Concordo che le abbreviazioni vadano evitate, se possibile. Ma se si decide di usarle, a mio parere bisogna seguire la convenzione in uso, che in italiano è quella di raddoppiare la consonante, o aggiungere il termine della parola nel caso di consonanti doppie (per esempio, dott.ri). Quindi andrebbero usate tabb., figg., sezz., e così via.
Nella maggior parte dei casi le abbreviazioni si possono evitare (anche in parentesi), quindi il problema generalmente non si pone.
Nei testi d’argomento giuridico si usano, e si raddoppiano per i plurali. Possiamo essere d’accordo che il “legalese” non sia un buon esempio di scrittura, ma non possiamo crocifiggere i giuristi.
In bibliografia, si usa pp. per pagine. Non so se sia la scelta migliore, ma è quella che ha vinto nell’uso. Dunque rimarrei con quella.
Personalmente non userei mai “p.” per il plurale, e nemmeno “pag.” per il singolare, visto che coerentemente il plurale sarebbe “pagg.” (ancora più brutto di “pp.”).
Se proprio si vuole evitare “pp.”, e se è vero che il contesto e la forma forniscono già l’informazione sul plurale, allora si può anche propendere per eliminare del tutto l’abbreviazione e lasciare solo l’intervallo numerico (come avviene nell’uso inglese). Sarà la posizione alla fine della voce bibliografica a suggirerne il significato.
Ciao.
Luigi