Colonne disuguali con multicol

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  • #50449
    samiel
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      Devo comporre una sezione di (solo) testo in due colonne.
      Il codice è molto semplice:
      `\begin{multicols}{2}
      \sffamily\footnotesize{
      \textbf{1-6.} Per Kant, conoscere è giudicare, ma nella \textit{Critica della
      ragion pura} il giudizio sintetico a priori svolge una funzione ancor più
      originaria: esso infatti pone l'oggetto stesso, lo costituisce o, per seguire
      la terminologia della terza \textit{Critica}, lo determina. A tal fine il
      particolare (il materiale fornito dall'intuizione sensibile) viene sussunto
      sotto l'universale costituito dalle strutture dell'intelletto (le categorie).

      \textbf{7-25.} Nella \textit{Critica del Giudizio} invece non si tratta di
      porre un oggetto per poterlo quindi conoscere, bensì di soffermarsi su di
      esso, ovvero di riflettere per valutare se, in quanto già dato oggetto
      dell'intelletto, si accorda coi princìpi posti dalla ragione. Tale giudizio
      non riguarda l'oggetto in quanto tale, ma la sua relazione con la ragione, col
      soggetto giudicante piuttosto che col principio del giudizio (determinante).`
      Essendo il testo assai più lungo di quello riportato, esso si distribuisce
      in due pagine. Ora, mentre nella seconda pagina le due colonne sono
      di uguale lunghezza e le righe perfettamente parallele,
      nella prima pagina succede che nella seconda colonna
      (quella di destra), all’altezza di un capoverso, c’è una riga vuota
      e la colonna risulta più lunga di una riga della sinistra.
      Da cosa può dipendere questo comportamento
      che rende asimmetriche e brutte da vedere le colonne?

      Grazie
      M.

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      Risposte
      • #50450
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        Devo comporre una sezione di (solo) testo in due colonne.
        Il codice è molto semplice:
        `\begin{multicols}{2}
        \sffamily\footnotesize{
        \textbf{1-6.} Per Kant, conoscere è giudicare, ma nella \textit{Critica della
        ragion pura} il giudizio sintetico a priori svolge una funzione ancor più
        originaria: esso infatti pone l'oggetto stesso, lo costituisce o, per seguire
        la terminologia della terza \textit{Critica}, lo determina. A tal fine il
        particolare (il materiale fornito dall'intuizione sensibile) viene sussunto
        sotto l'universale costituito dalle strutture dell'intelletto (le categorie).

        \textbf{7-25.} Nella \textit{Critica del Giudizio} invece non si tratta di
        porre un oggetto per poterlo quindi conoscere, bensì di soffermarsi su di
        esso, ovvero di riflettere per valutare se, in quanto già dato oggetto
        dell'intelletto, si accorda coi princìpi posti dalla ragione. Tale giudizio
        non riguarda l'oggetto in quanto tale, ma la sua relazione con la ragione, col
        soggetto giudicante piuttosto che col principio del giudizio (determinante).`
        Essendo il testo assai più lungo di quello riportato, esso si distribuisce
        in due pagine. Ora, mentre nella seconda pagina le due colonne sono
        di uguale lunghezza e le righe perfettamente parallele,
        nella prima pagina succede che nella seconda colonna
        (quella di destra), all’altezza di un capoverso, c’è una riga vuota
        e la colonna risulta più lunga di una riga della sinistra.
        Da cosa può dipendere questo comportamento
        che rende asimmetriche e brutte da vedere le colonne?

        Grazie
        M.

        Guarda se nel file .log hai qualche “underfull vbox”. Mi sembra strano quel comportamento. Cosa c’è nella colonna successiva a quella con una riga in meno?
        Usi \footnotesize come un comando mentre è una dichiarazione:
        `{\footnotesize Testo molto piccolo\par}`
        Nel tuo esempio non cambia perché sei dentro a un ambiente multicols, ma dai comunque un’occhiata all’interlinea.

        Ciao
        Ivan

      • #50451
        samiel
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          No, nessun underfull vbox

          Provo con un altro caso analogo. Questo il codice
          `proprio solo questo principio.
          \end{linenumbers}

          {\raggedleft(\small pp. 154–155)\par}

          \begin{multicols}{2}
          \sffamily{\small
          \textbf{1–8.} Com'è noto, Kant non aveva in mente la terza \textit{Critica}
          allorché stese le prime due perché non aveva ancora individuato la nuova
          facoltà qui eretta a protagonista. Nella \textit{Critica della ragion pura} si
          ammetteva il solo intelletto, il gusto era ritenuto arbitrario, individuale e
          nessuna autonomia era attribuita al sentimento (fin da allora tuttavia la
          sensibilità era riconosciuta in possesso di valenze non solo conoscitive, in
          quanto accoglieva le intuizioni, ma anche emotive, in quanto faceva sì che il
          soggetto ricevesse dalle impressioni sensibili piacere o dispiacere). Nella
          \textit{Critica della ragion pratica}, al contrario, il sentimento era
          ammesso, ma solo nella sua specie morale, poiché gli uomini erano in grado di
          percepire a priori l'accordo del loro comportamento con le norme. Non è dunque
          inspiegabile se nella terza \textit{Critica} Kant, dietro la sollecitazione e
          l'influenza considerevole delle dottrine estetiche settecentesche, ammette uno
          spazio autonomo per il sentimento e cerca di individuarne il principio a
          priori.

          Il secondo motivo che condusse Kant alla \textit{Critica del Giudizio} è
          interno al sistema: si tratta del bisogno di mediare, individuando un momento
          di accordo, il determinismo naturale controllato dall'intelletto e la libertà
          pratica governata dalla ragione. Si noti tuttavia, ed è cosa essenziale, che
          Kant non si riferisce che alle facoltà teoretica e pratica, ricercandone una
          terza: non si tratta cioè di collegare il mondo teoretico e quello pratico,
          quasi fosse possibile trovarne un terzo che li sintetizzi. Questa soluzione
          era stata scartata già nella \textit{Critica della ragion pura} (e
          precisamente nella \textit{Dialettica trascendentale}), dove le antinomie
          dinamiche (intorno alla libertà e a Dio) avevano chiarito che i due regni
          erano compatibili solo in quanto separati.

          \textbf{9–15.} La mediazione consiste perciò nell'individuare non un terzo
          mondo, una terza dimensione oltre a quelle teoretica e pratica, bensì una
          terza facoltà oltre all'intelletto e alla ragione. La mediazione possibile non
          è oggettiva, ma soggettiva: il punto d'incontro risiede infatti all'interno
          del soggetto; i mondi continuano a essere due, ma le facoltà soggettive che li
          pensano sono tre. Il filosofo giunse così alla conclusione che accanto
          all'intelletto e alla ragione esisteva un altro strumento a priori dell'animo
          umano, dotato di leggi sue proprie, ovvero in possesso di una perfetta
          autonomia: il sentimento. Lo strumento per operare in questo ambito è il
          Giudizio.

          La terza \textit{Critica} non è stata redatta solo e tanto per far posto a
          interessi nuovi di Kant, quasi che egli si fosse accorto solo tardivamente
          della dimensione del gusto: perché allora non considerare altri ambiti ancora,
          come la logica del sapere storico? Non è sufficiente richiamarsi al tessuto
          culturale in cui Kant venne a operare. La risposta è invece che la
          \textit{Critica del Giudizio} non complementa le altre due \textit{Critiche},
          bensì ne prosegue la fondamentale linea problematica: com'è possibile,
          muovendo dai generali presupposti aprioristici, pervenire alle leggi
          particolari di natura, anzi, meglio, alla loro applicazione all'eterogenea
          molteplicità dei casi singoli? Il tema, già discusso in una poco studiata
          opera, i \textit{Primi princìpi metafisici della scienza della natura} (1786),
          ritorna qui protagonisticamente ed è il problema stesso del Giudizio. Non si
          tratta di una semplice integrazione alla \textit{Critica della ragion pura},
          poiché obiettivo della scienza non è la formulazione di generalissimi quanto
          astratti princìpi, ma la funzionalità nel caso particolare: si tratta dunque
          proprio di rendere operanti le categorie secondo una modalità analoga a, ma
          più felice di, quella espressa nella dottrina della schematismo.}
          \end{multicols}

          \subsection{Giudizi determinanti e giudizi riflettenti}

          \textit{Da questo brano, come dal precedente, si chiarisce che i problemi
          estetico e teleologico sono strumenti (fondamentale il primo, più marginale il
          secondo) per la soluzione di una questione schiettamente epistemologica.}`

          Allego anche l’immagine. È evidente che la resa tipografica
          così com’è è davvero scadente,,,

          M.

        • #50452
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          Provato con la classe article. Nessun problema. Le colonne sono composte correttamente.
          Serve il preambolo.

          Ciao
          Ivan

        • #50453
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          No, nessun underfull vbox

          Ci sono alcuni errori nel tuo codice: ti è già stato detto che \small va terminato con un \par, cosa che non fai.
          `\begin{multicols}{2}
          \sffamily{\small
          \textbf{1–8.} Com'è noto, Kant non aveva in mente la terza \textit{Critica}
          allorché stese le prime due perché non aveva ancora individuato la nuova

          proprio di rendere operanti le categorie secondo una modalità analoga a, ma
          più felice di, quella espressa nella dottrina della schematismo.}
          \end{multicols}`
          Sei dentro un ambiente, quindi la dichiarazione \small perderà effetto al termine di multicols. Ma, visto che usi spesso quella costruzione, meglio un ambiente apposito.
          `\newenvironment{dblcolquote}
          {\begin{multicols}{2}\sffamily\small}
          {\end{multicols}}

          \begin{dblcoloquote}
          \textbf{1–8.} Com'è noto, Kant non aveva in mente la terza \textit{Critica}
          allorché stese le prime due perché non aveva ancora individuato la nuova

          proprio di rendere operanti le categorie secondo una modalità analoga a, ma
          più felice di, quella espressa nella dottrina della schematismo.
          \end{dblcolquote}`
          Ciao
          Enrico

          Correzione, vedi messaggio successivo

        • #50454
          samiel
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            Nel codice del newenvironment ci dev’essere
            qualcosa che non va:
            `Runaway argument?
            {\begin {multicols{2}}\sffamily \small {\end {multicols}} \par \par \par \ETC.
            ! File ended while scanning use of \@newenv.

            \par
            <*> prova.tex`

            M.
            [/code]

          • #50455
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            Nel codice del newenvironment ci dev’essere
            qualcosa che non va:
            `Runaway argument?
            {\begin {multicols{2}}\sffamily \small {\end {multicols}} \par \par \par \ETC.
            ! File ended while scanning use of \@newenv.

            \par
            <*> prova.tex`

            M.
            [/code]

            Una graffa in più dopo il {2}. 🙁

            Ciao
            Enrico

          • #50456
            samiel
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              A me questo non compila… 🙁
              `\documentclass[a4paper]{article}
              \usepackage[T1]{fontenc}
              \usepackage{textcomp}
              \usepackage{ucs}
              \usepackage[utf8x]{inputenc}
              \usepackage[italian]{babel}
              \usepackage{multicol}
              \newenvironment{dblcolquote}
              {\begin{multicols{2}\sffamily\small}
              {\end{multicols}}

              \begin{document}
              \begin{dblcolquote}
              Lorem ipsum dolor sit amet, consectetuer adipiscing elit. Aliquam lectus.
              Donec id dolor. Pellentesque semper feugiat lacus. Maecenas hendrerit, purus
              non suscipit faucibus, lectus ipsum faucibus risus, a venenatis eros neque id
              dolor. Morbi mollis congue lectus. Class aptent taciti sociosqu ad litora
              torquent per conubia nostra, per inceptos hymenaeos. Morbi quam. Vivamus
              vehicula, magna eu sagittis sagittis, metus sapien eleifend pede, eu congue
              lectus sapien vitae ipsum. Vivamus auctor enim a dui. Etiam at sapien. Quisque
              nisl. In urna leo, pretium laoreet, sodales id, pulvinar a, felis. Nulla
              condimentum, nunc a dapibus placerat, odio ipsum consequat leo, at gravida
              dolor nunc id risus. Donec pellentesque euismod quam. Integer pharetra elit a
              dui. Vestibulum ullamcorper faucibus nibh. Donec elementum risus non dui.
              Aenean a pede ut mi dapibus blandit. Praesent porta ligula consectetuer quam.
              \end{dblcolquote}
              \end{document}`

              M.

            • #50457
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              ::

              A me questo non compila… 🙁
              `\documentclass[a4paper]{article}
              \usepackage[T1]{fontenc}
              \usepackage{textcomp}
              \usepackage{ucs}
              \usepackage[utf8x]{inputenc}
              \usepackage[italian]{babel}
              \usepackage{multicol}
              \newenvironment{dblcolquote}
              {\begin{multicols{2}\sffamily\small}
              {\end{multicols}}

              \begin{document}
              \begin{dblcolquote}
              Lorem ipsum dolor sit amet, consectetuer adipiscing elit. Aliquam lectus.
              Donec id dolor. Pellentesque semper feugiat lacus. Maecenas hendrerit, purus
              non suscipit faucibus, lectus ipsum faucibus risus, a venenatis eros neque id
              dolor. Morbi mollis congue lectus. Class aptent taciti sociosqu ad litora
              torquent per conubia nostra, per inceptos hymenaeos. Morbi quam. Vivamus
              vehicula, magna eu sagittis sagittis, metus sapien eleifend pede, eu congue
              lectus sapien vitae ipsum. Vivamus auctor enim a dui. Etiam at sapien. Quisque
              nisl. In urna leo, pretium laoreet, sodales id, pulvinar a, felis. Nulla
              condimentum, nunc a dapibus placerat, odio ipsum consequat leo, at gravida
              dolor nunc id risus. Donec pellentesque euismod quam. Integer pharetra elit a
              dui. Vestibulum ullamcorper faucibus nibh. Donec elementum risus non dui.
              Aenean a pede ut mi dapibus blandit. Praesent porta ligula consectetuer quam.
              \end{dblcolquote}
              \end{document}`

              M.

              Be’, è vero che è tardi per entrambi; ma mi sembra abbastanza evidente la mancanza di una graffa dopo multicols nella definizione dell’ambiente.

              Ciao
              Enrico

            • #50458
              samiel
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                ::


                Sì ormai st facendo le cose per fare,
                troppe ore coi bambini…. Melgio andare a letto
                E pensare che Kate me lo metteva pure in rosso…
                Cmq il preambolo è
                `\documentclass[a4paper]{article}
                \usepackage[T1]{fontenc}
                \usepackage{textcomp}
                %\usepackage{ucs}
                %\usepackage[utf8x]{inputenc}
                \usepackage[italian]{babel}
                %\usepackage{cfr-lm}
                \usepackage{fontspec}
                \setmainfont[Ligatures=TeX,Numbers=OldStyle]{TeX Gyre Termes}
                \setsansfont[Scale=MatchLowercase]{Latin Modern Sans}
                \usepackage{microtype}
                \usepackage[right,modulo]{lineno}
                \usepackage[margin=10pt,skipabove=10pt,skipbelow=10pt]{mdframed}
                \usepackage{multicol}`

                M.

              • #50459
                Up
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                ::

                Sì ormai st facendo le cose per fare,
                troppe ore coi bambini…. Melgio andare a letto
                E pensare che Kate me lo metteva pure in rosso…
                Cmq il preambolo è
                `\documentclass[a4paper]{article}
                \usepackage[T1]{fontenc}
                \usepackage{textcomp}
                %\usepackage{ucs}
                %\usepackage[utf8x]{inputenc}
                \usepackage[italian]{babel}
                %\usepackage{cfr-lm}
                \usepackage{fontspec}
                \setmainfont[Ligatures=TeX,Numbers=OldStyle]{TeX Gyre Termes}
                \setsansfont[Scale=MatchLowercase]{Latin Modern Sans}
                \usepackage{microtype}
                \usepackage[right,modulo]{lineno}
                \usepackage[margin=10pt,skipabove=10pt,skipbelow=10pt]{mdframed}
                \usepackage{multicol}`

                M.

                Times con Computer Modern Sans? 😯

                Ciao
                Enrico

              • #50460
                samiel
                Partecipante
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                  Prova a postare un pezzo del codice,
                  scusandomi per launghezza
                  `\documentclass[a4paper]{article}
                  \usepackage[T1]{fontenc}
                  \usepackage{textcomp}
                  \usepackage{ucs}
                  \usepackage[utf8x]{inputenc}
                  \usepackage[italian]{babel}
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                  {\begin{multicols}{2}\sffamily\small}
                  {\end{multicols}}

                  \begin{document}
                  \title{La «Critica del Giudizio»}
                  \author{}
                  \date{}
                  \maketitle

                  \section{Il problema dell'opera}
                  \subsection{Il dualismo fra mondo della necessità \\ e mondo della finalità}

                  \textit{Sia questo passo sia il successivo sono tratti
                  dall'\emph{Introduzione} all'opera, quella che Kant redasse per seconda: la
                  prima stesura, un più ampio ma anche più contorto rendiconto dei contenuti
                  dell'intera terza \emph{Critica} venne infatti sostituita con questa, che
                  presenta un inquadramento della facoltà del Giudizio di fondamentale
                  importanza.}

                  \textit{Tutti i passi della sono dati secondo la seguente edizione: I. Kant,
                  \emph{Critica del Giudizio}, a cura di A. Bosi, UTET, Torino 1993.}
                  \bigskip

                  \begin{linenumbers}
                  I concetti della natura, che comprendono il fondamento di ogni conoscenza
                  teoretica a priori, si basavano sulla legislazione dell'intelletto. — Il
                  concetto di libertà, che comprendeva il fondamento di tutte le prescrizioni
                  pratiche a priori indipendenti dalla sensibilità, si basava sulla legislazione
                  della ragione. Entrambe le facoltà pertanto, a parte l'applicazione, secondo
                  la forma logica, a princìpi (quale che ne sia l'origine), hanno ancora
                  ciascuna una propria legislazione secondo il contenuto, al di sopra della
                  quale non ne esiste alcun'altra (a priori), e che perciò giustificava la
                  divisione della filosofia in teoretica e pratica. Tuttavia, nella famiglia
                  delle facoltà conoscitive superiori esiste ancora un termine medio tra
                  l'intelletto e la ragione. Si tratta del Giudizio, del quale si ha ragione di
                  presumere, per analogia, che possa anch'esso contenere, se non una sua propria
                  legislazione, almeno un suo proprio principio a priori (comunque puramente
                  soggettivo) di ricerca secondo leggi; un principio che, se anche non gli
                  spetterà alcun campo di oggetti come dominio, potrà tuttavia avere un suo
                  territorio, nel quali si trovi una qualche caratteristica per la quale valga
                  proprio solo questo principio.
                  \end{linenumbers}

                  {\raggedleft(\small pp. 154–155)\par}

                  \begin{dblcolquote}
                  \textbf{1–8.} Com'è noto, Kant non aveva in mente la terza \textit{Critica}
                  allorché stese le prime due perché non aveva ancora individuato la nuova
                  facoltà qui eretta a protagonista. Nella \textit{Critica della ragion pura} si
                  ammetteva il solo intelletto, il gusto era ritenuto arbitrario, individuale e
                  nessuna autonomia era attribuita al sentimento (fin da allora tuttavia la
                  sensibilità era riconosciuta in possesso di valenze non solo conoscitive, in
                  quanto accoglieva le intuizioni, ma anche emotive, in quanto faceva sì che il
                  soggetto ricevesse dalle impressioni sensibili piacere o dispiacere). Nella
                  \textit{Critica della ragion pratica}, al contrario, il sentimento era
                  ammesso, ma solo nella sua specie morale, poiché gli uomini erano in grado di
                  percepire a priori l'accordo del loro comportamento con le norme. Non è dunque
                  inspiegabile se nella terza \textit{Critica} Kant, dietro la sollecitazione e
                  l'influenza considerevole delle dottrine estetiche settecentesche, ammette uno
                  spazio autonomo per il sentimento e cerca di individuarne il principio a
                  priori.

                  Il secondo motivo che condusse Kant alla \textit{Critica del Giudizio} è
                  interno al sistema: si tratta del bisogno di mediare, individuando un momento
                  di accordo, il determinismo naturale controllato dall'intelletto e la libertà
                  pratica governata dalla ragione. Si noti tuttavia, ed è cosa essenziale, che
                  Kant non si riferisce che alle facoltà teoretica e pratica, ricercandone una
                  terza: non si tratta cioè di collegare il mondo teoretico e quello pratico,
                  quasi fosse possibile trovarne un terzo che li sintetizzi. Questa soluzione
                  era stata scartata già nella \textit{Critica della ragion pura} (e
                  precisamente nella \textit{Dialettica trascendentale}), dove le antinomie
                  dinamiche (intorno alla libertà e a Dio) avevano chiarito che i due regni
                  erano compatibili solo in quanto separati.

                  \textbf{9–15.} La mediazione consiste perciò nell'individuare non un terzo
                  mondo, una terza dimensione oltre a quelle teoretica e pratica, bensì una
                  terza facoltà oltre all'intelletto e alla ragione. La mediazione possibile non
                  è oggettiva, ma soggettiva: il punto d'incontro risiede infatti all'interno
                  del soggetto; i mondi continuano a essere due, ma le facoltà soggettive che li
                  pensano sono tre. Il filosofo giunse così alla conclusione che accanto
                  all'intelletto e alla ragione esisteva un altro strumento a priori dell'animo
                  umano, dotato di leggi sue proprie, ovvero in possesso di una perfetta
                  autonomia: il sentimento. Lo strumento per operare in questo ambito è il
                  Giudizio.

                  La terza \textit{Critica} non è stata redatta solo e tanto per far posto a
                  interessi nuovi di Kant, quasi che egli si fosse accorto solo tardivamente
                  della dimensione del gusto: perché allora non considerare altri ambiti ancora,
                  come la logica del sapere storico? Non è sufficiente richiamarsi al tessuto
                  culturale in cui Kant venne a operare. La risposta è invece che la
                  \textit{Critica del Giudizio} non complementa le altre due \textit{Critiche},
                  bensì ne prosegue la fondamentale linea problematica: com'è possibile,
                  muovendo dai generali presupposti aprioristici, pervenire alle leggi
                  particolari di natura, anzi, meglio, alla loro applicazione all'eterogenea
                  molteplicità dei casi singoli? Il tema, già discusso in una poco studiata
                  opera, i \textit{Primi princìpi metafisici della scienza della natura} (1786),
                  ritorna qui protagonisticamente ed è il problema stesso del Giudizio. Non si
                  tratta di una semplice integrazione alla \textit{Critica della ragion pura},
                  poiché obiettivo della scienza non è la formulazione di generalissimi quanto
                  astratti princìpi, ma la funzionalità nel caso particolare: si tratta dunque
                  proprio di rendere operanti le categorie secondo una modalità analoga a, ma
                  più felice di, quella espressa nella dottrina della schematismo. \par
                  \end{dblcolquote}

                  \subsection{Giudizi determinanti e giudizi riflettenti}

                  \textit{Da questo brano, come dal precedente, si chiarisce che i problemi
                  estetico e teleologico sono strumenti (fondamentale il primo, più marginale il
                  secondo) per la soluzione di una questione schiettamente epistemologica.}
                  \bigskip

                  \begin{linenumbers}
                  \resetlinenumber
                  Il Giudizio in generale è la facoltà di pensare il particolare in quanto
                  contenuto nell'universale. Se l'universale (la regola, il principio, la legge)
                  è dato, il Giudizio che sussume sotto questo il particolare (anche se, come il
                  Giudizio trascendentale, indica a priori le condizioni indispensabili per la
                  sussunzione a quell'universale), è determinante. Se invece è dato soltanto il
                  particolare, ed il Giudizio deve trovargli l'universale, allora esso è
                  meramente riflettente.

                  \dots le forme nella natura sono tanto varie, e per così dire tanto numerose
                  le modificazioni dei concetti trascendentali universali della natura,
                  lasciate indeterminate da quelle leggi che l'intelletto puro fornisce a priori
                  queste ultime infatti non riguardano che la possibilità di una natura come
                  oggetto dei sensi in generale), — da richiedere perciò leggi che, in quanto
                  empiriche, possono essere contingenti dal punto di vista del nostro
                  intelletto, ma che, per ricevere il nome di leggi (come è richiesto anche dal
                  concetto di una natura), debbono venir considerate come necessarie a partire
                  da un concetto (per quanto a noi sconosciuto) dell'unità del molteplice. —
                  Il Giudizio riflettente, cui tocca risalire dal particolare della natura
                  all'universale, ha dunque bisogno d'un principio che non può ricavare
                  dall'esperienza, perché deve appunto fondare l'unità di tutti i princìpi
                  empirici sotto princìpi anch'essi empirici, ma più elevati, e quindi la
                  possibilità di una sistematica subordinazione di tali princìpi gli uni agli
                  altri. Un tale principio trascendentale, il Giudizio riflettente può dunque
                  darselo soltanto esso stesso come legge, senza prenderlo dall'esterno (perché
                  allora si trasformerebbe in Giudizio determinante), né può prescriverlo alla
                  natura, poiché la riflessione sulle leggi della natura si adegua alla natura,
                  mentre quest'ultima non si adegua alle condizioni secondo le quali noi
                  aspiriamo a formarci di essa un concetto che, rispetto a tali condizioni, è
                  del tutto contingente.

                  Ora questo principio non può essere che il seguente: poiché le leggi
                  universali della natura hanno il loro fondamento nel nostro intelletto, che
                  le prescrive alla natura (benché solo secondo il concetto universale della
                  natura in quanto tale), le leggi empiriche particolari, relativamente a ciò
                  che rimane in esse non determinato dalle prime, devono venire considerate
                  secondo un'unità quale un intelletto (sebbene non il nostro) avrebbe potuto
                  stabilire a vantaggio della nostra facoltà conoscitiva, per rendere possibile
                  un sistema dell'esperienza secondo leggi particolari della natura. Questo non
                  nel senso di dover ammettere la reale esistenza d'un tale intelletto (perché
                  questa idea funge da principio solo per il Giudizio riflettente, per
                  riflettere, non per determinare); in questo modo essa dà una legge solo a se
                  stessa, e non alla natura.

                  Ora, poiché il concetto di un oggetto, nella misura in cui contiene anche il
                  principio della realtà di questo oggetto, si dice scopo, mentre si dice
                  finalità della forma d'una cosa l'accordo di questa con quella costituzione
                  delle cose che è possibile solo mediante fini, il principio del Giudizio,
                  rispetto alla forma delle cose naturali sottoposte a leggi empiriche in
                  generale, è la finalità della natura nella varietà delle sue forme. In altri
                  termini, la natura viene rappresentata, mediante questo concetto, come se un
                  intelletto contenesse il fondamento unitario della molteplicità delle sue
                  leggi empiriche.

                  La finalità della natura è dunque un particolare concetto a priori, la cui
                  origine va cercata nel solo Giudizio riflettente.
                  \end{linenumbers}

                  {\raggedleft(\small pp. 157–159)\par}

                  \begin{dblcolquote}
                  \textbf{1–6.} Per Kant, conoscere è giudicare, ma nella \textit{Critica della
                  ragion pura} il giudizio sintetico a priori svolge una funzione ancor più
                  originaria: esso infatti pone l'oggetto stesso, lo costituisce o, per seguire
                  la terminologia della terza \textit{Critica}, lo determina. A tal fine il
                  particolare (il materiale fornito dall'intuizione sensibile) viene sussunto
                  sotto l'universale costituito dalle strutture dell'intelletto (le categorie).

                  \textbf{7–25.} Nella \textit{Critica del Giudizio} invece non si tratta di
                  porre un oggetto per poterlo quindi conoscere, bensì di soffermarsi su di
                  esso, ovvero di riflettere per valutare se, in quanto già dato oggetto
                  dell'intelletto, si accorda coi princìpi posti dalla ragione. Tale giudizio
                  non riguarda l'oggetto in quanto tale, ma la sua relazione con la ragione, col
                  soggetto giudicante piuttosto che col principio del giudizio (determinante).
                  In questo capoverso il principio del Giudizio è visto nella necessità
                  dell'applicazione: il giudizio determinante è infatti espressione di una legge
                  universale che riguarda una enorme molteplicità di accadimenti e/o individui;
                  ma è poi necessario applicare questa legge agli accadimenti stessi, che non
                  sono mai uguali e che si presentano secondo modalità sempre differenti.
                  L'applicazione non può essere affidata al caso o alla scelta individuale e
                  deve pertanto risiedere in un principio a priori. Noi infatti dobbiamo
                  collegare, come dice il testo, le «molteplici forme della natura» alle
                  «modificazioni dei concetti trascendentali universali della natura» scegliendo
                  di volta in volta quella versione o «modificazione» del concetto universale
                  che meglio si applica alla forma che ci sta davanti.

                  Il problema non è nuovo: l'\textit{Analitica dei concetti} era stato il primo
                  tentativo di risolverlo, ma Kant era rimasto insoddisfatto dagli schemi; essi,
                  in quanto forme a priori, non sembravano essere sempre una mediazione
                  conveniente e facevano sorgere la difficoltà del terzo uomo. Il giudizio
                  riflettente è la nuova soluzione: esso riafferma l'esigenza che le leggi a
                  priori tengano conto, in forma aprioristica, degli oggetti o contenuti
                  dell'esperienza. Mentre nella prima \textit{Critica} le leggi erano poste
                  dall'intelletto in piena autonomia e in un secondo tempo si ricercava la
                  modalità della loro applicazione, ora quest'ultima è detta poggiare fin da
                  principio su di un principio a priori che la \textit{Critica del Giudizio} si
                  propone di identificare. Come scrive Kant, «gli oggetti della conoscenza
                  empirica sono ancora determinati, o, per quanto se ne può giudicare a priori,
                  determinabili in diversi modi; sicché nature specificamente diverse, a
                  prescindere da ciò che hanno in comune in quanto appartenenti alla natura in
                  generale, possono ancora essere cause in una infinità di modi diversi; ed
                  ognuna di queste maniere (secondo il concetto di causa in generale) deve avere
                  la sua regola, che è una legge, e quindi comporta necessità, sebbene noi, per
                  la natura ed i limiti delle nostre facoltà conoscitive, non scorgiamo affatto
                  tale necessità» (p. 161). Le leggi applicative non sono alternative o
                  «concorrenziali» rispetto a quelle dell'intelletto, sono un elemento
                  ulteriore; non provenendo dall'intelletto, esse non sono necessarie nel senso
                  delle leggi naturali e in quanto non esistono ex parte objecti, ma solo
                  \textit{ex parte subjecti}, alla conoscenza potrebbero apparire contingenti.
                  Questo significa che il giudizio riflettente non è uno strumento o un
                  parametro nuovo aggiunto al giudizio determinante, ma l'integrazione
                  necessaria al giudizio determinante perché le forme a priori possano essere
                  applicate convenientemente ai casi singolari che l'esperienza ci presenta. In
                  altre parole, la \textit{Critica del Giudizio} affronta il medesimo problema
                  della \textit{Critica della ragion pura}, ma da un punto di vista
                  epistemologico piuttosto che metafisico, come invece l'altra. Più tardi,
                  insoddisfatto anche di questa soluzione, Kant tentò un'altra volta di
                  risolvere il caso nell'ardua trattazione dell'\textit{Opus postumum}, redatto
                  a partire dagli ultimi anni del secolo e lasciato quindi incompiuto.

                  \textbf{26–36.} L'elemento aggiuntivo non può essere rinvenuto
                  nell'esperienza, poiché è all'origine del suo sorgere; né può essere una legge
                  universale, poiché allora sarebbe una forma del giudizio determinante e si
                  ritornerebbe al problema di partenza. Esso è un principio a priori che
                  tuttavia il Giudizio non impone alla natura che il soggetto conosce, ma al
                  soggetto che conosce la natura. Tale principio prende spunto dal funzionamento
                  dell'intelletto ed è in certo modo una riproposta dell'idea di mondo come
                  sistema organico della totalità delle realtà empiriche: noi dobbiamo procedere
                  nella conoscenza come se (la regola del «come se», che emerge alla r. 43, è
                  qui il fondamentale principio regolatore) esistesse una globale unità della
                  conoscenza tale da non riguardare soltanto le leggi generali, ma anche quelle
                  particolari. Quanto al contenuto, questo principio, evidentemente un'idea
                  regolativa, è l'idea di scopo: a noi conviene pensare che i corpi (i quali,
                  dal punto di vista dell'intelletto, non seguono che le leggi naturali e si
                  inquadrano nel più rigoroso determinismo) sottostiano a un comportamento
                  uniforme e armonico, obbediente a chiari fini, perché la ricerca delle leggi
                  da parte dell'intelletto risulta più facile se condotta in base al principio
                  (regolativo) di un'intrinseca razionalità delle cose.

                  \textbf{37–46.} Questa finalità non è né pratica né tecnica: la prima non ha
                  a che fare con oggetti naturali, ma solo con azioni; la seconda riguarda
                  oggetti sensibili, ma obbedisce alle sole leggi dell'intelletto. Qui invece
                  cerchiamo un altro tipo di finalità, che esiste perché già testimoniata nella
                  nostra esperienza: si dà infatti il caso che, nel conoscere, noi incontriamo
                  degli oggetti la cui struttura o il cui comportamento sembrano spontaneamente
                  in linea con le nostre facoltà conoscitive e col nostro bisogno di ordine e
                  organicità, come formati da un intelletto del tutto analogo al nostro. Questa
                  non può essere realmente la costituzione della natura, che si comporta in base
                  a un cieco determinismo ed è affatto indifferente ai nostri bisogni come alle
                  nostre caratteristiche: tale atteggiamento teleologico le è attribuito dal
                  soggetto (che formula perciò giudizi riflettenti). Ciò è sostenuto dallo
                  stesso Kant: «Questo concetto trascendentale di una finalità della natura, non
                  è né un concetto della natura né un concetto della libertà, perché non
                  attribuisce assolutamente nulla all'oggetto (della natura), ma non fa che
                  rappresentare l'unico modo che noi dobbiamo seguire nella riflessione sugli
                  oggetti della natura, affinché l'esperienza si presenti come una totalità
                  interconnessa» (p. 162). Vi sono casi in cui tale finalità appare chiara,
                  altri in cui sembra assai difficilmente proponibile: è, come ha scritto Kant,
                  solo contingente. Ma il fatto che interessi l'applicazione delle leggi
                  universali dell'intelletto ci mostra invece che dev'essere universale e
                  aprioristica, sia pure secondo una modalità del tutto diversa rispetto a
                  quella in cui diciamo universali e aprioristiche le leggi conoscitive
                  dell'intelletto e pratiche quelle della ragione: una finalità pura. \par
                  \end{dblcolquote}
                  \end{document}`

                  Alcune colonne continuano a risultare asimmetriche.
                  In un caso quella sinistra sporge sotto l’altra,
                  ma fra due capoversi ha uno spazio extra.
                  In un altro caso finiscono insieme,
                  ma tute e due hanno una riga bianca a un certo punto…
                  Non so raccapezzarmi…
                  Non è che la gestione delle orfane e vedove
                  e il tentativo di far finire parallelamente le colonne
                  determina questo comportamento?
                  Ma se le righe sono dispari, basterebbe
                  che la colonna di desta finisse con una riga iin meno…

                  M.

                  M.

                • #50461
                  OldClaudio
                  Partecipante
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                    metti:
                    `
                    \begin{dblcolquote}\parskip=0pt
                    `

                  • #50462
                    samiel
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                      Geniale!!!! RIsolto tutto.
                      Però non capisco perché prima
                      aggiungeve quegli spazi così anomali…
                      E tali da produrre un risultato così brutto…

                      Grazie mille
                      M.

                    • #50463
                      OldClaudio
                      Partecipante
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                        Perché appunto il \parskip non era nullo, ma probabilmente ammontava a mezza linea/riga di testo; non sono andato a leggere il codice, ma la cura è stata risolutiva, ma ha funzionato anche da diagnosi. Probabilmente il \parskip (che è una lunghezza elastica), oltre ad avere un valore non nullo, non conteneva nemmeno le componenti di allungamento e di accorciamento.

                      • #50464
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                        Perché appunto il \parskip non era nullo, ma probabilmente ammontava a mezza linea/riga di testo; non sono andato a leggere il codice, ma la cura è stata risolutiva, ma ha funzionato anche da diagnosi. Probabilmente il \parskip (che è una lunghezza elastica), oltre ad avere un valore non nullo, non conteneva nemmeno le componenti di allungamento e di accorciamento.

                        Ah! Che colpo al cuore! Qualcuno che usa un \parskip non nullo! 🙂

                        Ciao
                        Enrico

                      • #50465
                        samiel
                        Partecipante
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                          Il codice del pacchetto è
                          `\setlength{\parskip}{0pt plus 1pt}
                          e nessun minus
                          `
                          Solo che continuo a non capire perché,
                          date due colonne di ugual numero di righe,
                          venivano inserite in ciscuna due righe bianche
                          e simili… Ovvero non tanto cosa dice il codice,
                          ma perché in quei casi veniva applicato
                          in quel modo producendo inestetiche asimmetrie
                          quando poteva benissimo far finire appaiate
                          le due colonne lasciando perdere il plus 1pt…
                          DIci che ci sono altre soluzioni oltre a imporre
                          di annullare il parskip ?

                          M.

                        • #50466
                          OldClaudio
                          Partecipante
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                            Be’, per quel che ne so multicols funziona componendo una colona e poi spezzandola in due due monconi alti \textheight se la colonna è più alta di 2\textheight; per quel che resta dopo itera il procedimento finché non resta l’ultimo pezzo di colonna meno alto di \textheight. A questo punto divide questo ultimo pezzo di colonna in due pezzi di altezza peri a metà dell’alteza rimasta.

                            Fin qui è semplice. Per fare questo deve usare il comando primitivo \vsplit specificandogli l’altezza del moncone che si vuole estrarre; se questa altezza corrisponde a (N-1)\baselineskip +\splittopskip (questa è l”altezza della prima riga del moncone) bene, la divisione vene fatta correttamente, ma se a causa di discendenti o altre piccole cose l’ultima riga sporgesse fuori dal moncone che \vsplit dovrebbe estrarre (cioè fosse complessivamente più alto dell’altezza specificata per il moncone, allora taglia il moncone con una riga in meno e allunga il moncone stiracchiando la gomma che si trova fra le righe (generalmente nulla) o fra i capoversi. In questo caso \parskip vale 0pt plus 1pt; l’allungabilità è piccola, ma è stirabile quanto si vuole, aumentando contemporaneamente la bruttezza del taglio. Siccome a quel taglio mancava poco meno di una riga, lo stiracchiamento di quel punto di allungabilità lo porta ad essere visivamente una riga bianca.

                            Giocare con \vsplit non è semplice; anche il cuore di \LaTeX qualche volta fa fatica a comporre il testo su due colonne, ma bisogna riconoscere che il meccanismo di LaTeX provvede anche alle note, agli inserti a giustezza piena in testa alla pagina e agli inserti con la giustezza della colonna all’interno della colonna stessa. Il meccanismo non è perfetto, tanto che esiste il pacchetto fixltx2e per aggiustare un pochino i difetti che nascono per il meccanismo dello spezzare le colone. Ciò nonostante non si riescono a inserire gli inserti a metà colonna o in calce alla colonna. e non si iresce a bilanciare i due ultimi ezzi di colonna (se non con dei trucchetti manuali, come viene fatto dal curatore della redazione di ArsTeXnica).

                            Multicols riesce a pareggiare a meno di una riga gli ultimi monconi e consente di cominciare la composizione multicolonna anche a metà pagina, ma non consente gli inserti nelle colonne. Né multicols né la routine di output riescono a mantenere le righe in pari se le colonne contengono titolini di sezionamento, equazioni, e simili inserzioni con gomma attorno. E nel tuo caso specifico è successo proprio questo fatto.

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