Mi permetto di controbattere, per quanto forse in ot, davvero non per amor di polemica ma per passione ed interesse!
L’uso di cui parlo è abbastanza frequente ed attestato nella letteratura specialistica. Il primo esempio che ho sottomano è l’edizione del De partibus animalium curata da Andrea Carbone per la BUR nel 2002. Come dicevo, nella sezione della bibliografia “Edizioni traduzioni e commenti” non si trova il nome di Aristotele tra gli autori. Le voci bibliografiche hanno questa forma:
`Balme D.M.: Aristotle, De partibus animalium I, Oxford 1972.`
I testi di Aristotele per come li leggiamo oggi sono il risultato di un lavoro di collazione filologica relativamente recente. Il nostro De anima per esempio risulta dall’incrocio di papiri e codici – questi ultimi privi di accenti e spiriti, quindi fortemente ambigui – in cui i casi di discordanza vengono decisi secondo una varietà di criteri. Niente di certo si sa sull’ordine dei capitoli, sul titolo dell’opera e sulla legittimità delle scelte filologiche. A tutto questo si aggiunge la particolare circostanza che i testi di Aristotele non sono stati concepiti per la pubblicazione, o comunque per la divulgazione pubblica cui erano invece destinati i dialoghi di Platone o le tragedie di Euripide.
In sintesi quindi, cosa ha scritto Aristotele? Le ultime due o tre righe del testo greco edito da Bekker, pur presenti nell’edizione di Movia in greco, ma da questi scrupolosamente non tradotte in italiano, sono di Aristotele?
Movia e Carbone di mestiere non fanno i traduttori, non nel senso in cui si traduce un libro di una lingua moderna curato e pubblicato dal suo autore. Si pensi in questo senso al fatto che uno o più traduttori possono rendere lo stesso testo a distanza di anni in modo profondamente diverso: il De anima curato da Movia non è quello curato da Bodéus, tanto più che quest’ultimo accoglie altre congetture filologiche. Ma anche la prima edizione di Movia differisce in diversi punti rispetto alla più recente. Sono tutti libri di Aristotele? In bibliografia li dovrei riferire tutti a lui?
L’uso che propongo è forse troppo denso ed implicito, e probabilmente rischia di essere sviante rispetto a quanto riportato sulle copertine dei libri 😳 Credo però che un lavoro di carattere specialistico sulla filosofia di Aristotele non possa prescindere da un’approfondita riflessione sulla particolare natura della testualità aristotelica che riceviamo attraverso la tradizione. Nel mio caso l’esito di tale riflessione è accettare l’edizione Bekker come la più vicina approssimazione al testo aristotelico da noi al momento producibile, e sottolinerare la distanza che corre tra noi ed un ipotetico testo originale mediante un uso un pò straniante.
Saluti
Pietro