[RISOLTO] Simbolo sopra lettera greca

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  • #64839
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    Ciao a tutti, 🙂

    in un testo in italiano, dovrei riportare un pezzo di testo in greco. Nel testo che devo copiare, sulla lettera “eta” compare un simbolo formato da una mezza circonferenza (al contrario di una “U” per intenderci) dal quale parte un tratto sinuoso verticale, sino ad arrivare circa al centro della circonferenza.

    Avete idea di che simbolo sia? Come posso inserirlo?

    Grazie e buona giornata, 🙂
    Marco.

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    • #64840
      lorenzo.pantieri
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        Marco87″ post=63940Ciao a tutti, 🙂

        in un testo in italiano, dovrei riportare un pezzo di testo in greco. Nel testo che devo copiare, sulla lettera “eta” compare un simbolo formato da una mezza circonferenza (al contrario di una “U” per intenderci) dal quale parte un tratto sinuoso verticale, sino ad arrivare circa al centro della circonferenza.

        Avete idea di che simbolo sia? Come posso inserirlo?

        Grazie e buona giornata, 🙂
        Marco.

        Uno spirito? Guarda, nell’Arte, l’appendice sulle lingue antiche.

      • #64841
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        Ciao Lorenzo,

        no, il simbolo che intendo non è presente nella tabella “Diacritici e punteggiatura del greco antico” sull’Arte (tabella 46, pagina 160), se è quella che intendi. O meglio, ora che lo osservo meglio vedo che è composto da uno spirito dolce e da una semicirconferenza sovrapposti; un po’ come nell’esempio della coronide, solo che al posto della “tilde” c’è una semicirconferenza (esattamente quella che si ottiene, ad esempio, con \u{a}, ma ruotata di 180°). È quest’ultima che non riesco a inserire.

        Grazie mille e ciao,
        Marco.

      • #64842
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        Marco87″ post=63944Ciao Lorenzo,

        no, il simbolo che intendo non è presente nella tabella “Diacritici e punteggiatura del greco antico” sull’Arte (tabella 46, pagina 160), se è quella che intendi. O meglio, ora che lo osservo meglio vedo che è composto da uno spirito dolce e da una semicirconferenza sovrapposti; un po’ come nell’esempio della coronide, solo che al posto della “tilde” c’è una semicirconferenza (esattamente quella che si ottiene, ad esempio, con \u{a}, ma ruotata di 180°). È quest’ultima che non riesco a inserire.

        È una variante grafica dell’accento circonflesso, credo. Hai un riferimento dove si possa guardare?

        Ciao
        Enrico

      • #64843
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        Ciao Enrico,

        dunque, l’ho trovato su Wikipedia al seguente link: Wikipedia (paragrafo 2.7, Unione dei segni diacritici). L’unica cosa che cambia rispetto a quello che ho io nel testo da copiare, è che lo spirito mostrato su Wikipedia è aspro, mentre a me serve dolce. Posso anche aggiungere che in certi casi – nel testo che ho io – compare soltanto la “semicirconferenza” (non ne conosco il nome corretto).

        Grazie e ciao,
        Marco.

      • #64844
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        Marco87″ post=63949Ciao Enrico,

        dunque, l’ho trovato su Wikipedia al seguente link: Wikipedia (paragrafo 2.7, Unione dei segni diacritici). L’unica cosa che cambia rispetto a quello che ho io nel testo da copiare, è che lo spirito mostrato su Wikipedia è aspro, mentre a me serve dolce. Posso anche aggiungere che in certi casi – nel testo che ho io – compare soltanto la “semicirconferenza” (non ne conosco il nome corretto).

        È il circonflesso; la sua forma è a scelta del disegnatore del carattere. La forma rotonda invece che a onda ce l’ha “Porson”: \usepackage{gfsporson}

        Ciao
        Enrico

      • #64845
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        Ciao Enrico,

        ti ringrazio molto, ma, perdonami, non ho capito come realizzare il circonflesso così come compare sul testo che devo copiare. C’è qualche carattere particolare che devo digitare per inserirlo? (Come il “>” per far generare lo spirito dolce). Ho guardato sulla documentazione del pacchetto, ma non ho trovato come farlo.

        Ciao,
        Marco.

      • #64846
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        Marco87″ post=63954Ciao Enrico,

        ti ringrazio molto, ma, perdonami, non ho capito come realizzare il circonflesso così come compare sul testo che devo copiare. C’è qualche carattere particolare che devo digitare per inserirlo? (Come il “>” per far generare lo spirito dolce). Ho guardato sulla documentazione del pacchetto, ma non ho trovato come farlo.

        \textgreek{~h >~h <~h} Ciao Enrico

      • #64847
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        Ciao Enrico,

        ho provato a usare il tuo codice, ma il carattere “~” mi viene interpretato come spazio insecabile. Da cosa può dipendere? È il caso che posti il mio preambolo?

        Grazie e ciao,
        Marco.

      • #64848
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        Marco87″ post=63961È il caso che posti il mio preambolo?

        Eh, sì. Ma ti dico già da che cosa dipende: definisci un comando con argomenti per scrivere parole in greco. Forse basta che riporti quello.

        Ciao
        Enrico

      • #64849
        OldClaudio
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          Se stai scrivendo in greco seguendo le indicazioni trovate nell’Arte, allora avrai visto che vi si fa riferimento a un pacchetto teubner che serve per scrivere il greco politonico nei testi che richiedono anche una notazione filologica; però usando teubner, la tilde che tu digiti nel file sorgente rappresenta sempre il circonflesso e per usare lo spazio insecabile devi usare \nobreakspace quando l’ambiente di scrittura è quello greco. Per altro anche nell’Arte si dice di specificare l’attributo polutoniko per scrivere in greco classico, anche senza usare teubner; con quella specifica la tilde viene gestita in modo leggermente diverso rispetto a quando quell’attributo non è specificato. Non ci piglia sempre, ma il più delle volte funziona. Con teubner, volendo, si può cominciare a scrivere i diacritici con la tilde preceduta da un backslash, per esempio \~

        • #64850
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          Ciao,

          ecco il mio preambolo:

          `\usepackage[T1]{fontenc}
          \usepackage[utf8]{inputenc}

          \usepackage[greek,italian]{babel}
          \languageattribute{greek}{polutoniko}

          \usepackage{tocloft}
          \renewcommand{\cftchapfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}\textbf{#1}\cftparfillskip\par}
          \renewcommand{\cftsecfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}#1\cftparfillskip\par}
          \renewcommand{\cftsubsecfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}#1\cftparfillskip\par}
          \renewcommand{\cftsubsubsecfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}#1\cftparfillskip\par}
          \renewcommand{\cftfigfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}#1\cftparfillskip\par}
          \renewcommand{\cfttabfillnum}[1]{\nobreak\hspace{1.5em}#1\cftparfillskip\par}

          \linespread{1.05}\selectfont

          \usepackage{microtype}

          \usepackage[binding=5mm]{layaureo}
          \geometry{marginparwidth=75pt}

          \usepackage[babel,italian=guillemets]{csquotes}
          \usepackage[style=philosophy-modern,square=true,backref,ibidtracker=false]{biblatex}
          \bibliography{Bibliografia.bib}

          \usepackage{mathpazo} %da usare al posto di palatino (1/3)
          \usepackage[scaled=.95]{helvet} %da usare al posto di palatino (2/3)
          \usepackage{courier} %da usare al posto di palatino (3/3)
          \usepackage{pifont}
          \usepackage{calligra}

          \usepackage[perpage,symbol*]{footmisc}

          \usepackage{textcomp}

          \usepackage{amssymb,amsmath,amsthm}
          \usepackage{mathrsfs,eucal,dsfont}
          \usepackage{bbm}

          \usepackage{graphicx}
          \usepackage{wrapfig}

          \usepackage{footnote}

          \graphicspath{{Immagini/}}

          \usepackage{rotating}

          \newcommand{\omissis}{[\dots\negthinspace]}

          \usepackage{tabularx}
          \makesavenoteenv{tabular}
          \usepackage{array}
          \usepackage{booktabs}
          \usepackage{multicol}
          \usepackage{multirow}
          \usepackage{longtable}

          \usepackage{xcolor}

          \usepackage[font=small,format=hang,labelfont={sf,bf}]{caption}
          \usepackage[bf]{subfig}
          \setlength{\captionmargin}{.10\textwidth}
          \captionsetup[table]{position=top}

          \usepackage[italian]{varioref}

          \DeclareRobustCommand*{\acronimo}[1]{%
          \mbox{\scshape\MakeLowercase{#1}}}

          \usepackage{epigraph}
          \setlength{\epigraphwidth}{.75\textwidth}

          \usepackage{empheq}

          \usepackage[decimalsymbol=comma]{siunitx}
          \sisetup{detect-display-math=true}

          \usepackage{listings}
          \lstset{language=Matlab,basicstyle=\small\ttfamily}

          \usepackage{wasysym}

          \usepackage{mparhack}

          \usepackage[pdfborder=000,pdfstartpage=1]{hyperref}

          \setcounter{secnumdepth}{3}
          \setcounter{tocdepth}{3}

          \numberwithin{equation}{section}
          \numberwithin{figure}{section}
          \numberwithin{subfigure}{section}

          \newcommand{\av}{`}
          \newcommand{\cv}{'}
          \newcommand{\avv}{“}
          \newcommand{\cvv}{''}
          \newcommand{\ull}{\underline}
          \newcommand{\dul}[1]{\underline{\underline{#1}}}
          \newcommand{\ol}{\overline}
          \newcommand{\dol}[1]{\overline{\overline{#1}}}
          \newcommand{\ds}{\displaystyle}
          \newcommand{\enep}{\text{e}}
          \newcommand{\diff}{\mathop{}\!d}
          \newcommand{\imm}{\text{i}}
          \newcommand{\cu}{\rightrightarrows}
          \newcommand{\cp}{\rightarrow}
          \newcommand{\immag}[1]{\text{Im}\left\{#1\right\}}
          \newcommand{\real}[1]{\text{Re}\left\{#1\right\}}
          \newcommand{\e}[1]{\num[exponent-product=\cdot,exponent-base=10]{#1}}

          \newcommand{\mymarginpar}[1]{\marginpar[\raggedleft\footnotesize\itshape#1]{\raggedright\footnotesize\itshape#1}}

          \DeclareRobustCommand{\vect}[1]{
          \ifcat#1\relax
          \boldsymbol{#1}
          \else
          \mathbf{#1}
          \fi}
          \DeclareRobustCommand{\mat}[1]{
          \ifcat#1\relax
          \boldsymbol{#1}
          \else
          \mathbf{#1}
          \fi}

          \makeatletter
          \newcommand{\der}[2]{\begingroup
          \@tempswafalse\toks@={}\count@=\z@
          \@for\next:=#2\do
          {\expandafter\check@var\next\@nil
          \advance\count@\der@exp
          \if@tempswa
          \toks@=\expandafter{\the\toks@\,}%
          \else
          \@tempswatrue
          \fi
          \toks@=\expandafter{\the\expandafter\toks@\expandafter\partial\der@var}}%
          \frac{\partial\ifnum\count@=\@ne\else^{\number\count@}\fi#1}{\the\toks@}%
          \endgroup}
          \def\check@var{\@ifstar{\mult@var}{\one@var}}
          \def\mult@var#1#2\@nil{\def\der@var{#2^{#1}}\def\der@exp{#1}}
          \def\one@var#1\@nil{\def\der@var{#1}\chardef\der@exp\@ne}
          \makeatother
          %esempio:\der{f}{*{2}{x_i},y}

          \makeatletter
          \newcommand{\dert}[2]{\begingroup
          \@tempswafalse\toks@={}\count@=\z@
          \@for\next:=#2\do
          {\expandafter\check@var\next\@nil
          \advance\count@\der@exp
          \if@tempswa
          \toks@=\expandafter{\the\toks@\,}%
          \else
          \@tempswatrue
          \fi
          \toks@=\expandafter{\the\expandafter\toks@\expandafter d\der@var}}%
          \frac{d\ifnum\count@=\@ne\else^{\number\count@}\fi#1}{\the\toks@}%
          \endgroup}
          \def\check@var{\@ifstar{\mult@var}{\one@var}}
          \def\mult@var#1#2\@nil{\def\der@var{#2^{#1}}\def\der@exp{#1}}
          \def\one@var#1\@nil{\def\der@var{#1}\chardef\der@exp\@ne}
          \makeatother

          \renewcommand{\epsilon}{\varepsilonup}
          \renewcommand{\phi}{\varphi}
          \renewcommand{\theta}{\vartheta}

          \newenvironment{citazione}
          {\begin{quotation}\small}
          {\end{quotation}}

          \usepackage{cjhebrew}
          \usepackage{gfsporson}
          \usepackage{teubner}

          \newcommand{\greco}[1]{\foreignlanguage{greek}{#1}}
          `

          Il comando che ho definito per scrivere in greco è quello proposto nell’Arte, ma anche senza usarlo, mi succede quanto dicevo. Ho provato anche con il pacchetto taubner, ma non dà ancora il risultato corretto.

          Grazie e ciao,
          Marco.

        • #64851
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          Marco87″ post=63974Ciao,

          ecco il mio preambolo:

          `…
          \newcommand{\greco}[1]{\foreignlanguage{greek}{#1}}
          `

          Il comando che ho definito per scrivere in greco è quello proposto nell’Arte, ma anche senza usarlo, mi succede quanto dicevo. Ho provato anche con il pacchetto taubner, ma non dà ancora il risultato corretto.

          `\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`


          @Tommaso
          @Lorenzo: meglio se correggete.

          Spiegazione: il carattere ~ è normalmente attivo e sappiamo qual è il suo significato. Quando si passa al greco, questo carattere deve diventare una lettera. Ma se si legge il testo in greco traslitterato prima che le macro di babel facciano il loro dovere, ecco che ~ rimane quello che era: proprio quello che succede quando si definisce \greco con un argomento.

          Per inserire il circonflesso in parole greche che vanno in argomenti mobili, precederlo con \string:

          `\section{\greco{\string~h}}`

          Ciao
          Enrico

        • #64852
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          ::


          Ciao Enrico,

          grazie mille. Ho corretto la definizione del comando \greco, e ora funziona correttamente. Per quanto riguarda il circonflesso, naturalmente ho dovuto usare \textporson{}. Per ottenere il risultato desiderato ho scritto \textporson{>\string~h}.

          Il mio problema si è quindi risolto!

          Grazie ancora e buona serata,
          Marco.

        • #64853
          lorenzo.pantieri
          Partecipante
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            egreg9″ post=63976`\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`


            @Tommaso
            @Lorenzo: meglio se correggete.

            Ok.

            Grazie,
            L.

          • #64854
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            egreg9″ post=63976

            `\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`


            @Tommaso
            @Lorenzo: meglio se correggete.

            Grazie, lo faccio appena possibile. Qualche mese fa, in uno scritto di un noto autore lessi appunto che il comando personale per scrivere in un altra lingua poteva avere una definizione “ingenua”

            `\newcommand{\greco}[1]{\foreignlanguage{greek}{#1}}`

            e una meno ingenua

            `\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`

            A parte che mi sfuggono ancora le differenze, mi chiedo se questa seconda definizione può andar bene per tutte le lingue: nella guida, dunque, per il latino e l’inglese. Vale la pena di sostituire le attuali definizioni ingenue?

            Già che ci sono, cade a fagiuolo (notate il trittongo) un’altra curiosità: spesso ho visto che, parlando di babel, le lingue (che di fatto si caricano come opzioni del pacchetto) vengono anche chiamate “moduli”. Perciò si trova scritto:

            il modulo latin di babel permette di ottenere eccetera eccetera

            Posto che a me piace questo “modulo” (che userei soltanto per babel, non certo per altri pacchetti), chiedo: soltanto le opzioni che si esprimono con il nome di una lingua si possono chiamare anche “moduli”? È corretto usare questa parola? Qualcuno saprebbe dare una definizione breve di “modulo” in questo senso?

            Grazie
            Tommaso

          • #64855
            Up
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            ::

            illinguista1972″ post=63982

            `\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`


            @Tommaso
            @Lorenzo: meglio se correggete.

            Grazie, lo faccio appena possibile. Qualche mese fa, in uno scritto di un noto autore lessi appunto che il comando personale per scrivere in un altra lingua poteva avere una definizione “ingenua”

            `\newcommand{\greco}[1]{\foreignlanguage{greek}{#1}}`

            e una meno ingenua

            `\newcommand{\greco}{\foreignlanguage{greek}}`

            A parte che mi sfuggono ancora le differenze, mi chiedo se questa seconda definizione può andar bene per tutte le lingue: nella guida, dunque, per il latino e l’inglese. Vale la pena di sostituire le attuali definizioni ingenue?

            Già che ci sono, cade a fagiuolo (notate il trittongo) un’altra curiosità: spesso ho visto che, parlando di babel, le lingue (che di fatto si caricano come opzioni del pacchetto) vengono anche chiamate “moduli”. Perciò si trova scritto:

            il modulo latin di babel permette di ottenere eccetera eccetera

            Posto che a me piace questo “modulo” (che userei soltanto per babel, non certo per altri pacchetti), chiedo: soltanto le opzioni che si esprimono con il nome di una lingua si possono chiamare anche “moduli”? È corretto usare questa parola? Qualcuno saprebbe dare una definizione breve di “modulo” in questo senso?

            Grazie
            Tommaso

            Quella meno ingenua è (quasi) necessaria per il greco politonico, per via del cambio di codice di categoria di ~. In genere, se \xyz è un comando con argomento, il modo migliore (alla LaTeX) per crearne un alias è di scrivere
            `\newcommand{\abc}{\xyz}`
            Infatti TeX si limita a sostituire \abc con \xyz e quindi \abc{parola} diventa \xyz{parola}. Esempio “vero”:
            `\newcommand{\numericset}{\mathbf}
            \newcommand{\C}{\numericset{C}}
            \newcommand{\R}{\numericset{R}}`
            Il motivo della definizione di \numericset è che in questo modo non occorre cambiare le definizioni di \C e di \R se si cambiasse idea sulla loro “rappresentazione finale”. Con l’ingenuo
            `\newcommand{\numericset}[1]{\mathbf{#1}}` l’argomento verrebbe letto due volte: una come argomento di \numericset e la seconda come argomento di \textbf. Pochi cicli di CPU, forse, ma concettualmente migliore.

            La definizione più efficiente sarebbe \let\numericset\mathbf che risparmia anche un briciolo di memoria: TeX non deve ricordarsi la definizione di \numericset, ma attivare solo un puntatore da \numericset a \mathbf.

            Che cosa intendo per “modulo”: un piccolo insieme di istruzioni che un pacchetto carica a seconda delle circostanze; per esempio, babel non carica tutte le lingue che conosce, ma si limita a leggere i moduli relativi alle lingue richieste. Anche le classi standard li hanno; quando il documento è della classe article, viene letto uno fra size10.clo, size11clo o size12.clo (dipende dall’opzione scelta per il corpo). Un altro pacchetto “modulare” è titlesec.

            Ciao
            Enrico

          • #64856
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            Grazie, ma non sono riuscito a leggere tra le righe se è meglio o meno cambiare le definizioni per \foreignlanguage. 😉

            Ciao
            Tommaso

          • #64857
            lorenzo.pantieri
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              illinguista1972″ post=63997Grazie, ma non sono riuscito a leggere tra le righe se è meglio o meno cambiare le definizioni per \foreignlanguage. 😉

              A me pare che Enrico consigli di cambiarle, passando a una definizione “meno ingenua” e nel contempo più semplice.

              Ciao,
              L.

            • #64858
              OldClaudio
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                A parte che mi sfuggono ancora le differenze, mi chiedo se questa seconda definizione può andar bene per tutte le lingue: nella guida, dunque, per il latino e l’inglese. Vale la pena di sostituire le attuali definizioni ingenue?

                Già che ci sono, cade a fagiuolo (notate il trittongo) un’altra curiosità: spesso ho visto che, parlando di babel, le lingue (che di fatto si caricano come opzioni del pacchetto) vengono anche chiamate “moduli”. Perciò si trova scritto:

                il modulo latin di babel permette di ottenere eccetera eccetera

                Posto che a me piace questo “modulo” (che userei soltanto per babel, non certo per altri pacchetti), chiedo: soltanto le opzioni che si esprimono con il nome di una lingua si possono chiamare anche “moduli”? È corretto usare questa parola? Qualcuno saprebbe dare una definizione breve di “modulo” in questo senso?

                Io direi in modo equivalente a quanto ha già detto Enrico; una opzione è una opzione, non un modulo, se la sue specificazione implica alcune operazioni facoltative o in alternativa che si esplicitano in istruzioni interne al file di estensione che riceve quella opzione; ogni opzione implica un modulo se ordina la lettura di un altro file (questo sì che è il modulo) che contiene tutte le ulteriori funzionalità richieste con quell’opzione.

                L’opzione italian non è un modulo, ma il file italian.ldf è il modulo associato a quella opzione.
                L’opzione 11pt non è un modulo, ma bk11.clo è il modulo che corrisponde al quella opzione.

                Anche la classe beamer è fortemente modulare; così tikz e pgf, e così lo sono tante altre classi e pacchetti

                Per varioref l’opzione italian, per esempio, secondo me non corrisponde a un modulo, perché le ulteriori funzionalità sono esplicitate in poche righe di definizioni all’interno di varioref.sty (ridefinizioni di alcune stringhe).

                Il nucleo di LaTeX è modulare, perché consente all’utente di richiedere ulteriori pacchetti di estensione, ognuno di quelli si occupa di una classe ben definita di ulteriori funzionalità; volendo, ciascun file .sty potrebbe essere chiamato modulo; anche ogni classe potrebbe essere considerata un modulo; i file .def sono tutti moduli; eccetera.

                Naturalmente è solo questione di intendersi, perché le parole non hanno mai un solo significato, ma per me, “modulo” è qualcosa di intercambiabile ma avente le sue “giunzioni” corrispondenti a precisi standard in modo da poterne eseguire l’innesto o il disinnesto.

              • #64859
                lorenzo.pantieri
                Partecipante
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                  OldClaudio” post=63999Io direi in modo equivalente a quanto ha già detto Enrico; una opzione è una opzione, non un modulo, se la sue specificazione implica alcune operazioni facoltative o in alternativa che si esplicitano in istruzioni interne al file di estensione che riceve quella opzione; ogni opzione implica un modulo se ordina la lettura di un altro file (questo sì che è il modulo) che contiene tutte le ulteriori funzionalità richieste con quell’opzione.

                  L’opzione italian non è un modulo, ma il file italian.ldf è il modulo associato a quella opzione.
                  L’opzione 11pt non è un modulo, ma bk11.clo è il modulo che corrisponde al quella opzione.

                  Anche la classe beamer è fortemente modulare; così tikz e pgf, e così lo sono tante altre classi e pacchetti

                  Per varioref l’opzione italian, per esempio, secondo me non corrisponde a un modulo, perché le ulteriori funzionalità sono esplicitate in poche righe di definizioni all’interno di varioref.sty (ridefinizioni di alcune stringhe).

                  Il nucleo di LaTeX è modulare, perché consente all’utente di richiedere ulteriori pacchetti di estensione, ognuno di quelli si occupa di una classe ben definita di ulteriori funzionalità; volendo, ciascun file .sty potrebbe essere chiamato modulo; anche ogni classe potrebbe essere considerata un modulo; i file .def sono tutti moduli; eccetera.

                  Naturalmente è solo questione di intendersi, perché le parole non hanno mai un solo significato, ma per me, “modulo” è qualcosa di intercambiabile ma avente le sue “giunzioni” corrispondenti a precisi standard in modo da poterne eseguire l’innesto o il disinnesto.

                  Chiaro. Visto che la questione è sottile e in fondo TeXnica, non parlerei di “moduli” nell’Arte. Continuerei a parlare, sempricemente, di “opzioni”.

                  L’opzione italian di babel permette di ottenere eccetera eccetera.

                  Un po’ per il rasoio di Occam (è davvero necessario che il nostro lettore senta parlare di “modulo”? Direi di no…); un po’ perché non ci sarebbe motivo di parlarne solo a proposito di babel, ma dovremmo parlarne anche di “11pt” eccetera, complicando tutto.

                  Ciao,
                  L.

                • #64860
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                  Ricevuto, capo 😉

                  Ciao
                  Tommaso

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