Re: Libri tradotti: nell’originale ci vanno tutti i campi?

#68815
dianoia
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    Provo a precisare meglio la mia posizione. Gli elementi in gioco sono 3: le fonti – papiri codici e simili, alcuni in greco, altre in arabo, altre in latino e così via; le edizioni di riferimento del testo greco; le traduzioni nelle lingue moderne.

    Quando si cita nella notazione fissata da Bekker, si fa di fatto riferimento alle edizioni pubblicate dalla Oxford Classical Text, ed alla numerazione inizialmente fissata da Bekker. Nel caso del De anima la più recente edizione del è quella curata d a Ross nel 1961, il cui titolo è Aristotelis De anima recognivit brevique adnotatione instruxit W.D. Ross.
    Il testo presentato è solo quello greco, ricostruito dall’editore che ha consultato per questo le fonti disponibili. Il testo greco è seguito dagli indici della parole, ed ha una breve introduzione, rigorosamente scritta in latino, in cui Ross motiva alcune delle sue scelte e presenta lo stemma codicum, vale a dire un grafico con il quale rende conto del modo in cui ha incrociato le varie fonti per ottenere un testo per quanto possibile coerente. Coerente perché non troppo internamente contraddittorio, coerente con quanto capiamo doveva contenere il testo per il modo in cui ne parlano i commentatori più antichi, coerente con la restante parte del corpus aristotelico, per quanto possibile. Visto il ruolo storico dell’Oxford Classical Text, non solo si cita secondo la loro numerazione, ma anche con i titoli latini, riferimenti assoluti per la quasi totalità delle traduzioni.

    Finito il lavoro di edizione comincia quello di traduzione nelle varie lingue moderne. Se già si possono porre numerosi problemi circa la possibilità stessa che il lavoro dell’editore corrisponda alle intenzioni dell’autore del trattato, i problemi si moltiplicano nel caso della resa in una lingua diversa. Credo però che ancor più dei problemi linguistici, pesino le correnti di pensiero. Testi come il De anima hanno subito 2000 e più anni di commenti parafrasi e traduzioni. Un averroista non rende e non può rendere il quarto capitolo del terzo libro come lo rende un tomista. E traduttori poco onesti con i lettori spesso omettono di indicare le alternative interpretative e le conseguenti alternative di traduzione.

    In questo quadro il lettore italiano legge un testo, di cui in assoluto non possiamo nemmeno essere sicuri che sia esistito, prodotto da un certo numero di mediazioni. Il primo compito di uno specialista dovrebbe essere quello di non nascondere la presenza di queste mediazioni, e quindi di non operare immediate riduzioni etnocentriche. Questo dovrebbe valere sopratutto in fase di traduzione. Ma anche per chi scrive testi di letteratura secondaria sui trattati aristotelici. Il primo passo da fare non consiste nell’avvicinare aristotele al lettore, ma nel far percepire al lettore la distanza che ci separa da lui.

    A livelli bibliografico si può tradurre un problema del genere 😳 ? Immagino che il mio atteggiamento possa apparire eccessivo o fanatico, quel che cerco di dire è però semplicemente che forse non si dovrebbero allineare tutti i testi che rendono, editano o traducono il de anima su una stessa linea, come se avessero tutti lo stesso rapporto e la stessa distanza con un testo originale, peraltro indisponibile.

    Saluti
    Pietro

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