`\begin{linenumbers}
\resetlinenumber
\dots le forme nella natura sono tanto varie, e per così dire tanto numerose
le modificazioni dei concetti trascendentali universali della natura,
lasciate indeterminate da quelle leggi che l'intelletto puro fornisce a priori
queste ultime infatti non riguardano che la possibilità di una natura come
oggetto dei sensi in generale), — da richiedere perciò leggi che, in quanto
empiriche, possono essere contingenti dal punto di vista del nostro
intelletto, ma che, per ricevere il nome di leggi (come è richiesto anche dal
concetto di una natura), debbono venir considerate come necessarie a partire
da un concetto (per quanto a noi sconosciuto) dell'unità del molteplice. —
Il Giudizio riflettente, cui tocca risalire dal particolare della natura
all'universale, ha dunque bisogno d'un principio che non può ricavare
dall'esperienza, perché deve appunto fondare l'unità di tutti i princìpi
empirici sotto princìpi anch'essi empirici, ma più elevati, e quindi la
possibilità di una sistematica subordinazione di tali princìpi gli uni agli
altri. Un tale principio trascendentale, il Giudizio riflettente può dunque
darselo soltanto esso stesso come legge, senza prenderlo dall'esterno (perché
allora si trasformerebbe in Giudizio determinante),
né può prescriverlo alla natura, poiché la riflessione sulle leggi della natura
si adegua alla natura, mentre quest'ultima non si adegua alle condizioni
secondo le quali noi aspiriamo a formarci di essa un concetto che, rispetto
a tali condizioni, è del tutto contingente.
\end{linenumbers}`
Qui la parola in rosso sporge un centimetro.
`\begin{dblcolquote}
\textbf{1–10.} La terza caratteristica del giudizio di gusto è la finalità,
la quale tuttavia non si riferisce davvero a uno scopo che l'oggetto del
gusto possederebbe, ma solo a una impressione che il soggetto percepisce senza
poterla indicare con precisione. Essa cioè rimane una finalità indeterminata,
a differenza di quella della ragione.
\textbf{11–23.} Kant distingue la finalità oggettiva e quella soggettiva: la
prima è la relazione di un oggetto col suo fine, stabilito mediante un
concetto; si tratta della teleologia, dove il fine per cui la cosa è posta in
essere è la sua stessa causa. La seconda consiste invece nell'accordo
dell'oggetto con lo stato del soggetto: qui non ha alcun rilievo il fondamento
dell'oggetto, la sua «reale» destinazione, ma solo quanto appare come
destinazione al soggetto. Ad esempio, io posso compiacermi nel rilevare delle
regolarità in un disegno o in un paesaggio, ma mi fermo alla constatazione
pura e semplice di dette regolarità per trarne piacere, senza indagare come
mai esse siano presenti; queste informazioni non servirebbero in ogni caso ad
accrescere il mio piacere.`
Qui invece una colonna viene divisa così:
`11–23. Kant distingue la finalità
oggettiva e quella soggettiva: la prima
è la relazione di un oggetto col suo fine,`
Ma, per dire, oggettiva poteva tranquillamente essere divisa
e almeno”og” ci sta per non creare uno spazio vuoto vistoso.
E infine il preambolo:
`\documentclass[a4paper]{article}
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\hyphenation{pu-ra-men-te,de-ter-mi-nan-te,Scho-pen-hau-er}
\frenchspacing`
M.