La domanda è interessante, am come fa a sapere [tt]\autoref[/tt] che lo si sta usando dentro delle parentesi, in un inciso parentetico?
Lo potrebbe sapere se il semplice uso della parentesi aperta impostasse a true una variabile logica e la chiusura della parentesi dell’inciso reimpostasse la variabile logia a false.
Per esssere sicuri che altre parentesi dentro l’inciso non disturbino questo giochetto di variabili logiche bisognrebbe usare un altro metodo per generare l’inciso, per esempio un ambiente o almeno un comando il cui argomento ia l’inciso stesso; allora dentro l’inciso puoi usare un comando diverso da quello che useresti fuori dell’inciso.
Ma a quel punto mi sorgerebbe una domanda: si fa prima a scrivere quello che dici, o è meglio scrivere l’inciso nella forma [tt](see eqn.~\refequ:key})[/tt] ?
Analogamante, lasciando perdere che una soluzione con \autore può andar bene per l’inglese, e male per l’italiano, non è meglio scrivere [tt]equation~\eqret{equ:key}[/tt] (con o senza maisucola) per una sola equazione e [tt]equations\eqref{equ:kestart}–\eqref{equ:keyend}[/tt] ?
Come farei io, la cosa andrebbe bene sia per l’inglese (senza articoli o preposizioni articolate) e l’italiano (con gli articoli o le preposizioni articolate correttamente poste al singolare o al plurale).
Però l’uso di \autoref, almeno in inglese sembra abbastanza utile. Peccato che funzioni solo quando usi hyperref. Per un testo a stampa non servirebbe a nulla.
Forse vedo la cosa con occhio pessimista, ma mi pare che tutto sommato l’uso di ‘autoref non semplifichi granché la vita di chi compone il testo sorgente.