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OldClaudio.
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3 Luglio 2012 alle 14:51 #75806::
Ho appena ricevuto per posta il testo di Simon Garfield, Sei proprio il mio typo — vita segreta delle font Saggi, Fonte alle grazie (Adriano Salani Editore), 2012, ISBN 978-88-6220-574-0 (22,00 €)Direi proprio che sia una lettura gradevole e interessante sulla storia dei vari font, quelli che godono di maggiore popolarità, direi, ma non solo quelli. Tra noi dovrebbe essere una lettura obbligatoria.
Il libro è tradotto, direi, piuttosto bene, benché la traduttrice usi font a femminile (scusabile, ma io lo preferisco neutro/maschile) e usi (sia pure una sola volta) un aggettivo entrato nell’uso, fighissimo, che non mi pare abbia ancora raggiunto il registro del linguaggio ben educato (o forse sono io che sono troppo vecchio).
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3 Luglio 2012 alle 16:00 #75807::
OldClaudio” post=74968Il libro è tradotto, direi, piuttosto bene, benché la traduttrice usi font a femminile (scusabile, ma io lo preferisco neutro/maschile)
http://www.ilpost.it/2010/10/25/piu-font-per-tutti/
http://vita-agra.blogspot.it/2009/05/font-maschile-o-femminile.htmlInoltre ho letto qualche volta dei britannici orgogliosi di usare il termine fount invece di font: http://dictionary.reference.com/browse/font
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3 Luglio 2012 alle 17:39 #75808::
Mi piace di più il primo link; contiene qualche errore, ma sostanzialmente è corretto.In entrambi i link si parla di valigetta; il diminutivo mi dice che o io non ho mai comprato una set di caratteri in metallo (il che è vero) o che parla di valigetta non ha mai visto quanto sia grande una cassa da tipografia a caratteri mobili; anche togliendo il mobile che contiene le casettine disposte in un certo modo, l’insieme dei caratteri di una polizza (contratto di acquisto di un dato bene che specifica le quantità di oggetti che il venditore vende al compratore e la quantità di denaro che il compratore versa al venditore) forse non è così voluminoso, ma certamante è cosi pesante che una valigetta non è certo sufficiente per trasportarl (l’insieme) tutto in un pacco da valigia.
Il punto sottile, se volgiamo, non è il francese la fonte all’origine dl tutto; perché, sempre se vogliamo, quel francesismo è entrato in Italia quando l’arte tipografica italiana si è temporaneamente uniformata a quella francese e questo è durato almeno fino all’inizio del triste ventennio. Il punto sottile è dato dal fatto che l’informatica, assai prima che la Apple mettesse fuori il suo primo storico calcolatore, la tipografia aveva abbandonato la tipografia in caratteri metallici (a mano, monotype, linotype, ecc.) ed è passata alla fotoincisione e all’offset; per questo sistema di stampa non si usavano più i caratteri fusi singolarmente o in righe, ma si usavano delle pellicole riportanti i disegni dei segni che potevano essere replicati un numero infinito di volte; non si poteva parlare più di polizze, perché la collezioni di segni di una dato corpo, serie e forma non era più frutto di una compravendita di un certo numero di esemplari, ma era affidata alla compravendita di un disco di metacrilato (o altro supporto trasprente) adatto per proiettare i disegni dei singoli glifi sulla superficie fotosensibile delle lastre di zinco da passare successivamente al laboratorio di incisione, dove la “foto” dei segni veniva sviluppata e la zona trattata in questo modo poteva poi ricevere l’inchiostratura e quindi usata per la planografia offset.
Allora la collezione di segni era diventato un oggetto più o meno immateriale non esisteva più la polizza, non esisteva più il grosso e pesante pacco con le migliaia di pezzettini fusi; non esistevano più quelle macchine ingegnosissime con le quali venivano fusi i caratteri singoli o le linee intere di stampa delle monotype e linotype.
La parola font, arrivata con la tecnica della fotoincisione e poi con l’informatica non poteva essere tradotta polizza (come hanno conservato in francesi, che per altro hanno rifiutato il byte e usano l’ottetto, il file e usano il fichier, il record e la fiche, il computer e l’ordinateur, e via di questo passo — alcune delle loro traduzioni o dei loro neologismi sono molto esatti mentre altri sono decisamante riduttivi o , mi si consenta, ridicoli).
In italiano il traduttore ha lasciato font e ha fatto benissimo, come ha lascito byte, file, record, eccetera. avrebbe potuto usare la prola calcolatore o elaboratore al posto di computer, e avrebbe forse potuto inventare una nuova sigla al posto di PC, che oggi identifichiamo solo col senso riduttivo di un elaboratore da tavolo o portatile con sistema operativo della MS. Guai a chiamre PC una Lin:shock: ux box o un Mac.
Ma il genere grammaticale che in inglese è neutro, in italiano non può essere neutro, perché non esiste nella nostra lingua. Il femminile? perché dovrebbe usarsi il femminile? solo perché in francese è femminile? ma in francese sono femminili nomi che in italiano sono maschili: la douleur, la couleur, eccetera. Non mi sembra un buon motivo. Perché la polizza è femminile? ma la polizza non esiste più e non è il font.
Semplicemente usiamo prevalentemente il maschile perché così facciamo seguendo la regola di attribuire il genere grammaticale a forestierismi entrati nell’uso corrente a seconda del genere grammaticale che una possibile traduzione avrebbe; Ora siccome font non è sinonimo di polizza, allora la traduzione sta per carattere, oppure insieme di caratteri, o stile dei caratteri, certamente maschile. Perché allora diciamo “la directory”? perché sbagliamo ancora, pensando che una traduzione potrebbe essere lista, ma in inglese lista si chiama list e directory significa elenco (teplephone directory = elenco telefonico) oppure cartella, ma cartella in inglese si chiama folder, non directory.
Insomma, io resto del mio parere di conservare il maschile sia per font sia per directory. Ma non mi scaglio contro nessuno che usi il femminile né mi affinaco ai puristi che vorrebbero usare sempre le traduzioni dei termini tecnici spesso intraducibili oppure facilmente italianizzabili; il transitore è semplice, ma che cosa facciamo con il klystron?
Ciao a tutti
Claudio
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5 Luglio 2012 alle 7:38 #75809::
Il libro “Sei proprio il mio typo” termina con la “Tavola periodica dei caratteri”, un disegno che assomiglia alla Tavola di Mendeleyev, La Tavola degli Elementi, ma che al posto dei nomi degli atomi contiene i nomi dei font con una loro minima rappresentazione su una o due lettere. È affascinante, e può piacere o dispiacere, ma certamante non è una cosa da perdere; se volete scaricare una bella immagine, da usare anche come Scrren saver la trovate per un wide screen in fondo a questa pagina: http://www.squidspot.com/Periodic_Table_of_Typefaces.htmlAltrimenti nella stessa pagina http://www.squidspot.com/Periodic_Table_of_Typefaces.html potete trovare come “acquistare” questa tavola in formato poster; per alcuni varrebbe la pena di acquistarne una copia; in ogni caso lì c’è l’indirizzo web.
Claudio
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5 Luglio 2012 alle 8:01 #75810::
La tavola mi sembra bella e particolare.
Noto che nella classifica (almeno dalla nota in basso a sinistra sembra che siano stati numerati in ordine di bellezza/fama) non c’è il Computer Modern o il Latin Modern. Eppure mi sembrano abbastanza famosi nell’ambito tipografico, o mi sbaglio? È perché sono relativamente recenti rispetto ad altri “storici”?Ciao
Fra
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5 Luglio 2012 alle 10:21 #75811::
No, come si sa bene, il sistema TeX è un segreto ben conservato da molti milioni di utenti 🙂No, come spiega nelle faq, la classifica dei più apprezzati (non necessariamente più usati o più belli in assoluto) deriva da una media di classifiche fatte fra gli studi di design grafico, i font designer, gli uffici, per lo più di pubblicità, che usano i font commerciali; i CM e i loro numerosi figli non sono commerciali e non derivano dall’estro di disegnatori che, leggendo il libro che ho citato, sembra abbiano avuto vite avventurose, compreso Hermann Zapf, che di ha regalato i Dingbats oltre al Palatino, all’Optima, ed altri.
Ora noi nella distribuzione TeX abbiamo molti font in uso gratuito, sia nati dai nostri lombi, sia messi nel pubblico dominio a titolo gratuito (magari ristretto all’uso personale, ma comunque gratuito) dalle compagnie che li vendevano. Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta fra font che in generale sono ottimi; se poi usiamo XeTeX (XeLaTeX) possiamo usare anche molti font commerciali distribuiti con i nostri rispettivi sistemi operativi e si suppone (almeno io suppongo) che le licenze d’uso siano già state pagate forfettariamente con l’acquisto del sistema operativo.Il nostro fatto è che non siamo tipografi professionisti; nemmeno designer dell’industria libraria o pubblicitaria. Quindi non siamo nessuno.
Poi si scopre che molte classi che noi usiamo sono talmente belle che nessun professionista le userebbe, perché non c’è dietro al loro mano, i loro programmi da diversi bigliettoni, i loro font personalizzati con altri programmi da molti bigliettoni; visto che non consumiamo i loro beni o servizi, non siamo nessuno, anche se talvolta ci capita di comporre testi più belli dei loro.Fra, accontentiamoci di divertirci, vuoi componendo testi, vuoi disegnando caratteri, vuoi progettando classi, vuoi producendo file di estensione; magari siamo un po’ conservatori e non abbiamo i loro voli di fantasia, ma facciamo del bel lavoro lo stesso; loro hanno i loro alti e bassi; Baskerville, famosissimo e imitato ancora oggi, era uno sfrenato gaudente dai gusti molto licenziosi, che, sembrerebbe, si consolava così per compensare le frustrazioni del suo lavoro; molti sono morti senza un becco di un quattrino in tasca. Altri si sono rovinati con processi volti a far riconoscere i loro diritti.
Vedi, noi siamo avvantaggiati: il lavoro che facciamo usando il sistema TeX ci piace, ci diverte, e se mettiamo nel pubblico dominio qualcosa lo facciamo senza attendere nessuna ricompensa; lo facciamo per hobby e sempre gratis. È un bel grosso vantaggio! 😉
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