibilità di sfogliare un solo libro in italiano. Si tratta di “Matematica Numerica” di Quarteroni, Sacco, Saleri, editore Springer. La punteggiatura c’è. Non so se è un caso isolato.
Vorrei inoltre sapere come ti regoli quando il periodo finisce con una formula: inizi una nuova frase, andando accapo, con una lettera maiuscola ma senza aver messo il punto alla fine della frase precedente?
Grazie
Daniele
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25 Gennaio 2007 alle 21:27 #9825::
La risposta è: dipende dalla lingua.
In inglese si usa la punteggiatura; in italiano no, mai e per nessun motivo.
Ottavio
Quale autorità ha emesso questo diktat? I libri editi da Boringhieri e Feltrinelli la usano eccome. Lo stesso la Cedam, nei vecchi libri scritti a mano. Anche la Cremonese nella raccolta delle opere di Ricci Curbastro, la Zanichelli per le riviste UMI. Io scrivo cose come
`Consideriamo la funzione $f\colon\mathbf{R}\to\mathbf{R}$ definita da
\[
f(x)=\begin{cases}
2x-1 & \text{se $x>0$},\\
1 & \text{se $x\ge0$};
\end{cases}
\]
è immediato verificare che $f$ non è continua in~$0$.`
con la giusta punteggiatura. Con convinzione e la certezza che le formule siano così molto più leggibili. Basta un po’ di cura per evitare ambiguità semantiche, del resto improbabili.Ciao
Enrico
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26 Gennaio 2007 alle 10:02 #9826::
Con convinzione e la certezza che le formule siano così molto più leggibili. Basta un po’ di cura per evitare ambiguità semantiche, del resto improbabili.
Totalmente d’accordo con Enrico, naturalmente.
L’unico motivo che mi viene in mente per evitare la punteggiatura all’interno dell’ambiente equation è proprio la possibilità di creare qualche “ambiguità semantica”. Uno splendido esempio di notazione matematica completamente non ambigua è, a mio giudizio, quella del software Wolfram Mathematica: le funzioni intrinseche si scrivono con l’iniziale maiuscola, gli argomenti delle funzioni tra parentesi quadre, la “d” di differenziale, la “i” di unità immaginaria, la “e” di Nepero hanno simboli tutti loro, … In questo modo si eliminano tutte le ambiguità possibili (un calcolatore non ha la capacità di discernimento di un umano, e fa esattamente quanto gli si dice). La notazione matematica tradizionale, invece, non è priva di ambiguità: tuttavia si suppone che un lettore con sufficienti capacità critiche sappia orientarsi.
Ciao,
L.
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26 Gennaio 2007 alle 22:19 #9827::
La risposta è: dipende dalla lingua.
In inglese si usa la punteggiatura; in italiano no, mai e per nessun motivo.
Quale autorità ha emesso questo diktat?
Ad esempio: Beccari, LaTeX. Hoepli, 1991. — Non ti posso dare una citazione più esatta perché sono anni che non trovo più la mia copia :,-(
A giudicare dai pochi libri in italiano che ho a casa, al più viene usato il punto fermo: appena posso dò un’occhiata in biblioteca ai libri composti a piombo (quelli moderni non fanno testo).
In ogni caso, la punteggiatura è inutile dal punto di vista del significato: se la prima parola che segue il display è maiuscola vuol dire che è iniziata una nuova frase; se è minuscola, no. Se la frase incomincia con un simbolo matematico, allora l’autore ha tali problemi linguistici che la punteggiatura sulle formule in display è irrilevante.
Personalmente trovo l’uso della punteggiatura nell’ambiente ‘cases’ irritante: vorrei avere abbastanza fegato per farne a meno anche in inglese.
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26 Gennaio 2007 alle 22:49 #9828::
[quote]La risposta è: dipende dalla lingua.
In inglese si usa la punteggiatura; in italiano no, mai e per nessun motivo.
Quale autorità ha emesso questo diktat?
Ad esempio: Beccari, LaTeX. Hoepli, 1991. — Non ti posso dare una citazione più esatta perché sono anni che non trovo più la mia copia :,-(
A giudicare dai pochi libri in italiano che ho a casa, al più viene usato il punto fermo: appena posso dò un’occhiata in biblioteca ai libri composti a piombo (quelli moderni non fanno testo).
In ogni caso, la punteggiatura è inutile dal punto di vista del significato: se la prima parola che segue il display è maiuscola vuol dire che è iniziata una nuova frase; se è minuscola, no. Se la frase incomincia con un simbolo matematico, allora l’autore ha tali problemi linguistici che la punteggiatura sulle formule in display è irrilevante.
Personalmente trovo l’uso della punteggiatura nell’ambiente ‘cases’ irritante: vorrei avere abbastanza fegato per farne a meno anche in inglese.[/quote]
Sono in completo disaccordo. Le formule fanno parte del discorso e la punteggiatura serve per aiutare il lettore:
`e abbiamo dimostrato che
\[
f(x)>0{\text{, per ogni $x>0$.}
\]
Ora sappiamo che gli zeri di $f$, che esistono per quanto visto prima,…`
L’esempio è sciocco, ma puoi inventartene quanti vuoi. Secondo te, la condizione andrebbe in corpo, lasciando fuori corpo solo “f(x)>0”? Io dico di no, ciò che voglio mettere in evidenza è la relazione con la limitazione. E se va tutto fuori corpo, la virgola e il punto sono necessari.Come ti ho già accennato, Cremonese (opere di Ricci Curbastro e di Scorza) usa la punteggiatura; anche Feltrinelli nelle vecchie edizioni; così Boringhieri (che però a volte usa lo “Sperrsatz” :().
Alcuni usano spaziare la punteggiatura, io lo trovo ancora peggio che non metterla. Opinioni che non andrebbero confuse con obblighi draconiani, con tutto il rispetto per Claudio Beccari.
Su una cosa ho un’opinione drastica come la tua sulla punteggiatura. Che su “do” (prima persona del presente di “dare”) l’accento non va mai e per nessun motivo. 🙂
Ciao
Enrico
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27 Gennaio 2007 alle 15:20 #9829::
A giudicare dai pochi libri in italiano che ho a casa, al più viene usato il punto fermo: appena posso dò un’occhiata in biblioteca ai libri composti a piombo (quelli moderni non fanno testo).
In tutti i libri in italiano che possiedo, vecchi e nuovi, la punteggiatura nelle formule fuori corpo è usata. Adesso vediamo quelli anziani, composti con il piombo a mano.
Un buon posto dove trovarne, anche in italiano, è la Biblioteca Storica della Cornell University. Ecco qui l’elenco:
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Bellacchi, Introduzione storica alle funzioni ellittiche, Firenze, 1894
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Bertini, Introduzione alla geometria proiettiva degli iperspazi, Pisa, 1907
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Bianchi, Lezioni sulla teoria dei gruppi di sostituzioni, Pisa, 1899
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Bonola, La geometria non-euclidea, Bologna (Zanichelli), 1906
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Burali-Forti, Lezioni di geometria metrico-proiettiva, Torino, 1904
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Caprilli, Nuove formole d’integrazione; ecc., Livorno, 1912
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Cesaro, Corso di analisi algebrica con introduzione al calcolo infinitesimale, Torino, 1894
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Dini, Fondamenti per la teorica delle funzioni di variabili reali, Pisa, 1878
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Fubini, Introduzione alla teoria dei gruppi discontinui e delle funzioni automorfe, Pisa, 1908
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Gazzaniga, Gli elementi della teoria dei numeri, Verona-Padova, 1903
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Peano, Applicazioni geometriche del calcolo infinitesimale,Torino, 1887
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Sacchi, Sulla geometria analitica delle linee piane, Pavia, 1854
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Veronese, Fondamenti di geometria a più dimensioni e a più specie di unità rettilinee esposti in forma elementare, Padova, 1891
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Vivanti, Elementi della teoria delle equazioni integrali lineari, Milano (Hoepli), 1916
Ho tralasciato solo alcuni volumi che sono “scritti a mano”, alcuni degli autori già presenti (e delle stesse case editrici) e un paio che non usano equazioni fuori corpo. In tutti gli altri, compreso il Vivanti edito da Hoepli, la punteggiatura è usata. Non in modo sempre coerente, è vero, ma c’è eccome: punto, virgola, punto e virgola.
Sono abbastanza autorevoli Hoepli e Zanichelli? O la casa che ha stampato il libro di Peano, noto cultore della simbologia? No? Be’, allora non è autorevole nemmeno Beccari che, IMHO, sbaglia su molte cose riguardo alla tipografia matematica.
Ho avuto a che fare, molti anni fa, ai miei inizi di autore, con il proto della Monograf, tipografia che ancora usava la composizione a mano: usavano la punteggiatura. Mi è capitato fra le mani un lavoro del 1966 degli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (in italiano, naturalmente) dove la punteggiatura c’è.
Adesso aspetto a piè fermo gli esempi in contrario, ma che siano di matematici e non di ingegneri. 😀
Ciao
Enrico
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27 Gennaio 2007 alle 20:27 #9830::
Adesso aspetto a piè fermo gli esempi in contrario, ma che siano di matematici e non di ingegneri. 😀
EnricoPremetto che non sono un ingegnere (sono laureato in fisica) ma non capisco perché gli ingegneri non siano un esempio valido, comunque anche a me sembra naturale usare la punteggiatura in ambiente displaymath.
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28 Gennaio 2007 alle 0:09 #9831
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28 Gennaio 2007 alle 7:30 #9832::
Adesso aspetto a piè fermo gli esempi in contrario, ma che siano di matematici e non di ingegneri. 😀
EnricoPremetto che non sono un ingegnere (sono laureato in fisica) ma non capisco perché gli ingegneri non siano un esempio valido, comunque anche a me sembra naturale usare la punteggiatura in ambiente displaymath.
Era un’osservazione scherzosa, la faccina sarebbe dovuta servire a farlo capire. Fra matematici e ingegneri la lotta è sempre accesa. 😀 😉
Non imputo agli ingegneri nulla di terribile, a parte la tendenza a raddrizzare ciò che naturalmente deve essere storto (le d dei differenziali, le i degli immaginari e così via), quando cercano di imporla anche a chi non è disposto a sottomettersi. 😀
Per Lapo: non c’era alcun intento denigratorio, ci mancherebbe. Sono convintissimo che la punteggiatura ci vada, e qualsiasi persona ragionevole lo ammetterebbe. Mi piacerebbe anche vedere la citazione di Beccari al proposito.
Ciao
Enrico
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28 Gennaio 2007 alle 11:21 #9833::
Mi piacerebbe anche vedere la citazione di Beccari al proposito.
Riporto la citazione di Beccari (p.111 di LaTeX, guida a un sistema di editoria elettronica, Hoepli, 1991):
…Qui si indicano le regole tipografiche in uso in Italia…
Qualunque segno di interpunzione è eliminato dopo le formule in display, a differenza di quanto si fa in altre nazioni; questo è un punto importante, perché siamo talmente abituati ad avere per le mani testi scientifici composti nel Regno Unito o negli Stati Uniti che abbiamo perso l’abitudine all’aspetto e ai dettagli di composizione dei testi italiani.In generale, penso che le regole tipografiche vadano intese in un senso più “morbido” rispetto a quanto si fa, per esempio, in matematica. Dire “esistono campi finiti di ordine 6” è sbagliato, punto e basta. Dire “qualunque segno di interpunzione è eliminato dopo le formule in display” non va inteso come prescrizione assoluta, ma come indicazione di massima (che personalmente non condivido). Idem per quanto riguarda l’uso del tondo per l’unità immaginaria o il numero di Nepero: non trovo niente di male dire “la consuetudine degli ingegneri è di usare il tondo”. Trovo invece irritante dire “tutti devono fare così” (perché? chi l’ha detto?). Anche ricorrere a frasi tipo “la legge dice che bisogna fare così” lo trovo irritante: sarà che ho molta stima e fiducia nei matematici e pochissima nei politici… 😉 Alla fine, l’importante è usare una notazione che sia coerente e “la meno ambigua possibile”. La tipografia non è una scienza esatta, ma è frutto anche di consuetudini, di abitudini e di scelte. Fa benissimo Enrico, per dirimere un problema tipografico, a portare degli “esempi notevoli”, che aiutano ad orientarsi e a farsi un’idea!
Ciao,
L.
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28 Gennaio 2007 alle 14:50 #9834::
Non imputo agli ingegneri nulla di terribile, a parte la tendenza a raddrizzare ciò che naturalmente deve essere storto (le d dei differenziali, le i degli immaginari e così via), quando cercano di imporla anche a chi non è disposto a sottomettersi. 😀
Purtroppo è vero. Mi è stato chiesto più volte come fare per raddrizzare le d sia nelle derivate che negli integrali. La trovo una consuetudine terribile e non riesco a capire da cosa nasca.
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28 Gennaio 2007 alle 16:38 #9835::
Purtroppo è vero. Mi è stato chiesto più volte come fare per raddrizzare le d sia nelle derivate che negli integrali. La trovo una consuetudine terribile e non riesco a capire da cosa nasca.
Penso che la consuetudine nasca dal desiderio di distingere le variabili (in corsivo matematico) dal “resto”: le costanti in tondo, la “d” del “differenziale” pure.
Non c’è dubbio che concettualmente una distizione ci sia: tanto è vero che in Mathematica (la notazione -detta StandardForm– deve essere assolutamente precisa e non ambigua, perché un computer non ha la capacità di discernimento di un umano) si usano simboli “particolari” per l’unità immaginaria, per il numero di Nepero e per la “d” di differenziale.
Tuttavia, posto che la notazione matematica tradizionale (TraditionalForm, nel linguaggio di Mathematica) contiene qualche ambiguità, un lettore dotato di un minimo di capacità la capisce benissimo (e non confonde, poniamo, la “d” del differenziale con una ipotetica variabile chiamata “d”, anche se la notazione è la stessa).
Ciao,
L.
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11 Marzo 2007 alle 19:26 #9836::
Carissimi,
a quanto pare ho disgustato un mucchio di persone. Ora oltre alle costanti matematiche in tondo mi ritrovo ad avere insultato tutti nel dire che nella tradizione tipografica italiana la punteggiatura nelle fomrule in display non ci va.Se c’è una cosa che ho semrpe rispettato è quella di documentarmi e per quel che riguarda la tipografia, che non è la mia professione, mi sono documentato accuratamente. Il mio libro pubblicato da Hoepli nel 1991, cioè 16 anni fa non contiene una parola riguardante la tipografia che mi sia inventato di testa mia. Ora dopo tanto tempo non ho più nemmeno gli appunti e le citazioni che avrei dovuto fare meglio. Quindi non sono in grado di citare l’autorità che mi avrebbe convinto a fare simili affermazioni.
Posso sbagliarmi a citare a memoria; mi pare che fosse il Fioravanti, che, tra l’altro, mi pare fosse anche un consulente della Zanichelli.
Tuttavia, anche se non fosse stato il Fiorvanti, e/o non fosse stato un consulente della Zanichelli, le spiegazioni che avevo letto mi avevano convinto, come mi aveva convinto che non ci voleva al punteggiatura nei titoli, nelle affermazioni di tipo legale da scrivere nel verso del frontespizio, eccetera.
Per le formule in display io vedo il pericolo di confusione con segni o apici che si infilano proditoriamente nella lettura errata di una espressione; pensate solo ad una frazione seguita da una virgola; questa appare appoggiata alla linea di base e ribassata rispetto all’asse matematico su cui giace la riga della frazione; il pericolo di confondere questa virgola con un apice per l’ultimo simbolo a denominatore è forte; se la virgola è spaziata il pericolo cade, ma diventa brutta.
Ora, secondo le spiegazioni che avevo letto, il trattamento di quanto si trova in display è da unire anche al fatto che, appunto, quel materiale è in display. Gli spazi servono da punteggiatura in quanto tali, e le pause, che nel corpo del testo sono posti dalla punteggiatura, con il materiale in display sono forniti dagli spazi: sempre?, talvolta? mai? quale tipo di pausa? Capisco benissimo. In fondo la punteggiatura non serve solo per le pause, serve anche, tra l’altro, per terminare i periodi.
La tipografia sotto questo aspetto offre una certa ridondanza. Se dopo il display il testo prosegue con un riga non rientrata che inizia con una minuscola, è evidente che il periodo continua; se la linea che segue il display comincia con una maiuscola ma è senza rientro, la formula finiva il periodo precedente, ma la mancanza del rientro indica che si sta continuando il capoverso. Se invece c’è il rientro e la maiuscola si sta cominciando un nuovo capoverso.
Vedete dunque che la punteggiatura diventa ridondante; proprio nel senso che la parola “ridondate” implica. Il fatto che l’intero linguaggio contenga una notevole dose di ridondanza, anche senza coinvolgere i display, non vuol dire che si debba eliminare tutto ciò che è ridondante.
Ben venga dunque la punteggiatura; probabilmente nove volte su dieci è ridondante, ma non guasta, a meno che entri in possibile conflitto con la scrittura matematica, questa assai poco ridondante, e dove io preferirei evitare la punteggiatura.
Concludo: che fosse o non fosse il Fioravanti non ha importanza, Personalmente io mi sento di consigliare di non usare nessuna punteggiatura, ma consigliare non vuol dire prescrivere. Se poi ci sono delle norme (mi pare che in questo campo della punteggiatura non ci siano) io preferisco osservarle, e non mi interessa se lo faccio per essere ligio alla legge o perché non ho abbastanza fantasia per fare di testa mia.
Ma nel modo più assoluto non prescrivo nulla a nessuno; se i consigli vengono presi per prescrizioni, allora vuol dire che non sono capace di esprimermi.
Claudio Beccari
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11 Marzo 2007 alle 22:24 #9837::
Carissimi,
a quanto pare ho disgustato un mucchio di persone. Ora oltre alle costanti matematiche in tondo mi ritrovo ad avere insultato tutti nel dire che nella tradizione tipografica italiana la punteggiatura nelle fomrule in display non ci va.Sulle costanti matematiche in tondo siamo in grave disaccordo, è vero. Sulla punteggiatura nelle formule fuori corpo anche, a quanto pare. Ma, con un po’ di pazienza e di comprensione reciproca, ci si intende.
Purtroppo non ho sotto mano il tuo libro edito da Hoepli, quindi non posso giudicare su come avevi impostato la questione della punteggiatura. Mi ha un po’ urtato un’affermazione apodittica fatta qui: “in italiano no, mai e per nessun motivo”. Per questo ho consultato una ventina di volumi di matematica stampati in Italia fra il 1887 (di Peano che sulla questione della simbologia era piuttosto attento) e il 1916: in tutti la punteggiatura è usata. Ho dato un’occhiata a vari volumi più recenti, composti a piombo o con metodi più moderni, e riviste. Non ho mai trovato traccia di punteggiatura mancante. È vero, non ho fatto ricerche accuratissime, purtroppo non ho mai avuto il tempo di andare alla biblioteca di Padova dove avrei potuto trovare molti più esempi, forse anche contrari alla mia tesi, non so. Sai indicarne?
Ci può essere qualche pericolo di confusione usando la punteggiatura? Raramente, secondo me. Qualche volta mi è capitato di modificare un periodo per evitare qualche virgola che sarebbe cascata in posti non adatti. Non c’è sistema tipografico (manuale o elettronico) che possa sostituire il senso critico dell’autore e del revisore. Se la virgola “casca male”, di solito significa che la frase può essere migliorata.
Noi abbiamo il problema delle formule, altri quello delle virgole in serie: ci sono certi testi di (scadente) saggistica dove trovi più virgole che parole. Purtroppo spesso gli autori non si rileggono.
Su una cosa mi pare che siamo d’accordo: lo spazio prima del segno di punteggiatura è da evitare come la peste. Meglio niente segnetto, se proprio non c’è modo di risolvere un problema.
Ma nel modo più assoluto non prescrivo nulla a nessuno; se i consigli vengono presi per prescrizioni, allora vuol dire che non sono capace di esprimermi.
Il senso critico dovrebbe essere anche nel lettore. A volte manca e a volte si va in cerca della “norma” per tacitare pareri discordanti. L’ipse dixit ha già fatto troppi danni, non trovi? Non mi riferisco a te, naturalmente: non è Aristotele il colpevole di tanti misfatti, ma i suoi seguaci.
Interdum etiam bonus dormitat Homerus. 😀
Ciao
Enrico
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16 Marzo 2007 alle 14:25 #9838::
Carissimi,
gli animi si sono scaldati ma per fortuna ci sono un mucchio di faccine che alleggeriscono la tensione.Distinguiamo due argomenti distinti: la punteggiature alla fine delle formule in display e i simboli matematici in tondo invece che in corsivo.
Su questo secondo punto non dovrebbero esserci discussioni da fare, perché le norme UNI in Italia hanno valore di legge e quindi siamo tenuti tutti a rispettarle e a farle rispettare, almeno quando scriviamo in italiano; la norma CNR-UNI 10002 dal titolo Segni e simboli matematici per le scienze fisiche e tecniche, è esplicita: si riferisce alla scrittura matematica dei fisici e dei tecnici e, a parte di essere sostanzialmente identica alla norma ISO 30/XI emessa dall’International Standards Organization, la commissione che ha redatto quella norma era coordinata dal fisico Eligio Perucca, quindi gli ingegneri sono fuori dal gioco. Sarei un ingenuo se pensassi che, visto che quella norma ha il valore di legge della Repubblica Italiana, tutti la rispettino; d’altro canto, se un capitolato venisse redatto senza rispettare quella norma, e l’altra importantissima CNR-UNI 10003, esso sarebbe ipso facto invalido, quindi i danni economici e, eventualmente, penali che ne deriverebbero non sono da prendere sottogamba.
Il discorso della punteggiatura, da cui è nato questo intero thread del forum, ha messo in luce l’esistenza di due opposte scuole di pensiero: la scuola favorevole alla punteggiatura e quella contraria alla punteggiatura.
Vediamo di rifare il punto: stiamo parlando della punteggiatura alla fine di una formula in display, non della punteggiatura matematica interna all’espressione, ma alla punteggiatura testuale esterna all’espressione matematica in display.
È evidente che ci sono buoni motivi pro e contro sia di una sia dell’altra scuola di pensiero; non è il caso di farne una guerra di religione, ma la discussione in questo foro serve appunto per chiarirsi le idee, senza posizioni preconcette, ma, anche se si mantiene la propria posizione, cercando di capire la posizione opposta e i validi motivi che la sostengono.
In un messaggio precedente ho dichiarato che non mi sono inventato nulla quando ho scritto le famigerate frasi che compaiono nel mio libro pubblicato nel 1991. Soltanto non riuscivo a trovare il riferimento.
Ora sono riuscito a rintracciarlo.
Si tratta di una specie di enciclopedia intitolata Grafica — Scienza, tecnologia e arte della stampa, pubblicata da Ghiorzo Editore, Milano 1984. Di per sé non vorrebbe dire niente, solo che quest’opera mallopposa (circa 3600 pagine in tre volumi) rappresenta una specie di “mastro d’opera” degli allievi della prestigiosa Scuola diretta ai fini speciali in Scienze ed Arti della Stampa, afferente alla facoltà di architettura del Politecnico di Torino (di nuovo gli ingegneri non c’entrano niente). Quest’opera contiene i risultati di ricerche svolte dagli allievi così come contiene contributi dei loro insegnanti o di altre persone che all’inizio degli anni ’80 erano importanti nel mondo dell’editoria e della tipografia.
In particolare nel capitolo del primo volume intitolato “Preparazione del manoscritto” compare il contributo del docente Giuseppe Orsello che nel paragrafo 2.16 dice testualmente così:
2.16 Interpunzione
2.16.1 Interpunzione e usi tipografici
In determinati casi nell’uso dell’interpunzione in genere, e nell’uso di alcuni segni in particolare, occorre tener presente la consuetudine tipografica ed editoriale dominante.
1. L’interpunzione è abolita costantemente dopo le formule, le equazioni, le frazioni e simili quando sono composte in centro alla giustezza o comunque staccate dal testo; prima di esse si adopera l’interpunzione strettamente richiesta dal periodo in corso (molto spesso quindi si possono eliminare anche i due punti). Se vi sono invece più formule affiancate si separano tra loro con uno spazio maggiore o con il punto e virgola o (meno spesso) con la semplice virgola.
Seguono altri quattro item in cui si specifica l’eliminazione dell’interpunzione, ma non riguardano la matematica, e altri quattro casi in cui la consuetudine tipografica richiede interpunzioni particolari.
Poiché il prof. Giuseppe Orsello scriveva in un libro in italiano per lettori italiani, ritenevo a buon diritto che egli si riferisse alla consuetudine tipografica ed editoriale dominante in Italia, anche se egli non lo dice espressamente.
Non solo, ma sottolineo la parola consuetudine, perché l’uso di questa parola da un lato implica l’assenza di una norma, dall’altro rivolge il suo sguardo sia verso la tipografia sia verso il mondo editoriale, cioè verso quelle norme editoriali che le varie case editrici danno ai loro autori affinché si adeguino allo stile editoriale di quella particolare casa editrice.
Allora si capisce come io abbia fatto a scrivere la famigerata frase:
Qui si indicano le regole tipografiche in uso in Italia [omissis]
Qualunque segno di interpunzione è eliminato dopo le formule in display, a differenza di quanto si fa in altre nazioni; questo è un punto importante, perché siamo talmente abituati ad avere per le mani testi scientifici composti nel Regno Unito o negli Stati Uniti che abbiamo perso l’abitudine all’aspetto e ai dettagli di composizione dei testi italiani.La ragione di quanto io ebbi a scrivere mi pare che sia evidente dalle premesse, ma la frase sembra più prescrittiva di quanto io non avessi intenzione di fare, perché volevo mettere in evidenza il contrasto rispetto a quanto io credevo che si facesse nel mondo angloamericano; ho successivamente scoperto che anche nel mondo angloamericano esistono le stesse due scuole di pensiero.
Poiché è stato richiesto di esibire esempi contrari all’uso della punteggiatura, ho preso il primo libro di matematica che mi sono trovato sottomano, verificando che fosse stato stampato prima dell’avvento del DTP, desk-top-publishing, che ha in un certo modo immesso sul mercato una quantità di testi camera-ready che le case editrici hanno pubblicato senza stare ad alzare i costi con il lavoro di editing che sarebbe stato necessario.
Si tratta di un libro della serie/collana International Student Edition, scritto da C.R. Wylie Jr., Advanced Engineering Mathematics, pubblicato da McGraw-Hill e da Kogakusha a Tokyo nel 1966; il libro sembra curato anche nell’impaginazione oltre che in numerosi altri dettagli, ma non contiene un solo segno di interpunzione dopo le numerosissime espressioni matematiche in display.
Le statistiche non si fanno su un campione costituito da un solo elemento, ma almeno questo libro, scelto a caso fra quelli che posseggo, dimostra che l’idea dell’assenza di punteggiatura alla fine delle espressioni in display non è una mia idea peregrina, e non fa neppure parte della tradizione angloamericana quello di mettere sempre la punteggiatura finale. Si noti che il prof. Wylie era a suo tempo chairman del dipartimento di matematica dell’università dello Utah e sono sicuro che fosse un matematico anche se esponeva la matematica avanzata per gli ingegneri.
Ho poi esaminato con cura il famoso libro Concrete Mathematics, di Graham, Knuth e Patashnik, pubblicato da Addison Wesley nel 1989; Knuth per quel libro si era disegnato i Concrete Fonts ed aveva avuto da Zapf i font matematici che usa in quel libro. Orrore! Quasi tutte le formule in display hanno la punteggiatura finale spaziata di almeno uno spazio medio, almeno 0,5em; su questo punto entrambe le scuole di pensiero sono concordi che la punteggiatura spaziata è tipograficamente brutta e, a ben pensarci, nessuno di noi se lo sarebbe aspettato dal nostro Grand Wizard che ha dedicato una vita alla tipografia assistita da calcolatore per produrre beautiful books, secondo le parole che egli usa nell’introduzione del TeXbook.
Dispongo di una piccola collezione di libri di Peano pubblicati da Paravia o da Bocca alla fine dell’800, o da Carré & Naud a Parigi all’inizio del ‘900;
Aritmetica generale: algebra elementare – senza punteggiatura finale (Paravia)
Principii di geometria – con punteggiatura finale (Bocca)
Formulario mathematico (in latino sine flexione) – punteggiatura finale parziale (Bocca)
Formulaire de Mathématiques (in francese) – punteggiatura finale parziale (Carré & Naud)Come si vede a seconda dell’editore e della lingua usata, le convenzioni di punteggiatura cambiano anche se l’autore è lo stesso, per giunta un autore con vasta esperienza di pubblicazione e molto meticoloso.
Ho anche esaminato alcuni libri “antichi” e recenti pubblicati da Hoepli, Zanichelli, Boringhieri e Utet.
Hoepli presenta solo la punteggiatura finale in manualetti Hoepli dell’inizio del XX secolo, diciamo degli anni ’20; non presenta più la punteggiatura nel Manuale del Geometra (1996), che contiene una grossa sezione dedicata alla matematica.
Di Zanichelli ho poco, in pratica di libri contenenti un po’ di matematica ho solo il libro del compianto Lesina, Il nuovo manuale di stile, dove Lesina usa esattamente le raccomandazioni specificate dal prof. Orsello; ma il libro non fa testo, visto che Lesina era un ingegnere.
Di Boringhieri ho una serie di volumetti stampati tutti prima dell’avvento e/o della diffusione dei PC; ne ho scritto uno anch’io, non ricordo esattamente quando consegnai il dattilo/manoscritto all’editore, comunque era la fine degli anni ’60; la Boringhieri lo ricompose ex novo nelle sue officine seguendo il suo stile editoriale; la punteggiatura è presente talvolta, non sempre, e comunque solo a chiusura di frase, senza usare, quindi le virgole, ma solo il punto finale o il punto e virgola. Non misi mano alla composizione tipografica, perché Boringhieri provvide autonomamente (tra l’altro componendo in bandiera giustificata a sinistra, mi dissero, per ridurre i costi di composizione). A quei tempi, laureato in ingegneria, facevo il matematico; ero assistente universitario di Complementi di Matematica e facevo parte dell’allora Istituto di Matematica (il che non vuol dire niente, perché ormai ero macchiato con il peccato originale della laurea in ingegneria 🙁 ).
Di Utet ho a portata di mano la fisica del Perucca del 1972; tre volumi curatissimi nell’aspetto editoriale (oltre che nel contenuto); la punteggiatura è presente virtualmente alla fine di ogni formula in display, e si fa uso di virgole, punti, punti e virgola, quasi sempre spaziati di almeno 0,5em. A quanto pare nessuno è perfetto…
Io personalmente ritengo che l’assenza di punteggiatura finale renda la scrittura della matematica più chiara e meno ambigua quando i segni di interpunzione possono interferire con la lettura delle formule; ritengo che gli spazi e il modo con cui comincia la prima riga di testo dopo una espressione in display sia sufficientemente chiara per capire se dopo l’espressione il periodo prosegue, oppure se il periodo è terminato ma il capoverso prosegue, oppure se invece comincia un nuovo capoverso. Tuttavia capisco le ragioni di coloro che sostengono l’opportunità della punteggiatura.
Se devo fare un bilancio di pregi e difetti, presenti in entrambi i modi di comporre, onestamente mi pare che i pregi prevalgano di più sui difetti quando la punteggiatura finale è assente. Ma alla fin fine, in fondo la questione non è la “punteggiatura sì” contro la “punteggiatura no”! È una questione di chiarezza e di coerenza; l’importante è che un dato documento sia composto con la stessa convenzione, non un po’ in un modo e un po’ in un altro.
Se dovessi usare la punteggiatura, scrivendo per una casa editrice che la richiede, cercherei di spaziarla solo di uno spazio fine, in modo che questo spazietto sia quasi impercettibile, ma sia quel tanto che basta per separare il segno di punteggiatura dalla fine della formula, per evitare qualsiasi interferenza, specialmente della virgola con un eventuale denominatore di una frazione che concludesse l’espressione; prima però cercherei di convincere l’editore che senza punteggiatura sarebbe meglio 😀 !
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16 Luglio 2007 alle 10:10 #9839::
Per le formule in display io vedo il pericolo di confusione con segni o apici che si infilano proditoriamente nella lettura errata di una espressione; pensate solo ad una frazione seguita da una virgola; questa appare appoggiata alla linea di base e ribassata rispetto all’asse matematico su cui giace la riga della frazione; il pericolo di confondere questa virgola con un apice per l’ultimo simbolo a denominatore è forte; se la virgola è spaziata il pericolo cade, ma diventa brutta.
…
Personalmente io mi sento di consigliare di non usare nessuna punteggiatura, ma consigliare non vuol dire prescrivere.
Riprendo questo topic per trarre le (mie) concluioni. Per le ragioni emerse nella discussione, preferisco usare la punteggiatura, senza alcuno spazio spazio “manuale” che preceda i segni di interpunzione. Tuttavia, dopo aver letto le parole di Claudio, sto attento ad evitare i “pericoli di confusione tra una virgola e un apice”. Per esempio una scrittura del tipo
`
Se
\[
a=\frac{b}{c},
\]
allora…
`
è ambigua e va evitata (riformulando la frase). Il problema, paraltro, si presenta anche in ambiente math:
`Se $a=\frac{b}{c}$, allora…`
Sono casi rari (personalmente, ancora non ne ho incontrato neppure uno!), ma in teoria esistono.Questa è, se vogliamo, una dimostrazione che in una discussione si possono trarre utili insegnamenti da una posizione, pur non condividendola!
Ciao,
L.
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