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  • in risposta a: Introduzione al LaTeX al dipartimento di matematica di Pisa #52069
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    Perché «il» LaTeX? 🙂

    Scherzi a parte, il corso è pensato esclusivamente per gli studenti di facoltà scientifiche?

    in risposta a: Lettere greche minuscole: forme principali e varianti #48312
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    È del tutto evidente che il nome è stato dato da chi, osservando i manoscritti, ha sentito il bisogno di distinguere le due forme.

    Sí, è proprio quanto ho sostenuto nel precedente intervento.

    Faccio notare in questo forum ci si dà, tradizionalmente, del tu. Perché voler essere “rara avis”?

    A malincuore, mi adeguerò.

    In ogni caso si tratta di ampio OT, quindi non risponderò più.

    Credevo che l’argomento del filone fosse —testualmente— «Lettere greche minuscole: forme principali e varianti», e che proprio intorno a ciò si stesse argomentando.

    Sia come sia, un paio di sere fa sono passato in biblioteca per risolvere la questione del genere delle lettere greche: ho avuto però il tempo di cercare le voci soltanto tra i ventuno volumi del Battaglia; pertanto, chiedo scusa se il risultato avrà un carattere di parzialità. Mi sono comunque riservato di confrontare i dati ricavati con le indicazioni del Treccani quinquevolume e del Dizionario di Ortografia e Pronunzia (DOP). Conto di aprire un filone al riguardo in una sede piú opportuna (uno spazio di linguistica), sicché, se qualcuno è interessato, mi contatti in privato per ricevere il collegamento.

    in risposta a: Lettere greche minuscole: forme principali e varianti #48310
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    Ha un nome per conto suo perché chi usava la sigma lunata non faceva distinzione tra sigma iniziale/mediale e finale.

    «…perché…»? Mi scusi, lei dice che c’è una correlazione logica? «Sigma lunato» è un nome convenzionale, la cui utilità sta nel distinguere due varianti grafiche parecchio dissimili. Ciò che lei dice essere la ragione del nome diversificato è invero solo la proprietà della particolare variante. E infatti, sopprimendo il «quindi» —che suggerirebbe un’insussistente continuità logica coll’asserzione precedente—, lei correttamente aggiunge:

    occorre distinguere perché la presenza di quel carattere può dare indicazioni precise sulla provenienza del manoscritto.

    Piú avanti lei scrive:

    La stessa pagina chiarisce come la forma lunata sia stata per lungo tempo il modo di scrivere la sigma maiuscola (e minuscola). Basta questo a capire che la storia di questi caratteri non ha nulla a che fare con quella della “s” e della “i” latine.

    A dire il vero, si potrebbe dire parimenti che l’esse tonda «S»/«s» è stata da sempre l’unico modo per scrivere l’esse maiuscola, mentre l’esse lunga «ſ» è di piú recente introduzione (quindi tutto sommato analoga a sigma «σ»): la differenza sarebbe semmai nel fatto che la variante principale è oggi sopravvissuta in modo esclusivo. (Lo stesso, si badi, si potrebbe dire di «I»/«ı» [→ «i»], con l’interessante peculiarità evolutiva della specializzazione della variante lunga «j», che trova un riscontro preciso nell’opposizione normalizzata «v» ~ «u», e ancora —piú lontanamente— nella specializzazione fonetica del vu doppio «vv» → «w».)

    I nomi delle lettere sono maschili o femminili?

    Non esiste una legge univoca: dipende dalla lettera, e molto dall’uso personale. Si può dire che di norma le lettere greche sono maschili, ma in diversi casi ci sono delle oscillazioni (per quanto ne so, non per «sigma», che i dizionari da me controllati danno unanimamente maschile; tuttavia, sarà bene verificare nel GRADIT, dizionario dell’uso, non appena potrò).

    in risposta a: Lettere greche minuscole: forme principali e varianti #48308
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    [R]icordo di avere avuto per le mani un testo del Trissino del 1525 dove la sua “ortografia” era usata alla grande, ma dove distingueva anche k da ch e i suoni “liquidi” della l e della n con digrafi particolari

    Premettendo che non capisco che cosa lei intende per distinzione di «k da ch» e per «digrafi» (forse «digrammi»?), riconosco la mia ignoranza al riguardo, anche perché tali innovazioni non compaiono nella succitata Ɛpistola, nella quale anzi il Trissino —eludendo la necessità di distinguere l’esse sonora /z/ dall’esse sorda (o «non-sonora») /s/ (per le quali sarebbe tornata utile, perché no, la specializzazione dell’esse lunga «ſ»)— scrive:

    …ma io hω lasciato questa differεntia, εt alcune altre da canto, per non εssere cωsa di molto momento; sapεndo anchora che così la trωppa diligεntia, come la pωca si suωle alcune vωlte biasmare.

    E difatti nelle pubblicazioni della Sophonisba successive al ’24, non troviamo altre novità ortografiche di là dalle cinque lettere («ε», «ω», «j», «v», «ç») presentate a papa Clemente VII nell’Ɛpistola.

    [T]rovo particolarmente adatto al nostro forum la frase francese che metti in calce ai tuoi messaggi. Forse andrebbe evidenziata maggiormente

    Un corpo maggiore per una firma tanto lunga sarebbe ingiustificatamente ingombrante, e cadrei in contraddizione. 😉

    La frase —per chi non l’avesse riconosciuta— è del tipografo Jan Tschichold, citata da Jean Méron nel saggio monografico «Les guillemets», seguita dall’altra celebre battuta: La typographie de la plupart des journaux est résolument arriérée. Elle est tellemente informe qu’elle détruit en germe le bon goût et l’empêche de s’éduquer.

    Le altre varianti di forma (rho, pi, phi, theta) non hanno nome, perché si tratta solo di modi diversi di realizzare una lettera, non usati mai assieme.

    Condinzione necessaria, ma non sufficiente, caro Enrico: anche il sigma lunato («ϲ»), che pure ha un nome «tutto suo», è una variante non concorrente.

    P.S. Nel mio secondo intervento ho posposto un [sic] a «lettere», anziché a «Ɛpistola», come era mia intenzione, a rimarcare l’illogicità di un’e aperta «ε» fuori d’accento, che troviamo piú in là nel testo alla parola inεxpεrto (è invece pacifico che il tema radicale atono per variazione morfologica mantenga «ε» e «ω»; e.g., «εssεndo»). Qualcuno certo noterà che ci saremmo aspettati comunque la scrizione lεttere, essendo in questo vocabolo la e aperta, in toscano, almeno dal Quattrocento (attestazione esplicita di Leon Battista Alberti), per probabile attrazione di lètto, participio passato di lèggere (mentre nel resto dell’Italia mediana abbiamo da sempre léttera, regolare continuazione del lat. lĭttera). Il Trissino motiva la sua scelta con la preferibilità della dizione «cortigiana» rispetto alla «toscana», dalla quale però non si perita di attingere per altre voci.

    in risposta a: Lettere greche minuscole: forme principali e varianti #48305
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    La sua osservazione è legittima, gentile Enrico, ma confonde prospettiva sincronica e diacronica: storicamente, l’i lungo «j» nasce come variante di posizione di «i» nei manoscritti altomedievali, per necessità distintiva, in quanto l’«i» (in principio solo «ı»), assorbito dalle «gambe» di m o n, confondeva «mi» e «ni» rispettivamente in «nn» e in «m».

    I cinquecentisti citati, Pietro Ramo e Gian Giorgio Trissino (umanista veneto nato sí nell’ultimo quarto del XV secolo, ma che dà alle stampe l’Ɛpistola de le lettere [sic] nuωvamente aggiunte solo nel 1524), si limitano invece a introdurre la specializzazione fonemica dei grafi, facendone dei grafemi. Cosí come «v» e «u», tradizionalmente varianti di posizione —rispettivamente in principio e in corpo di parola; e.g., «vltor» e «euentus»—, furono associati ai fonemi romanzi /w → v/ e /u/, anche «j» e «i» furono legati a /j/ [→ /Z/,¹ in francese] e /i/. Il Trissino —come noto— propose anche la discriminazione nell’ortografia italiana di /e/ ~ /E/ e di /o/ ~ /O/, importando le lettere greche «ε» e «ω», da reimpiegare per le vocali aperte (sennonché piú tardi preferirà l’accostamento /o/ – «ω», per maggior aderenza alla realtà fonetica greco-bizantina), e persino di /dz/ ~ /ts/, specializzando l’allora grafo «ç» —impiegato indifferentemente per sonora e non-sonora— e scartando invece la zeta lunga «ʒ» (anch’essa non ignota ai manoscritti).

    In italiano l’i lungo «j» è stato impiegato fino al primo Novecento (in letteratura, come lei stesso ricorda), sicché di esso non possiamo ancora dire che giace impolverato su uno scaffale, al contrario ad esempio di quanto potremmo affermare sull’ancor piú vecchiotta «h» etimologica, tanto furiosamente difesa dall’Ariosto, che scomparve già nelle prime edizioni del dizionario della Crusca (rilegata a uso diacritico nelle forme del verbo avere e nelle interiezioni). C’è da notare che l’i lungo rispettava le norme ramiste e trissiniane solo quando descriveva il fonema italiano /j/ intervocalico (e.g., «jeri» e «beccajo»), dacché ciò che lei ha chiamato «j» finale (che starebbe per «-ii»; e.g., «varj») è in realtà il relitto —la contrazione— di un piú antico uso che prevedeva «-ij» («varij»), con «j» semplice variante di posizione. L’«i» con circonflesso «î» (e.g., «principî») non è ancora del tutto scomparso: si trova in case editrici e autori sparsi (sicuramente nella prestigiosa Einaudi fino al ’71), nonché nel Treccani quinquevolume.

    Inutile dire che nelle lingue moderne europee «j» è andato specializzandosi diversamente, di norma a partire dalle congruenze etimologiche col latino, poi esteso a descrivere lo stesso fonema anche in parole di diversa radice linguistica, o anche un fonema simile (e.g., lat. volg. judicem /j/ → fr. ant. e mod. juge /Z/ → ingl. mod. judge /dZ/).

    ¹ Trascrizione SAMPA.

    in risposta a: Lettere greche minuscole: forme principali e varianti #48303
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    Fra l’altro, come si chiamerebbero quelle lettere parlando? “Sigma” e “Sigma variante”?

    Direi «sigma» [σ] e «sigma lungo» [ς], in analogia con le coppie di varianti di posizione «esse» [s] e «esse lunga» [ſ], e «i» [i] e «i lungo» [j]. Vi farò sapere a breve.

    in risposta a: Simoncini e dintorni #51298
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    Ho posto un quesito analogo qui.

    in risposta a: Inserimento glifi senza assegnazione Unicode #48252
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    La ringrazio della risposta, che però mi lascia per cosí dire a mani vuote…

    in risposta a: Accento grafico su «i» e «u»: grave o acuto? #47973
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    Ho aperto questo filone per segnalare l’ottimo saggio del Matteucci sul problema dell’accento su i e u; tutti gli altri miei messaggi sono una serie di precisazioni storiche e di risposte all’utente intervenuto. Credo di essere stato trasparente a sufficienza.

    in risposta a: «Disclaimer» della sezione Tipografia #47976
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    Mi ha preso proprio di mira, eh? Volevo solo essere d’aiuto per migliorare la qualità del forum: chiaramente nessuno è costretto a correggere. 🙂

    in risposta a: Accento grafico su «i» e «u»: grave o acuto? #47971
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    Resto basito: guardi, non ho intenzione di fomentare una polemica inutile e fuori tema, ché non credo sia questa la piazza adatta. Ma la invito a riflettere sulla facilità con cui lei scredita le competenze di Luca Serianni, i cui meriti linguistici non sono certo ignoti, né del suo maestro Arrigo Castellani, insigne filologo.

    Tuttavia, dacché lei pare possedere conoscenze superiori a quelle di questi poveri «moderni» che «asseriscono» di parlare di libri antichi, la pregherei di argomentare, esemplificando perlomeno con un campione di testi settecenteschi in cui campeggino gli accenti acuti.

    Lo ribadisco —spero— per l’ultima volta: qui non ci sono né «nostre idee» né tanto meno una «nostra tipografia», bensí, semmai, una teoria ortografica, che io sostengo insieme con l’autore del saggio, e coi vari «moderni» Aldo Gabrielli —che impiega tale sistema accentuativo nel suo dizionario—, Luciano Canepari e gli editori dell’Einaudi (giusto per citarne qualcuno).

    Ad ogni modo, sono certo che gli altri utenti del forum sapranno farsi un’opinione piú equilibrata, anche sulla nostra disputa.

    in risposta a: Accento grafico su «i» e «u»: grave o acuto? #47969
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    In realtà è una «questione» strettamente ortografica (anche se, come spiegherò piú avanti, un riscontro tipografico c’è).

    Lei dimostra d’ignorare le piú elementari nozioni di storia dell’ortografia: nei testi antichi sette-ottocenteschi s’imbatterà solo in accenti gravi, che, indipendentemente dal fonema, erano gli unici impiegati sugli ossitoni; l’accento acuto —mutuato dal francese— fu introdotto per necessità diacritiche e lessicografiche dalla Crusca per disambiguare le coppie unidivergenti, posto sulle vocali chiuse (quindi limitatamente a [e] ~ [E] e [o] ~ [O]; e.g. «pésca» e «pèsca», «cólto» e «còlto»).

    Tuttavia, le vocali «i» e «u», come peraltro ricordato nel saggio di Paolo Matteucci, sono naturaliter chiuse; pertanto una logica ferrea vorrebbe che queste, quando accentate, presentassero l’accento acuto e non grave (proprio piuttosto delle vocali aperte), come argomentato da linguisti, lessicografi e fonetisti.

    La scelta ultima dell’accento grave per le vocali in oggetto dipende da un eccesso di «riverenza» per la tradizione ortografica, che, come ho ricordato, prevedeva solo questo tipo di accento (anche su [e] e [o]; si veda un qualsiasi testo leopardiano: fioccheranno i «perchè»).

    L’uso dell’acuto su i, in particolare, comporta un vantaggio tipografico: la legatura «f»-«i» si rende necessaria per evitare l’inestetica «collisione» del puntino della i e della barra orizzontale della f; l’accento grave, ovviamente, implica automaticamente lo scontro; non cosí l’acuto, che «fugge» verso l’esterno (e.g. «scalfí»).

    Infine, tacendo —pur malvolentieri— sulle competenze linguistiche di Paolo Matteucci, vorrei ricordare che tra gli autori citati compaiono linguisti del calibro di Luca Serianni e fonetisti del calibro di Luciano Canepàri.

    Insomma, il suo tono un po’ «infocato» non aveva ragion d’essere. La prego di leggere piú accuratamente il testo segnalato prima d’esprimere simili opinioni, grazie.

    in risposta a: N CON LA TILDE E MAIUSCOLE ACCENTATE #47864
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    [Se devi scrivere in spagnolo, per ora non so come aiutarti 🙁

    È un banale consiglio che do a tutti coloro che, per diletto o per lavoro, operano con piú d’una lingua (soprattutto se quest’ultima è ricca di diacritici): s’installi, dal Pannello di controllo, la disposizione tasti della lingua scelta —spagnolo, nel suo caso, cara Aurora.

    Vedrà inoltre che si troverà benissimo con la tastiera spagnola anche per l’italiano, come testimoniato a p. 11 di questo saggio di Alessandro Rossini, ché l’opzione tasto morto le permetterà anche la scrizione di «È».

    Infine, per tutti coloro che lavorano su Windows, suggerisco di modificare la propria tastiera col programma Windows Keyboard Layout Creator: agli «utilizzatori» di LaTeX tornerà particolarmente utile per aggiungere tra i tasti l’accento grave (`) e il trattino ondulato [o tilde] (~).

    in risposta a: Tilde e trattino ondulato #45526
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    La distinzione è tutt’altro che inutile. In un qualsiasi testo sulla grafematica, e.g., spagnola o portoghese, s’impiegherà ovviamente, per uso metalinguistico, il diacritico appropriato, ovverosia, in questo caso, la tilde propriamente detta «˜» e non il trattino ondulato «~» (cosí come, piú in generale, si parlerà del segnaccento acuto con «´» o del grave con «`», e ill circonflesso sarà indicato con «ˆ» e non certo con «^»).

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