Lettere greche minuscole: forme principali e varianti

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  • #48299
    lorenzo.pantieri
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      Carissimi, cerco di riassumere a messaggio di OldClaudio: voglio vedere se ho capito bene.

      1. Delle 6 lettere greche minuscole “epsilon”, “theta”, “pi”, “rho”, “sigma” e “phi”, esistono forme “principali” e “varianti” (queste ultime prefissate con var);

      2. Di queste 6 lettere, “epsilon”, “theta”, “rho” e “phi” vengono usate in modo esclusivo (in uno stesso documento aut si usa la forma principale aut si usa la corrispondente variante): negli USA si impiega la forma principale, mentre in Europa si adopera la variante (per cui conviene ridefinire queste 4 lettere nel preambolo);

      3. “sigma” e “varsigma”, invece, si usano (o si possono usare) in modo non esclusivo per indicare grandezze diverse.

      4. “varpi” non si usa mai.

      Ho capito bene?

      In particolare, mi lascia perplesso il punto 3. Davvero in uno stesso documento si possono usare contemporaneamente \sigma e \varsigma. Il segno grafico è diverso, è vero, però non mi convince. Fra l’altro, come si chiamerebbero quelle lettere parlando? “Sigma” e “Sigma variante”?

      Grazie
      L.

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      • #48300
        OldClaudio
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          Hai capito benissimo, non ci sono inconsistenze.

          Il problema che ti affligge fra sigma e varsigma è effettivamente un problema, perché ora qui sono senza i miei libri di riferimento; in particolare non dispongo nemmeno a casa del manuale pubblicato dalla CRC per l’Unione Internazionale di Fisica Pura e Applicata.

          Lì sono sicuro di avere visto varsigma usato per una grandezza fisica relativa all’acustica, unico caso, mentre sigma normale viene usato in lungo e in largo in ogni branca della fisica, anche all’interno della stessa branca (per esempio in elettrologia ed elettrotecnica viene usato per indicare la conducibilità e il coefficiente di dispersione).

          In fisica però generalmente non si nominano da sole le lettere che indicano le grandezze, quindi si dice la conducibilità sigma oppure il coefficiente di dispersione sigma, o il numero d’onda sigma, o quel che vuoi, con la certezza di non essere fraintesi. Quindi, faccio un esempio, se “l’assorbenza acustica” fosse indicata con varsigma, scrivendo si userebbe il simbolo variante e parlando si direbbe “l’assorbenza acustica sigma”.

          Personalmente preferirei non usare mai varsigma per una grandezza fisica e, contrariamente alle mie abitudini, sarei disposto a violare le norme ISO UNI pur di evitare quel simbolo.

        • #48301
          lorenzo.pantieri
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            Molto bene.

            Grazie mille, Claudio! 🙂

            A presto,
            L.

          • #48302
            OldClaudio
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              Dal sito

              http://physics.nist.gov/cuu/pdf/sp811.pdf

              si può scaricare l’ultima versione del documento sp811.pdf.

              Vi sono esplicitate le norme da seguire per la scrittura della matematica fisica-tecnologica con una quantità enorme di informazioni utiilissime. Siccome è destinato agli scienziati del Bational Institute of Science and Technology statunitense, sono evidentemente segnate le istruzioni per la scrittura dei numeri con il punto decimale invece che la virgola decimale. Ci sono anche i plurali inglesi delle unità di misura che invece in italiano sono invarianti se derivano dal nome di una persona.

              Tuttavia, in relazione a questo topic, volevo segnalare che nella pagina 35 (47-esima del documento) c’è la tabella 13 che riporta l’alfabeto greco come indicato dalle norme ISO 31-0. Vi sono elencate diverse varianti, in particolare sono elencate le lettere epsilon, theta, kappa, pi e fi, ma non è indicata la sigma terminale (varsigma). Ne deduco che le norme ISO non consentono l’uso della sigma terminale e che, quindi, se l’ho trovata in un documento di nomenclatura fisica, questa era “fuori norma”.

            • #48303
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              Fra l’altro, come si chiamerebbero quelle lettere parlando? “Sigma” e “Sigma variante”?

              Direi «sigma» [σ] e «sigma lungo» [ς], in analogia con le coppie di varianti di posizione «esse» [s] e «esse lunga» [ſ], e «i» [i] e «i lungo» [j]. Vi farò sapere a breve.

            • #48304
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              Fra l’altro, come si chiamerebbero quelle lettere parlando? “Sigma” e “Sigma variante”?

              Direi «sigma» [σ] e «sigma lungo» [ς], in analogia con le coppie di varianti di posizione «esse» [s] e «esse lunga» [ſ], e «i» [i] e «i lungo» [j]. Vi farò sapere a breve.

              No, ς è “sigma finale”. Fra l’altro le relazioni “s”/”s lunga” e “i”/”i lunga” sono molto diverse. La “s” e la “s lunga” sono varianti della stessa lettera e si usavano in posizioni diverse, in modo simile alla distinzione fra sigma e sigma finale in greco. La “i” e la “i lunga” non sono intercambiambili e infatti denotano suoni diversi in varie lingue. L’origine è controversa: c’è chi attribuisce la “j” a Pierre de la Ramée, chi a Giorgio Trissino, entrambi del sedicesimo secolo. È vero che qualcuno ha adoperato la “j” come “i” in posizione finale in italiano, è un uso scomparso da tempo; Pirandello la usava per indicare i plurali delle parole in “io” (principio, odio), dove altri scrivevano “î”. Grafie che stanno bene in uno scaffale alto dove non si abbia tanta voglia di andare a guardare. 🙂

              In francese e in inglese era invece invalso l’uso di “y” per la “i” finale. In inglese è ancora così, in francese non si scrive più “Roy” da tempo a favore di “Roi”.

              Ciao
              Enrico

            • #48305
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              La sua osservazione è legittima, gentile Enrico, ma confonde prospettiva sincronica e diacronica: storicamente, l’i lungo «j» nasce come variante di posizione di «i» nei manoscritti altomedievali, per necessità distintiva, in quanto l’«i» (in principio solo «ı»), assorbito dalle «gambe» di m o n, confondeva «mi» e «ni» rispettivamente in «nn» e in «m».

              I cinquecentisti citati, Pietro Ramo e Gian Giorgio Trissino (umanista veneto nato sí nell’ultimo quarto del XV secolo, ma che dà alle stampe l’Ɛpistola de le lettere [sic] nuωvamente aggiunte solo nel 1524), si limitano invece a introdurre la specializzazione fonemica dei grafi, facendone dei grafemi. Cosí come «v» e «u», tradizionalmente varianti di posizione —rispettivamente in principio e in corpo di parola; e.g., «vltor» e «euentus»—, furono associati ai fonemi romanzi /w → v/ e /u/, anche «j» e «i» furono legati a /j/ [→ /Z/,¹ in francese] e /i/. Il Trissino —come noto— propose anche la discriminazione nell’ortografia italiana di /e/ ~ /E/ e di /o/ ~ /O/, importando le lettere greche «ε» e «ω», da reimpiegare per le vocali aperte (sennonché piú tardi preferirà l’accostamento /o/ – «ω», per maggior aderenza alla realtà fonetica greco-bizantina), e persino di /dz/ ~ /ts/, specializzando l’allora grafo «ç» —impiegato indifferentemente per sonora e non-sonora— e scartando invece la zeta lunga «ʒ» (anch’essa non ignota ai manoscritti).

              In italiano l’i lungo «j» è stato impiegato fino al primo Novecento (in letteratura, come lei stesso ricorda), sicché di esso non possiamo ancora dire che giace impolverato su uno scaffale, al contrario ad esempio di quanto potremmo affermare sull’ancor piú vecchiotta «h» etimologica, tanto furiosamente difesa dall’Ariosto, che scomparve già nelle prime edizioni del dizionario della Crusca (rilegata a uso diacritico nelle forme del verbo avere e nelle interiezioni). C’è da notare che l’i lungo rispettava le norme ramiste e trissiniane solo quando descriveva il fonema italiano /j/ intervocalico (e.g., «jeri» e «beccajo»), dacché ciò che lei ha chiamato «j» finale (che starebbe per «-ii»; e.g., «varj») è in realtà il relitto —la contrazione— di un piú antico uso che prevedeva «-ij» («varij»), con «j» semplice variante di posizione. L’«i» con circonflesso «î» (e.g., «principî») non è ancora del tutto scomparso: si trova in case editrici e autori sparsi (sicuramente nella prestigiosa Einaudi fino al ’71), nonché nel Treccani quinquevolume.

              Inutile dire che nelle lingue moderne europee «j» è andato specializzandosi diversamente, di norma a partire dalle congruenze etimologiche col latino, poi esteso a descrivere lo stesso fonema anche in parole di diversa radice linguistica, o anche un fonema simile (e.g., lat. volg. judicem /j/ → fr. ant. e mod. juge /Z/ → ingl. mod. judge /dZ/).

              ¹ Trascrizione SAMPA.

            • #48306
              OldClaudio
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                Grazie Decimo della breve ma bella lezioncina sull’origine delle lettere e sul loro uso. ricordo di avere avuto per le mani un testo del Trissino del 1525 dove la sua “ortografia” era usata alla grande, ma dove distingueva anche k da ch e i suoni “liquidi” della l e della n con digrafi particolari (noi oggi li scriviamo gli e gn, ma il primo non ha un suono costante, come in anglicano, glicerina, e simili).

                Ma, permettimi, trovo particolarmente adatto al nostro forum la frase francese che metti in calce ai tuoi messaggi. Forse andrebbe evidenziata maggiormente 😀

              • #48307
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                La sua osservazione è legittima, gentile Enrico, ma confonde prospettiva sincronica e diacronica: storicamente, l’i lungo «j» nasce come variante di posizione di «i» nei manoscritti altomedievali, per necessità distintiva, in quanto l’«i» (in principio solo «ı»), assorbito dalle «gambe» di m o n, confondeva «mi» e «ni» rispettivamente in «nn» e in «m».

                Trovo anch’io molto interessante la disquisizione. Ho scritto quindicesimo invece che sedicesimo (l’ora tarda :().

                È un problema di uovo e gallina decidere se la distinzione tra “s” finale e mediale nella scrittura in latino derivi dall’analoga in greco o viceversa, dal momento che il minuscolo nasce più o meno nello stesso periodo per entrambi gli alfabeti. Credo però che tutti gli studiosi siano concordi nel chiamare “sigma finale” la lettera in questione.

                Le altre varianti di forma (rho, pi, phi, theta) non hanno nome, perché si tratta solo di modi diversi di realizzare una lettera, non usati mai assieme.

                Ciao
                Enrico

              • #48308
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                [R]icordo di avere avuto per le mani un testo del Trissino del 1525 dove la sua “ortografia” era usata alla grande, ma dove distingueva anche k da ch e i suoni “liquidi” della l e della n con digrafi particolari

                Premettendo che non capisco che cosa lei intende per distinzione di «k da ch» e per «digrafi» (forse «digrammi»?), riconosco la mia ignoranza al riguardo, anche perché tali innovazioni non compaiono nella succitata Ɛpistola, nella quale anzi il Trissino —eludendo la necessità di distinguere l’esse sonora /z/ dall’esse sorda (o «non-sonora») /s/ (per le quali sarebbe tornata utile, perché no, la specializzazione dell’esse lunga «ſ»)— scrive:

                …ma io hω lasciato questa differεntia, εt alcune altre da canto, per non εssere cωsa di molto momento; sapεndo anchora che così la trωppa diligεntia, come la pωca si suωle alcune vωlte biasmare.

                E difatti nelle pubblicazioni della Sophonisba successive al ’24, non troviamo altre novità ortografiche di là dalle cinque lettere («ε», «ω», «j», «v», «ç») presentate a papa Clemente VII nell’Ɛpistola.

                [T]rovo particolarmente adatto al nostro forum la frase francese che metti in calce ai tuoi messaggi. Forse andrebbe evidenziata maggiormente

                Un corpo maggiore per una firma tanto lunga sarebbe ingiustificatamente ingombrante, e cadrei in contraddizione. 😉

                La frase —per chi non l’avesse riconosciuta— è del tipografo Jan Tschichold, citata da Jean Méron nel saggio monografico «Les guillemets», seguita dall’altra celebre battuta: La typographie de la plupart des journaux est résolument arriérée. Elle est tellemente informe qu’elle détruit en germe le bon goût et l’empêche de s’éduquer.

                Le altre varianti di forma (rho, pi, phi, theta) non hanno nome, perché si tratta solo di modi diversi di realizzare una lettera, non usati mai assieme.

                Condinzione necessaria, ma non sufficiente, caro Enrico: anche il sigma lunato («ϲ»), che pure ha un nome «tutto suo», è una variante non concorrente.

                P.S. Nel mio secondo intervento ho posposto un [sic] a «lettere», anziché a «Ɛpistola», come era mia intenzione, a rimarcare l’illogicità di un’e aperta «ε» fuori d’accento, che troviamo piú in là nel testo alla parola inεxpεrto (è invece pacifico che il tema radicale atono per variazione morfologica mantenga «ε» e «ω»; e.g., «εssεndo»). Qualcuno certo noterà che ci saremmo aspettati comunque la scrizione lεttere, essendo in questo vocabolo la e aperta, in toscano, almeno dal Quattrocento (attestazione esplicita di Leon Battista Alberti), per probabile attrazione di lètto, participio passato di lèggere (mentre nel resto dell’Italia mediana abbiamo da sempre léttera, regolare continuazione del lat. lĭttera). Il Trissino motiva la sua scelta con la preferibilità della dizione «cortigiana» rispetto alla «toscana», dalla quale però non si perita di attingere per altre voci.

              • #48309
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                Condizione necessaria, ma non sufficiente, caro Enrico: anche il sigma lunato («ϲ»), che pure ha un nome «tutto suo», è una variante non concorrente.

                Ha un nome per conto suo perché chi usava la sigma lunata non faceva distinzione tra sigma iniziale/mediale e finale. Quindi occorre distinguere perché la presenza di quel carattere può dare indicazioni precise sulla provenienza del manoscritto. La sigma lunata era più usata dalle parti di Bisanzio, per quello che so, tanto che ha dato origine alla forma della lettera C dell’alfabeto cirillico. Probabilmente la forma di phi o di rho non hanno una rilevanza simile; ma non sono abbastanza esperto di paleografia per asserirlo.

                Secondo http://www.tlg.uci.edu/~opoudjis/unicode/letters.html, la sigma lunata ha dato origine alla sigma finale che appare piuttosto tardi in opposizione a quella iniziale/mediale. La stessa pagina chiarisce come la forma lunata sia stata per lungo tempo il modo di scrivere la sigma maiuscola (e minuscola). Basta questo a capire che la storia di questi caratteri non ha nulla a che fare con quella della “s” e della “i” latine.

                I nomi delle lettere sono maschili o femminili?

                Ciao
                Enrico

              • #48310
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                Ha un nome per conto suo perché chi usava la sigma lunata non faceva distinzione tra sigma iniziale/mediale e finale.

                «…perché…»? Mi scusi, lei dice che c’è una correlazione logica? «Sigma lunato» è un nome convenzionale, la cui utilità sta nel distinguere due varianti grafiche parecchio dissimili. Ciò che lei dice essere la ragione del nome diversificato è invero solo la proprietà della particolare variante. E infatti, sopprimendo il «quindi» —che suggerirebbe un’insussistente continuità logica coll’asserzione precedente—, lei correttamente aggiunge:

                occorre distinguere perché la presenza di quel carattere può dare indicazioni precise sulla provenienza del manoscritto.

                Piú avanti lei scrive:

                La stessa pagina chiarisce come la forma lunata sia stata per lungo tempo il modo di scrivere la sigma maiuscola (e minuscola). Basta questo a capire che la storia di questi caratteri non ha nulla a che fare con quella della “s” e della “i” latine.

                A dire il vero, si potrebbe dire parimenti che l’esse tonda «S»/«s» è stata da sempre l’unico modo per scrivere l’esse maiuscola, mentre l’esse lunga «ſ» è di piú recente introduzione (quindi tutto sommato analoga a sigma «σ»): la differenza sarebbe semmai nel fatto che la variante principale è oggi sopravvissuta in modo esclusivo. (Lo stesso, si badi, si potrebbe dire di «I»/«ı» [→ «i»], con l’interessante peculiarità evolutiva della specializzazione della variante lunga «j», che trova un riscontro preciso nell’opposizione normalizzata «v» ~ «u», e ancora —piú lontanamente— nella specializzazione fonetica del vu doppio «vv» → «w».)

                I nomi delle lettere sono maschili o femminili?

                Non esiste una legge univoca: dipende dalla lettera, e molto dall’uso personale. Si può dire che di norma le lettere greche sono maschili, ma in diversi casi ci sono delle oscillazioni (per quanto ne so, non per «sigma», che i dizionari da me controllati danno unanimamente maschile; tuttavia, sarà bene verificare nel GRADIT, dizionario dell’uso, non appena potrò).

              • #48311
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                Ha un nome per conto suo perché chi usava la sigma lunata non faceva distinzione tra sigma iniziale/mediale e finale.

                «…perché…»? Mi scusi, lei dice che c’è una correlazione logica? «Sigma lunato» è un nome convenzionale, la cui utilità sta nel distinguere due varianti grafiche parecchio dissimili. Ciò che lei dice essere la ragione del nome diversificato è invero solo la proprietà della particolare variante. E infatti, sopprimendo il «quindi» —che suggerirebbe un’insussistente continuità logica coll’asserzione precedente—, lei correttamente aggiunge:

                occorre distinguere perché la presenza di quel carattere può dare indicazioni precise sulla provenienza del manoscritto.

                Dubito che gli scrivani greci che usavano il sigma lunato (o la sigma lunata, chissà perché a me piace di più femminile) gli dessero un nome per distinguerlo da qualcosa che non adoperavano. È del tutto evidente che il nome è stato dato da chi, osservando i manoscritti, ha sentito il bisogno di distinguere le due forme; trattandosi di studiosi occidentali, hanno considerato “normale” la forma occidentale, riservando un nome speciale a quella “orientale”.

                Faccio notare in questo forum ci si dà, tradizionalmente, del tu. Perché voler essere “rara avis”?

                In ogni caso si tratta di ampio OT, quindi non risponderò più.

                Ciao
                Enrico

              • #48312
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                È del tutto evidente che il nome è stato dato da chi, osservando i manoscritti, ha sentito il bisogno di distinguere le due forme.

                Sí, è proprio quanto ho sostenuto nel precedente intervento.

                Faccio notare in questo forum ci si dà, tradizionalmente, del tu. Perché voler essere “rara avis”?

                A malincuore, mi adeguerò.

                In ogni caso si tratta di ampio OT, quindi non risponderò più.

                Credevo che l’argomento del filone fosse —testualmente— «Lettere greche minuscole: forme principali e varianti», e che proprio intorno a ciò si stesse argomentando.

                Sia come sia, un paio di sere fa sono passato in biblioteca per risolvere la questione del genere delle lettere greche: ho avuto però il tempo di cercare le voci soltanto tra i ventuno volumi del Battaglia; pertanto, chiedo scusa se il risultato avrà un carattere di parzialità. Mi sono comunque riservato di confrontare i dati ricavati con le indicazioni del Treccani quinquevolume e del Dizionario di Ortografia e Pronunzia (DOP). Conto di aprire un filone al riguardo in una sede piú opportuna (uno spazio di linguistica), sicché, se qualcuno è interessato, mi contatti in privato per ricevere il collegamento.

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