Microgiustificazione e scelta dei font

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  • #103326
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    Ciao,
    sono alle prese con questo problemuccio (che magari sussiste nella mia mente e basta).
    Leggo sulla guida GuIT (recentemente stampata) che microtype agisce appieno solo sui font delle famiglie presenti in microtype.cfg
    Ora io (probabilmente) dovrò usare i font del pacchetto kp-fonts, i quali ovviamente non appartengono ad una delle famiglie predefinite.
    Immagino che creare il file di configurazione apposito sia un’impresa titanica/da professionista. Mi chiedo quindi se usare microtype abbia un suo vantaggio, e se imbarcarsi nell’impresa titanica dia un risultato soddisfacente, oppure sia solo qualcosa che, essendo fatto da uno stradilettante (seppure con molto impegno ed energia), possa solo compromettere lo stile del testo ottenuto senza le configurazioni.

    Voi che ne pensate?
    Grazie, ciao

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    • #103327
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      Uso spesso kpfonts e microtype insieme. La differenza fra con e senza microtype si vede, sicuramente non sono un esperto ma il risultato con microtype non mi dispiace. Qui https://tex.stackexchange.com/questions/30830/which-latex-font-packages-contain-real-small-caps-and-work-with-the-microtype sembrano suggerire che non è che ci sia tutta questa conflittualità fra microtype e il font in questione, almeno caricando fontenc con l’opzione T1 (cosa che faccio abitualmente)

    • #103328
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      Ciao, non parlavo di incompatibilità dei pacchetti (non c’è) ma di quanto scritto nel §17.5 della guida GuIT, ossia che microtype, per funzionare bene, ha bisogno che i font siano corredati da un file di configurazione…

    • #103329
      OldClaudio
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        Be’ è evidente che le protrusioni dei caratteri dovrebbero dipendere dal disegno dei caratteri stessi; uno può avere a pari corpo delle grazie più marcate e un altro delle grazie appena visibili. quindi è ovvio che se il secondo font fosse lasciato protrudere come il primo, il risultato sarebbe orrendo; lo stesso se il primo fosse lasciato protrudere come il secondo, usare o non usare microtype sarebbe del tutto inutile.
        Però con i font questi fatti estremi capitano di rado; quindi usare i kpfonts con le impostazioni dei Latin Modern non è un gran guaio. Microtype funzionerebbe meglio se ci fosse un file personalizzato per i KP — onestamente credo che le differenze siano così piccole che ci vorrebbe la lente per vederle.

        A mio parere puoi andare tranquillo.
        Se vuoi cimentarti a creare un file adatto ai KP fonts, parti da quello dei Latin Modern e cambia leggermente i valori della protrusione. Nota che non lo devi fare lettera per lettera, glifo per glifo, perché, per esempio le varie a accentate con accenti diversi sono raggruppate in una sola impostazione; lo stesso vale per diversi segni di interpunzione.

        Quando ho scritto che ci vuole un file adatto perché microtype funzioni bene, l’ho scritto perché è vero; ma non ho scritto, e forse ho fatto male, che i file di configurazione epr i Latin Modern, usati in mancanza di un file specifico, sono un ragionevole compromesso.

      • #103330
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        OldClaudio” post=103347Be’ è evidente che le protrusioni dei caratteri dovrebbero dipendere dal disegno dei caratteri stessi; uno può avere a pari corpo delle grazie più marcate e un altro delle grazie appena visibili. quindi è ovvio che se il secondo font fosse lasciato protrudere come il primo, il risultato sarebbe orrendo; lo stesso se il primo fosse lasciato protrudere come il secondo, usare o non usare microtype sarebbe del tutto inutile.
        Però con i font questi fatti estremi capitano di rado; quindi usare i kpfonts con le impostazioni dei Latin Modern non è un gran guaio. Microtype funzionerebbe meglio se ci fosse un file personalizzato per i KP — onestamente credo che le differenze siano così piccole che ci vorrebbe la lente per vederle.

        A mio parere puoi andare tranquillo.
        Se vuoi cimentarti a creare un file adatto ai KP fonts, parti da quello dei Latin Modern e cambia leggermente i valori della protrusione. Nota che non lo devi fare lettera per lettera, glifo per glifo, perché, per esempio le varie a accentate con accenti diversi sono raggruppate in una sola impostazione; lo stesso vale per diversi segni di interpunzione.

        Quando ho scritto che ci vuole un file adatto perché microtype funzioni bene, l’ho scritto perché è vero; ma non ho scritto, e forse ho fatto male, che i file di configurazione epr i Latin Modern, usati in mancanza di un file specifico, sono un ragionevole compromesso.

        Ottimo, grazie.
        In effetti nella guida, se devo ammetterlo, è un po’ allarmante il paragrafo: sembra quasi che senza le configurazioni precise per il file si ottengano risultati orrendi.

        Detto questo: in sostanza basta lasciare tutto come default e funziona?

        Se un giorno mi cimenterò (spero di averne il tempo e la voglia) sicuramente posterò i miei risultati per Ars!
        Grazie intanto

      • #103331
        OldClaudio
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          Esamina questo esempio minimo compilabile:`% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
          % !TEX TS-program = pdflatex
          \documentclass[11pt]{article}
          \usepackage[T1]{fontenc}
          \usepackage[utf8]{inputenc}
          \usepackage[italian]{babel}
          \usepackage{kpfonts}
          \usepackage{multicol}
          \usepackage{microtype}

          \oddsidemargin=\dimexpr\oddsidemargin-10mm\relax
          \textwidth= \dimexpr\textwidth + 20mm\relax

          \newcommand*\testtext[1][]{\begin{multicols}{2}#1\frenchspacing
          Oggi si conviene che la spazieggiatura sia accettabile e talvolta consigliabile
          nella composizione in lettere maiuscole o maiuscolette di titoli o di simili
          brevi tratti di testo; assolutamente improponibile in un testo in lettere
          minuscole. Il lettore attento provi ad esaminare una qualunque rivista
          pubblicata ai nostri giorni e cerchi di determinare quali righe siano
          spazieggiate; constaterà che la spazieggiatura non solo è visibile ad
          occhio nudo, ma anche che contribuisce non poco a rendere mal composto
          il capoverso che contenga tali righe spazieggiate. Egli constaterà anche
          che la raccomandazione di non spazieggiare il testo scritto in lettere
          minuscole è abbondantemente disattesa in quel genere di pubblicazioni;
          probabilmente una composizione giustificata solo a sinistra sarebbe molto
          più raccomandabile.
          \end{multicols}}

          \begin{document}\errorcontextlines=9
          \testtext

          \testtext[\microtypesetup{activate=false}]

          \testtext[\microtypesetup{protrusion,expansion=false}]
          \end{document}`e analizza riga epr riga il risultato. Nella prima composizione microtype funziona completamente; nella seocnda è completamente disabilitato, nella terza fa solo la protrusione. I font sono i kpfonts, come puoi vedere dal preambolo.

        • #103332
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          OldClaudio” post=103353Esamina questo esempio minimo compilabile:`% !TEX encoding = UTF-8 Unicode
          % !TEX TS-program = pdflatex
          \documentclass[11pt]{article}
          \usepackage[T1]{fontenc}
          \usepackage[utf8]{inputenc}
          \usepackage[italian]{babel}
          \usepackage{kpfonts}
          \usepackage{multicol}
          \usepackage{microtype}

          \oddsidemargin=\dimexpr\oddsidemargin-10mm\relax
          \textwidth= \dimexpr\textwidth + 20mm\relax

          \newcommand*\testtext[1][]{\begin{multicols}{2}#1\frenchspacing
          Oggi si conviene che la spazieggiatura sia accettabile e talvolta consigliabile
          nella composizione in lettere maiuscole o maiuscolette di titoli o di simili
          brevi tratti di testo; assolutamente improponibile in un testo in lettere
          minuscole. Il lettore attento provi ad esaminare una qualunque rivista
          pubblicata ai nostri giorni e cerchi di determinare quali righe siano
          spazieggiate; constaterà che la spazieggiatura non solo è visibile ad
          occhio nudo, ma anche che contribuisce non poco a rendere mal composto
          il capoverso che contenga tali righe spazieggiate. Egli constaterà anche
          che la raccomandazione di non spazieggiare il testo scritto in lettere
          minuscole è abbondantemente disattesa in quel genere di pubblicazioni;
          probabilmente una composizione giustificata solo a sinistra sarebbe molto
          più raccomandabile.
          \end{multicols}}

          \begin{document}\errorcontextlines=9
          \testtext

          \testtext[\microtypesetup{activate=false}]

          \testtext[\microtypesetup{protrusion,expansion=false}]
          \end{document}`e analizza riga epr riga il risultato. Nella prima composizione microtype funziona completamente; nella seocnda è completamente disabilitato, nella terza fa solo la protrusione. I font sono i kpfonts, come puoi vedere dal preambolo.

          Stampato ed esaminato. Secondo me i risultati sono devastanti nella seconda colonna, dove microtype fa davvero la differenza. Il secondo blocco di testo è troppo vuoto… Non noto grandi differenze tra il primo e il terzo, forse una più oculata gestione dello spazio per evitare le cesure.

          Decisamente microtype fa la differenza e, a questo punto, mi fido del fatto che mappare il font possa aggiungere qualcosa ma davvero poco (se non la soddisfazione e il senso di completamento).
          Grazie

        • #103333
          OldClaudio
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            La differenza fra il primo e il terzo è scarsamente visibile perché le cesure sono identiche, ma l’espansione equalizza meglio gli spazi interparola nella prima. Ma se commenti le righe iniziali dove reimposto la giustezza e il margine sinistro (in una maniera da non imitare), vedi che tra il primo e il terzo cambiano anche le cesure, anche se non cambia il numero totale di righe. È ovvio che nessuno può fare miracoli, ma talvolta avvengono anche fra la composizione con la sola protrusione e e quella con protrusione e espansione.

            Lavorando con XeLaTeX e LuaLaTeX per gestire i font OpenType, e senza specificare nessuna opzione a microtype, con XeLaTeX che può usare solo la protrusione e con LuaLaTeX, che può usare entrambe le tecniche, si nota un pagina di differenza su un testo di un centinaio di pagine.

            Solitamente lo stesso file sorgente può essere composto sia con XeLaTeX sia con LuaLaTeX; ma il solitamente vuol dire “non sempre”, purtroppo. Nel creare un modulo per polyglossia ho dovuto escludere LuaLaTeX perché richiedeva di fare certe cose con il linguaggio Lua, che mi è ancora estraneo e non riesco ad avvantaggirmane.

            Ma il 98% delle volte l’unica cosa che si nota compilando lo stesso file con XeLaTeX (che esce in un formato dvi esteso e poi convertito automaticamente in pdf lanciando dvipdfmx) e LuaLaTeX (che ha pre-caricati soli i pattern per la sillabazione inglese e carica quelli per le lingue del documento solo al momento della compilazione del documento particolare) si nota solo una leggera minore velocità di compilazione, difficile da notare a meno che tu non usi una mezza dozzina (o più) di lingue nel tuo documento. Per il resto la differenza (piccola) è data solo dall’espansione dei font nelle righe leggermente lasche.

          • #103334
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            OldClaudio” post=103358La differenza fra il primo e il terzo è scarsamente visibile perché le cesure sono identiche, ma l’espansione equalizza meglio gli spazi interparola nella prima. Ma se commenti le righe iniziali dove reimposto la giustezza e il margine sinistro (in una maniera da non imitare), vedi che tra il primo e il terzo cambiano anche le cesure, anche se non cambia il numero totale di righe. È ovvio che nessuno può fare miracoli, ma talvolta avvengono anche fra la composizione con la sola protrusione e e quella con protrusione e espansione.

            Lavorando con XeLaTeX e LuaLaTeX per gestire i font OpenType, e senza specificare nessuna opzione a microtype, con XeLaTeX che può usare solo la protrusione e con LuaLaTeX, che può usare entrambe le tecniche, si nota un pagina di differenza su un testo di un centinaio di pagine.

            Solitamente lo stesso file sorgente può essere composto sia con XeLaTeX sia con LuaLaTeX; ma il solitamente vuol dire “non sempre”, purtroppo. Nel creare un modulo per polyglossia ho dovuto escludere LuaLaTeX perché richiedeva di fare certe cose con il linguaggio Lua, che mi è ancora estraneo e non riesco ad avvantaggirmane.

            Ma il 98% delle volte l’unica cosa che si nota compilando lo stesso file con XeLaTeX (che esce in un formato dvi esteso e poi convertito automaticamente in pdf lanciando dvipdfmx) e LuaLaTeX (che ha pre-caricati soli i pattern per la sillabazione inglese e carica quelli per le lingue del documento solo al momento della compilazione del documento particolare) si nota solo una leggera minore velocità di compilazione, difficile da notare a meno che tu non usi una mezza dozzina (o più) di lingue nel tuo documento. Per il resto la differenza (piccola) è data solo dall’espansione dei font nelle righe leggermente lasche.

            Guarda, al momento sto facendo un progetto-libro e, per iniziare, mi sono creato il documento con pdfLaTeX “normale” usando memoir, proprio perché conoscevo i problemi di microtype con gli altri motori.

            C’è da dire che gli altri motori non mi sono neanche familiari, quindi non ho neanche le basi per dire “uso LuaLaTeX” o “uso XeLaTeX”, né so distinguere i due motori.

            Ieri ho provato un po’ di “smanacchiamento” coi due, e il numero di pagine è uguale (a parità di font T1) al normale pdfLaTeX.

            Detto questo mi piacerebbe molto informarmi su ambedue i motori, gli usi e il futuro del modno TeX, ma su internet quello che trovo sono solo opinioni. Forse varrebbe la pena di farsi coraggio e crearsi un’opinione propria…

          • #103335
            OldClaudio
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              Sì, bisogna farsi un’opinione personale, ma i punti su cui orientarsi sono sostanzialmente tre o quattro. Poi se ne possono aggiungere mille altri che dipendono dalle abitudini personali e dalle necessità compositive di ognuno di noi.

              1) La scelta dei font; pdflatex usa solo font a 256 glifi, del tipo Type 1, oppure i font bitmapped costruiti solitamente (ma non obbligatiamente) con METAFONT; XeLaTeX e LuaLaTeX possono usare anche i font OpenType codificati Unicode, in particolare quelli già presenti sulla macchina insieme al sistema operativo e ad altri programmi che se ne portano dietro (non è mai chiaro se questi font legati ai programmi con cui sono distribuiti siano di uso libero o limitato, ma insomma…). I font OpenType si caricano con il pacchetto fontspec che richiede non poco esercizio per poterne sfruttare le infinite possibilità ma è favolos.

              2) Le lingue sono preferibilmente gestite con il pacchetto poliglossia con XeLaTeX e LuaLaTeX; bisogna confrontare le prestazioni di polyglossia con quelle di babel. È indiscutibile che babel sia la sovrapposizione di moltissimi strati, visto che è nato circa 20 anni fa, ma è stato fortemente rinnovato di recente. Poliglossia invece è nato circa una decina di anni fa e ha un approccio molto più moderno alla gestione delle lingue oltre ad essere compatibile con i font codificati Unicode. Persino i pattern di sillabazione usati dai formati di XeLaTeX e LuaLaTeX sono diversi da quelli di pdfLaTeX, anche se dovrebbero sillabare nello stesso modo.

              3) XeLaTeX produce la sua uscita in un formato DVI esteso (che trasforma in automatico in PDF) in modo da poter gestire gli indirizzi dei caratteri codificati Unicode anche se contiene nativamente il meglio di LaTeX e di PdfLaTeX (per esempio per la grafica); ma il suo motore d composizione xetex per produrre un uscita in formto DVI non può usare certe raffinatezza di pdftex, per esempio la giustificazione delle righe mediante microespansione dei caratteri. LuaLaTeX si basa invece su un motore del simile a pdftex, esteso per gestire i caratteri codificati Unicode, ma incorpora anche il linguaggio di scripting Lua. luatex è l’ultimo nato dei programmi di composizione del sistema TeX e non è escluso che finisca con il sostituire tutti gli altri, tranne Context di cui comunque è il motore.

              4) Con il linguaggio di scripting Lua si possono fare cose per le quali un programma di composizione tipografica non è adatto se è stato creato per eccellere nella composizione tipografica. Se uno ha bisogno di fare cose che si possono fare solo con Lua, non ha scelta: deve usare LuaLaTeX. Ma se non si usa Lua, allora potrebbe essere un po’ oneroso usare un programma “troppo” potente per fare cose”semplici”. Il giudizio in questi casi, è sempre molto personale.

              5) Non è escluso che LuaLaTeX riesca a produrre file PDF/A compatibili. Per ora non sono in grado di dirlo, né di verificarlo. Ma potrebbe essere vero.

              Leggiti l’introduzione a xelatex scritto da Enrico Gregorio (lo trovi nel suo sito); io ho cominciato con quello e ho già composto molti documenti con XeLaTeX. Date le molte novità è necessaria una guida, anche elementare come quella di Enrico, ma poi il resto viene soltanto facendo.

            • #103336
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              Sì, la guida di Enrico l’ho già letta. Qualche test l’ho fatto ma con scarso successo (esempio, con i Minion Pro che ho sul mac, “c’è” viene malissimo, l’apostrofo viene risucchiato dalle altre due lettere, troppo vicine, sia con Lua sia con Xe).

              Alla fine proverò ad usarli, magari, per composizioni meno “serie” e magari meno lunghe, perché mi sembrano, seppure supportati da sufficiente entusiasmo, ancora poco maturi.

              Grazie comunque.

            • #103337
              OldClaudio
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                ilFuria.AWT” post=103376Sì, la guida di Enrico l’ho già letta. Qualche test l’ho fatto ma con scarso successo (esempio, con i Minion Pro che ho sul mac, “c’è” viene malissimo, l’apostrofo viene risucchiato dalle altre due lettere, troppo vicine, sia con Lua sia con Xe).

                Alla fine proverò ad usarli, magari, per composizioni meno “serie” e magari meno lunghe, perché mi sembrano, seppure supportati da sufficiente entusiasmo, ancora poco maturi.

                Grazie comunque.

                Non scambiare la causa con l’effetto. Quello che succede con i MinionPro è un problema noto; ha già ricevuto diversi post di correzione. Se ben ricordo sul problema dell’apostrofo c’è anche una intervento di Enrico. Usa la funzione Cerca e inserisci la parola chiave Minion; estendi la ricerca almeno a due anni indietro.
                Non è un problema di Lua o di Xe, ma di Minion che ha un difetto nelle sue metriche.

              • #103338
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                Ah, ottimo grazie!
                Devo ammettere che non mi ci ero messo d’impegno, quindi ho visto solo l’effetto orribile. Se dovessi optare per un cambio di font (o in un lavoro futuro) ci provo!

              • #103339
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                Rilancio su tutto.
                Sto provando ad utilizzare LuaLaTeX e la possibilità di scegliere i font del sistema operativo mi piace, in particolare ho l’ottimo Zapfino (purtroppo però in formato truetype che trovo difficile sfruttare al 100% con fontspec, ma d’altronde l’OTF costa e costa una follia) che è perfetto per due cosette che devo fare (l’uso è assolutamente limitato a delle parti che dovevano mimare la calligrafia).

                Quello che non capisco è: alla fine microtype con LuaLaTeX funziona esattamente come con pdfLaTeX giusto? I risultati sull’esempio di Claudio sono uguali a parità di font…
                Perché se posso non rinunciare a tutto quanto mi dà pdfLaTeX e in più avere una scelta maggiore di font (e più fine sulle legature, sui glifi alternativi, ecc…) non vedo perché non usarlo! La cosa mi puzza: cosa mi perdo? Dov’è l’inghippo?

                EDIT: altra cosa è la definizione dei file per i singoli font. È sempre una questione “microscopica” oppure può valer la pena di crearne uno per qualche font? Perché non saprei come valutare per bene la questione!

                Grazie, ciao!

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