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teomat.
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CreatoreTopic
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30 Novembre 2010 alle 11:43 #53149::
Ciao a tutti.Questo topic nasce per risolvere un problema sollevato da Claudio qui, e che in generale riguarda il trattamento delle abbreviazioni al plurale?
I termini “tabella”, “figura”, “pagina”, “capitolo” sono abbreviati con “tab.”, “fig.”, “p.” (a volte pag.), “cap.”.
Spesso si trovano al plurale nella forma “tabb.”, “figg.”, “pp.” (a volte pagg.), “capp.”.
A parte “p.” e “pp.” che sono parecchio diffuse. Sulle altre abbreviazioni come ci si deve comportare? A me “tabb.”, “figg.” e “capp.” non piacciono un gran che.Il termine “sezione” è abbreviato con “sez.”. Il plurale deve essere “sezz.”? 🙄
E cosa dire del simbolo “§”, spesso usato come sinonimo di “paragrafo” per indicare una sezione? Il plurale è “§§”, per coerenza.
Il manuale del Lesina non usa tali abbreviazioni ma in alcuni campi sono consolidate.
Si può trovare una via d’uscita razionale? C’è una convezione in merito? Qualche norma ISO?Ciao
Ivan
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CreatoreTopic
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AutoreRisposte
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30 Novembre 2010 alle 12:17 #53150::
Ciao a tutti.
Questo topic nasce per risolvere un problema sollevato da Claudio qui, e che in generale riguarda il trattamento delle abbreviazioni al plurale?
I termini “tabella”, “figura”, “pagina”, “capitolo” sono abbreviati con “tab.”, “fig.”, “p.” (a volte pag.), “cap.”.
Spesso si trovano al plurale nella forma “tabb.”, “figg.”, “pp.” (a volte pagg.), “capp.”.
A parte “p.” e “pp.” che sono parecchio diffuse. Sulle altre abbreviazioni come ci si deve comportare? A me “tabb.”, “figg.” e “capp.” non piacciono un gran che.Il termine “sezione” è abbreviato con “sez.”. Il plurale deve essere “sezz.”? 🙄
E cosa dire del simbolo “§”, spesso usato come sinonimo di “paragrafo” per indicare una sezione? Il plurale è “§§”, per coerenza.
Il manuale del Lesina non usa tali abbreviazioni ma in alcuni campi sono consolidate.
Si può trovare una via d’uscita razionale? C’è una convezione in merito? Qualche norma ISO?Il sistema c’è: non usare abbreviazioni mai e per alcun motivo. Puoi fare qualche lieve eccezione: p. per “pagina/pagine” e le tue amate latinitates. Perché quegli orribili “ecc.” “p. es.”? I raddoppiamenti finali poi sono agghiaccianti.
Ciao
Enrico
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30 Novembre 2010 alle 12:29 #53151::
Ciao a tutti.
Questo topic nasce per risolvere un problema sollevato da Claudio qui, e che in generale riguarda il trattamento delle abbreviazioni al plurale?
I termini “tabella”, “figura”, “pagina”, “capitolo” sono abbreviati con “tab.”, “fig.”, “p.” (a volte pag.), “cap.”.
Spesso si trovano al plurale nella forma “tabb.”, “figg.”, “pp.” (a volte pagg.), “capp.”.
A parte “p.” e “pp.” che sono parecchio diffuse. Sulle altre abbreviazioni come ci si deve comportare? A me “tabb.”, “figg.” e “capp.” non piacciono un gran che.Il termine “sezione” è abbreviato con “sez.”. Il plurale deve essere “sezz.”? 🙄
E cosa dire del simbolo “§”, spesso usato come sinonimo di “paragrafo” per indicare una sezione? Il plurale è “§§”, per coerenza.
Il manuale del Lesina non usa tali abbreviazioni ma in alcuni campi sono consolidate.
Si può trovare una via d’uscita razionale? C’è una convezione in merito? Qualche norma ISO?Il sistema c’è: non usare abbreviazioni mai e per alcun motivo. Puoi fare qualche lieve eccezione: p. per “pagina/pagine” e le tue amate latinitates. Perché quegli orribili “ecc.” “p. es.”? I raddoppiamenti finali poi sono agghiaccianti.
Ciao
EnricoSu “p.” siamo d’accordo. Ma userei “pp.” per il plurale. “p. es.” lo trovo orribile anch’io. Meno orribile “ecc.”, ma solo perché ci sono abituato. Le latinitates le sto abbandonando, ma come tutti i divorzi serve del tempo …;)
Ma perché rinunciare alle abbreviazioni sempre? Non è meglio scrivere “l’incremento demografico del 2010 è stato … (tab. 5); la percentuale di incidenti stradali … (tab. 6)”? Se ci sono tanti riferimenti a tabelle (o figure), la forma abbreviata mi sembra migliore. Ma ho dei dubbi 🙄Ciao
Ivan
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30 Novembre 2010 alle 12:35 #53152::
CIao.
Nemmeno io uso le abbreviazioni, mai. Possono essere utili nelle tabelle, p. es., opp. in altri rari casi. 😀È un fatto, però, che in tipografia e redazione ci siano delle abbreviazioni consolidate che si usano. Forse quello che dice Ivan, cioè che in caso di occorrenze molto numerose la forma abbreviata è la migliore, ha una certa dose di verità, ma va comunque valutato caso per caso.
Ecc., per esempio, non lo uso proprio mai 😉
Insomma: sembra essere una questione di gusto personale: esistono abbreviazioni più o meno corrette da una parte, e la sensibilità dell’autore dall’altro.
Ciao
Tommaso
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30 Novembre 2010 alle 17:15 #53153::
Da qualche parte ho letto che le abbreviazioni NON sono accettabili nel testo, ma sono accettabili, non obbligatorie ma accettabili, negli incisi parentetici.Le abbreviazioni col raddoppiamento finale appartengono solo al burocratese, al legalese, e ai gerghi professionali e non professionali, con i vari OO.SS. per Organizzazioni Sindacali, VV.F. per Vigili del Fuoco; accompagnati dai vari sigg. proff., ops!, mi correggo, Sigg., Proff., e simili. Escludo da questo elenco le abbreviazioni del tipo Ns/ per nostro e Vs/ per vostro che non meritano neanche di essere prese in considerazione; finché tutti le accettano, tutti si sentono in dovere di scriverle. Io, invece, un preventivo per un lavoro da fare in casa mia, scritto in questo modo, anche se non deve essere un capolavoro di letteratura, non lo accetto, e respingo la proposta.
Per quanto riguarda § e §§, non sono d’accordo sul raddoppiamento, perché non si tratta di una abbreviazione, ma di un simbolo; visto che anche le unità di misura sono rappresentate dei rispettivi simboli, raddoppiare sarebbe come scrivere 1 m e 2 mm, per dire un metro e due metri; l’assurdità è talmente evidente che il “plurale” §§ si scarta da solo.
L’italiano poi ha gli articoli e gli aggettivi singolari e plurali che non richiedono di avere abbreviazioni plurali; nelle indicazioni delle pagine, poi, c’è un intervallo numerico. Quando uno scrive p. 125-132 è evidente che si sta parlando di una pluralità di pagine, non c’è bisogno di scrivere pp. 125-132 per ribadire il concetto.
Dire che in tipografia ci sono usi e costumi consolidati va bene per la composizione, per l’impaginazione, per la scelta del book design (compito una volta del tipografo), per la scelta dei caratteri, eccetera, ma non è una buona spiegazione per le abbreviazioni; la scrittura delle abbreviazioni non è normata dalla teoria della tipografia, ma dalla grammatica e dal buon senso.
Le abbreviazioni servono per risparmiare spazio; siamo sicuri che quando le usiamo abbiamo davvero così poco spazio? Se sì, allora l’abbreviazione è giustificata, altrimenti non la si usa.
Ma abbreviando si elimina di solito la parte finale della parola, quella che contiene la sua “diatesi (si chiama così, o questa parola si riferisce solo ai verbi?). Insomma è la parte finale della parola che distingue talvolta il maschile dal femminile, il singolare dal plurale. Se abbreviamo vuol dire che il genere e il numero sono impliciti nel resto dello scritto, dunque non c’è nessun bisogno di distinguere l’abbreviazione singolare da quella plurale; e se la pluralità non si evince dal resto dello scritto e se il concetto di pluralità è essenziale per il contenuto dello scritto, NON si usa l’abbreviazione.
A me pare semplice, ma può darsi che come al solito io sia troppo legato a norme che esistono oppure, come nel caso delle abbreviazioni, per le quali non esistono norme UNI o simili (ISO no di sicuro perché dipendono dalla lingua), ma che io mi sono costruito nella mia testa. Le mie quindi possono essere norme senza alcun valore.:)
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30 Novembre 2010 alle 21:49 #53154::
Da qualche parte ho letto che le abbreviazioni NON sono accettabili nel testo, ma sono accettabili, non obbligatorie ma accettabili, negli incisi parentetici.
Le abbreviazioni col raddoppiamento finale appartengono solo al burocratese, al legalese, e ai gerghi professionali e non professionali, con i vari OO.SS. per Organizzazioni Sindacali, VV.F. per Vigili del Fuoco; accompagnati dai vari sigg. proff., ops!, mi correggo, Sigg., Proff., e simili. Escludo da questo elenco le abbreviazioni del tipo Ns/ per nostro e Vs/ per vostro che non meritano neanche di essere prese in considerazione; finché tutti le accettano, tutti si sentono in dovere di scriverle. Io, invece, un preventivo per un lavoro da fare in casa mia, scritto in questo modo, anche se non deve essere un capolavoro di letteratura, non lo accetto, e respingo la proposta.
Per quanto riguarda § e §§, non sono d’accordo sul raddoppiamento, perché non si tratta di una abbreviazione, ma di un simbolo; visto che anche le unità di misura sono rappresentate dei rispettivi simboli, raddoppiare sarebbe come scrivere 1 m e 2 mm, per dire un metro e due metri; l’assurdità è talmente evidente che il “plurale” §§ si scarta da solo.
L’italiano poi ha gli articoli e gli aggettivi singolari e plurali che non richiedono di avere abbreviazioni plurali; nelle indicazioni delle pagine, poi, c’è un intervallo numerico. Quando uno scrive p. 125-132 è evidente che si sta parlando di una pluralità di pagine, non c’è bisogno di scrivere pp. 125-132 per ribadire il concetto.
Dire che in tipografia ci sono usi e costumi consolidati va bene per la composizione, per l’impaginazione, per la scelta del book design (compito una volta del tipografo), per la scelta dei caratteri, eccetera, ma non è una buona spiegazione per le abbreviazioni; la scrittura delle abbreviazioni non è normata dalla teoria della tipografia, ma dalla grammatica e dal buon senso.
Le abbreviazioni servono per risparmiare spazio; siamo sicuri che quando le usiamo abbiamo davvero così poco spazio? Se sì, allora l’abbreviazione è giustificata, altrimenti non la si usa.
Ma abbreviando si elimina di solito la parte finale della parola, quella che contiene la sua “diatesi (si chiama così, o questa parola si riferisce solo ai verbi?). Insomma è la parte finale della parola che distingue talvolta il maschile dal femminile, il singolare dal plurale. Se abbreviamo vuol dire che il genere e il numero sono impliciti nel resto dello scritto, dunque non c’è nessun bisogno di distinguere l’abbreviazione singolare da quella plurale; e se la pluralità non si evince dal resto dello scritto e se il concetto di pluralità è essenziale per il contenuto dello scritto, NON si usa l’abbreviazione.
A me pare semplice, ma può darsi che come al solito io sia troppo legato a norme che esistono oppure, come nel caso delle abbreviazioni, per le quali non esistono norme UNI o simili (ISO no di sicuro perché dipendono dalla lingua), ma che io mi sono costruito nella mia testa. Le mie quindi possono essere norme senza alcun valore.:)
Era la spiegazione che cercavo. Come in altri casi, ho sempre cercato soluzioni il più possibile razionali ai problemi tipografici e/o redazionali. La tua argomentazione è più che convincente e supporta bene una convinzione che ho da qualche tempo: se il contesto fa capire se si tratta di singolare o plurale il raddoppiamento non ha senso; sul simbolo § il discorso è ancora più cogente: in questo caso si tratterebbe addirittura di un “errore” (anche se § non è un’unità di misura :roll:, o forse sì?).
Il problema è ora questo: come comportarsi, per esempio, negli stili bibliografici? Negli stili philosophy si usa “pp.” per “pagine”. Abbandonare questa consuetudine, secondo voi, è consigliabile? (Prima di farlo vorrei avere un ampio consenso)Ciao
Ivan
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30 Novembre 2010 alle 22:02 #53155::
§ certamente non è una unità di misura. Ed è per questo che si mette prima del numero che identifica il paragrafo; se fosse una unità di misura andrebbe dopo.Tuttavia funzione come una pietra miliare, o un segnale chilometrico; quante volte sull’autostrada sentite che ci sono lavori al chilometro 243? Quello non indica una distanza, ma il tratto di strada (per combinazione lungo un chilometro) identificato da un segnale strale su cui è scritto 243 km (quando va bene, perché solitamente è scritto in modo sbagliato).
Ma nello stesso modo, quando si dice o si scrive che c’è un cantiere stradal lungo diversi chilometri che riduce il numero di corsie sull’autostrada, Isoradio l’annuncia dicendo dal chilometri 75 al chilometro 80; evidentemente si riferisce ai segnali identificati da quei numeri, non all’effettiva lunghezza del cantiere; ma ve lo vedreste scritto un annuncio del genere con “… in direzione sud tra i kmm. 125-138..”?
Io propendo per “p.” in ogni caso; erò spazio permettendo preferirei “pag.”, così non si può nemmeno equivocare quella abbreviazione (con un quantitativo di informazione minimo) con “parte” o qualunque altra cosa che cominci con “p”. Così non abbrevierei nota con n. e nemmeno numero con n. le abbreviazioni di una sola lettera sono quasi prive di informazione, che non arrivi dal contesto.
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30 Novembre 2010 alle 22:47 #53156::
Concordo che le abbreviazioni vadano evitate, se possibile. Ma se si decide di usarle, a mio parere bisogna seguire la convenzione in uso, che in italiano è quella di raddoppiare la consonante, o aggiungere il termine della parola nel caso di consonanti doppie (per esempio, dott.ri). Quindi andrebbero usate tabb., figg., sezz., e così via.Nella maggior parte dei casi le abbreviazioni si possono evitare (anche in parentesi), quindi il problema generalmente non si pone.
Nei testi d’argomento giuridico si usano, e si raddoppiano per i plurali. Possiamo essere d’accordo che il “legalese” non sia un buon esempio di scrittura, ma non possiamo crocifiggere i giuristi.
In bibliografia, si usa pp. per pagine. Non so se sia la scelta migliore, ma è quella che ha vinto nell’uso. Dunque rimarrei con quella.
Personalmente non userei mai “p.” per il plurale, e nemmeno “pag.” per il singolare, visto che coerentemente il plurale sarebbe “pagg.” (ancora più brutto di “pp.”).
Se proprio si vuole evitare “pp.”, e se è vero che il contesto e la forma forniscono già l’informazione sul plurale, allora si può anche propendere per eliminare del tutto l’abbreviazione e lasciare solo l’intervallo numerico (come avviene nell’uso inglese). Sarà la posizione alla fine della voce bibliografica a suggirerne il significato.Ciao.
Luigi
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3 Dicembre 2010 alle 7:07 #53157::
Il problema è ora questo: come comportarsi, per esempio, negli stili bibliografici? Negli stili philosophy si usa “pp.” per “pagine”. Abbandonare questa consuetudine, secondo voi, è consigliabile? (Prima di farlo vorrei avere un ampio consenso)
Io sono decisamente per l’eliminazione di “pp.” che trovo orrido e burocratico. Nell’Arte, come sai, ho optato per lasciarlo, ma a malincuore: non ne sono mai stato convinto.
Ciao,
L.
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3 Dicembre 2010 alle 7:12 #53158::
Concordo che le abbreviazioni vadano evitate, se possibile. Ma se si decide di usarle, a mio parere bisogna seguire la convenzione in uso, che in italiano è quella di raddoppiare la consonante, o aggiungere il termine della parola nel caso di consonanti doppie (per esempio, dott.ri). Quindi andrebbero usate tabb., figg., sezz., e così via.
Beh, l’uso è importante, ma a volte si può (si deve) andare contro corrente.
Se in un documento trovassi scritto “sezz.”, penso che verrei colto da una leggera nausea… 😕
A questo punto, a Ivan la scelta: lasciare “pp.”, oppure mettere “p.” o “pag.”.
Vediamo:
(Citato alle pp. 1,3.)
è orrendo. Invece
(Citato a p. 1,3.)
(Citato a pag. 1,3.)
vanno molto meglio. Personalmente, forse, preferisco quest’ultima, con “pag.”, così è anche più chiaro.
Ciao,
L.
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3 Dicembre 2010 alle 9:12 #53159::
Io il mio parere l’ho giè espresso in modo chiaro.p. per pagina o pagine vi dà un po’ fastidio? Non dovrebbe; Lorenzo propone tre modi più o meno corretti per riferirsi a una pluralità di pagine: io ne propongo altri, che mi sembrano più corretti sulla base un un principio che non mi stanco mai di raccomandare (inascoltato) e che vale anche quando non si usano abbreviazioni. E cioè:
Il numero che accompagna la parola pagina, equazione, figura, tabella, sezione, capitolo, eccetera, renda la parola una indicazione definita, e quindi ci vuole l’articolo definito o la preposizione articolata.
Ne segue, sempre secondo me che le citazioni corrette dovrebbero essere:
(Citato alle p. 1-3)
oppure
(Citato alle pag. 1-3)
oppure
(Citato alle p. 1 e 3)
e altre espressioni simili, a seconda che si tratti di singole pagine o intervalli di pagine.
Luigi @magigi difende la consuetudine d’uso nel linguaggio legale. D’altra parte la legge è quel sistema che rende “norma” ciò che nasce come “consuetudine”.
Io non sarei così favorevole a questo genere di consuetudine che rende il linguaggio legale pieno di formule abbreviate, non solo abbreviazioni, tali da trasformarlo in un gergo professionale comprensibile agli addetti ai lavori e oscuro ai profani; nonostante che la legge, e tutto quanto è legato alla legge, dovrebbe essere comprensibile anche alle persone più semplici. L’ignoranza della legge non è una scusante è un principio base dell’ordinamento giuridico, ma quando la legge è incomprensibile (al profano) come si fa a dire che uno la ignora anche se l’ha letta?
Ecco quindi che legislatori, giudici, avvocati e ogni altra persona che tratta di legge dovrebbe astenersi da ogni qualsiasi formula abbreviata; Ne cito una frequentemente ricorrente e non tanto oscura, ma che (secondo me) contiene anche un buon errore grammaticale:
di cui agli artt.123 segg. CP
cioè una frase relativa senza verbo. Che cosa ci vuole, specialmente oggi che con LaTeX si possono facilmente definire comandi che risparmiano il lavoro di battitura ma che espongono tutta la frase, a scrivere:
di cui si tratta negli articoli 123 e seguenti del Codice Penale
eventualmente usando un verbo più adeguato?
La frase diventerebbe comprensibile a tutti; la frase diventerebbe ancor più comprensibile se fosse accompagnata da una nota in calce che riportasse il testo degli articoli citati.
Naturalmente non voglio assolutamente insegnare ai gatti ad arrampicarsi: coloro che operano nel campo del diritto sanno benissimo come fare a farsi capire (quando lo vogliono) e ad essere oscuri (quando lo ritengono necessario) 😉
Tuttavia se anche nel “legalese” le abbreviazioni fossero eliminate tutti ne trarrebbero giovamento.
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3 Dicembre 2010 alle 10:24 #53160::
Sottoscrivo l’intervento di Claudio.Solo una cosa: se scrivere tutto per esteso è quasi sempre la soluzione migliore (gli esempi che fa Claudio sono eccellenti), talvolta (raramente) le abbreviazione sono utili. Per esempio, nella bibliografia finale di un libro come l’Arte scrivere tantissimi “a pagina” e “alle pagine”, come in un primo momento avevo scelto, è davvero pesante: meglio “p.” o “pag.”. Ma “pp.” proprio no, per favore: ricorda quelle espressioni “VV. FF.” e “FF. SS” che sono di un burocratese orrendo.
Ciao,
L.
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10 Dicembre 2010 alle 10:43 #53161
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10 Dicembre 2010 alle 11:47 #53162::
Vorrei dare un contributo minimo.
Premesso che normalmente non utilizzo mai le abbreviazioni segnalate, ritengo però che nella bibliografia (e in pochissimi altri casi) possano essere ammessi p. per pagina e pp. per pagine.L’utilizzo di pag. per pagina/e lo trovo poco utile: perché utilizzare quattro caratteri per abbreviare una parola di sei?
Sarei propenso a mantenere la distinzione p./pp. per una ragione di simmetria: nella letteratura filologica (almeno per la filologia italiana, romanza e latina), quando si descrive un manoscritto o una stampa antica, è universalmente accettato l’utilizzo di espressioni come questa seguono 4 cc. bianche in particolare se inserite in una “serie” …manoscritto di 152 cc., da c. 4 a c. 20 è presente il tale trattato, dopo 4 cc. non numerate si legge il tal’altro trattato . [A volte a c. per carta è sostituito f. per foglio]
Non sarebbe molto coerente vedere impiegate le abbreviazioni “c.” e “cc.” (“f.” e “ff.”) accanto all’uso di “p.” per riferirsi sia a “pagina” sia a “pagine”.
Ma ammetto che si tratta di un ambito di studio/scrittura molto ristretto…
A presto,
Matteo
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