Se poi eviti gli errori di ortografia come “pò” o il furto di lettere come in “cmq”, è meglio. 🙂 Nella tesi e qui. 😉
Questa faccenda dell’apocope è contorta.
Wikipedia (cfr Apocope) e l’Accademia della Crusca sono chiare:
po’ per poco,
pò è errato perché il carattere ò è errato, ci vogliono o + ‘ (due segni distinti)
Semplice.
Ma il TullioDeMauro e Wikionario (cfr. po’) dicono
pò’ per poco
e quindi pò ancora è errato ma questa volta perché incompleto.E questo è un errore che, almeno per me, va e viene a periodi (questo mi sembra il periodo del pò, mi pare)
Probabilmente la grammatica prevede la non obbligatorietà degli accenti
se non in certi casi, per cui pò’ è lecito scriverlo come po’ ma non perchè per perché
e neppura citta per città.Ora a me parrebbe sensato metterci una croce sopra ed
accettare tutte e quattro le forme le forme
po’, pò’, pò e po,
anche se su po non sono convinto
Non credo proprio. Semmai si potrebbe accettare la grafia senza nulla, visto che “po” non si confonde con niente (il nome proprio del fiume non ha rilevanza, è lo stesso che per le note musicali). Una grafia con accento e apostrofo è bislacca, non la prendo nemmeno in considerazione e metto il sito di quel “dizionario” nella lista nera. 🙂
L’accento non ci sta a fare niente. Quindi o niente, ma depreco, o apostrofo, come in altre apocopi sillabiche (mo’ to’). Certo, ci sono altri casi in cui invece si mette l’accento: fé, per esempio, che però è solo del linguaggio poetico; in piè l’accento ci va per la regola sui dittonghi che prevede l’accento in più, giù e già.
E perché non ci va niente in “fra Cristoforo”? C’è differenza: qui l’apocope è in un nesso tra due parole; quella in “po’” è “assoluta”, non dipende dal contesto. Analogamente negli imperativi da’ di’ fa’ sta’ va’ (che hanno le forme alternative dai dici fai stai vai e inoltre possono ricevere un’aggiunta: ma fammi il piacere!).
Gli accenti sui monosillabi sono un pasticcio, ma non è difficile capire come sono stati “decisi”. Prima di tutto si tratta di monosillabi che presentano possibilità di confusione, altrimenti non c’è dubbio: io do, il re, un trono vicino al sol (con voce strozzata del tenore di turno).
Seconda regola: l’accento va sul monosillabo che può prendere accento tonico. Quindi sull’avverbio “lì” ma non sul pronome “li” che è proclitico o enclitico. Va sulla congiunzione “né” ma non sul pronome “ne”; viceversa non va sulla congiunzione “se” ma va sul pronome “sé”. Gli articoli e le preposizioni sono generalmente proclitici, quindi non portano accento; perciò l’accento va sull’avverbio “là”, sul verbo “dà” o sul nome “dì”. Qualcuno afferma che “su” avverbio voglia l’accento, io sto con chi non vede possibilità di confonderlo con la preposizione: si tratta di ausili per la lettura, nient’altro. In particolare, su “fra Giocondo da Velletri” non c’è bisogno di pennacchi, basta il nome a far capire di che si tratta; la parola “frate” non ammette apocope “assoluta” se non, forse, in poesia che però segue le sue proprie regole.
Su “io sto” o “mi fa male la testa” non va accento perché si tratta di monosillabi dal significato univoco. Su “egli va” l’accento non serve perché l’imperativo vuole l’apostrofo.
Come vedi non è così difficile. 🙂 Rimane il problema di “qui” e “qua”: secondo la regola di “più” dovrebbero avere l’accento, ma la “u” dopo “q” non può mai essere tonica (non è nemmeno una vocale, a dire il vero). Nemmeno in “già” sarebbe da mettere, per essere sinceri, visto che la “i” è solo diacritica, ma ci sono parole come “mia” che fanno propendere ugualmente per l’accento.
L’ortografia è una convenzione; ma è una convenzione utile a tutti e va rispettata. Che ci vuole a ricordare di scrivere “po’” con l’apostrofo? Orsù. 🙂
Ciao
Enrico