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13 Settembre 2021 alle 18:33 in risposta a: Modificare il formato di un solo titolo in tableofcontents #120365::
Due piccole cose:
1) Se ti capita spesso di dover costruire indici complessi, potrebbe valer la pena di dare un’occhiata a etoc. Sembra complicato, ma s’impara abbastanza in fretta ed è molto flessibile.
2) Una banalità: hai pensato a \addtocontents{toc}{…} ? Mi pare che rispetto a \addcontentsline dia più libertà. (O ci sono controindicazioni?).
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Per il frontespizio, guarda il pacchetto omonimo (https://www.ctan.org/pkg/frontespizio).Per il capitolo, sospetto che non ci sia nessun errore: il punto è che la classe book di default lascia un po’ di spazio prima del titolo di capitolo, per una questione di estetica tipografica. Questa impostazione si può cambiare, credo non sia particolarmente difficile (non so dirti il codice esatto perché io uso la classe memoir).
Per fare una tesi peraltro esistono classi ad hoc, per es. toptesi e suftesi. Ti suggerisco di guardare con calma questa guida, citata nella bibliografia dell’Arte:
/wp-content/uploads/joomla-images/doc/GuideGuIT/IntroTesi.pdf
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Scopro adesso questo pacchetto, molto interessante.Sinora ho fatto piccoli aggiustamenti usando etoolbox, per es. così
`\patchcmd{\normalsize}{\@xipt}{{11.1pt}}{}{}
\normalsize
`impostando la classe (nel mio caso memoir) al valore 11pt. Se capisco bene, questo metodo si limita a scalare il font lasciando immutato tutto il resto. Per piccoli aggiustamenti l’effetto non è male.
Ora ho fatto una prova con il pacchetto fontsize. Mi sono accorto, con un po’ di sorpresa, che lo scartamento risulta leggermente minore di quello ottenuto con l’altro metodo. Così mi è venuta la curiosità di chiedere il perché – tanto più che qui c’è l’autore del pacchetto in persona 🙂
Dopodiché, immagino che sia l’occhio a dover decidere quale delle due rese è esteticamente preferibile. Dal punto di vista tecnico, possono esserci ragioni per preferire l’una o l’altra strada?
Grazie!
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Una cosa che secondo me la scuola potrebbe insegnare anche fuori delle ore di informatica (magari addirittura nelle ore di lettere!) è l’uso corretto dei normali word-processor (Word, LibreOffice ecc.), e per uso corretto intendo usare gli stili per strutturare il documento, generare indici ecc. Già una cosa del genere, che è abbastanza semplice, farebbe scoprire che la struttura del testo e la formattazione sono due cose diverse, e che è molto utile separarle; e una volta capita la logica, la si può applicare tranquillamente a LaTeX, a Markdown, a HTML+CSS, ecc. (e si hanno in tasca delle abilità di base utili anche a chi non farà facoltà scientifiche). Tra l’altro un documento odt ben strutturato diventa facilmente (via pandoc o Writer2LaTeX) codice LaTeX molto pulito (beninteso, se non c’è matematica o grafica). Spunti interessanti in tal senso si trovano in questo articolo (mi auguro che nessuno lo trovi troppo critico 🙂 ): http://www.danielallington.net/2016/09/the-latex-fetish/Certo resta fuori l’aspetto della programmazione: ma mi chiedo se per questo aspetto (e questo sì nelle ore di informatica) altri linguaggi più puramente di programmazione non sarebbero più didattici rispetto a LaTeX, che comunque mescola markup e programmazione (ai miei tempi – liceo classico fine anni ’90 – si fecero alcune ore con TurboPascal… di nessuna utilità pratica, ovviamente, ma ci si faceva un’idea semplice di come si “parla” con la macchina).
19 Giugno 2021 alle 14:24 in risposta a: aggiungere un carattere particolare a migliaia di parole #120091::
Uun’altra strada per scrivere per es. ë (come suggerito da OldClaudio) e far sì che venga composto come `\textsubscript{\small\itshape e}` potrebbe essere usare il pacchetto newunicodechar (con XeLaTeX o LuaLaTeX). Nel preambolo si scriverebbe
`\newunicodechar{ë}{\textsubscript{\small\itshape e}}
`
Sospetto che sia meno efficiente dell’altra strada, ma chissà…
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Grazie a entrambi per le risposte!
@OldClaudio: di fatto, siccome non scrivo direttamente in LaTeX, bensì impagino testi importati da normali elaboratori di testo, i tre puntini sono già inseriti come carattere unicode “Horizontal Hellipsis, U+2026”: dunque il risultato finale è identico a \ldots suggerito nella guida. Devo dire che nel mio caso non noto spazio eccessivo tra l’ultimo punto e la quadra chiusa; comunque istruttiva l’idea dello spazio negativo.
@robitex: grazie. Per studiare Lua dovrò aspettare le vacanze 🙂 Ma l’indicazione mi ha permesso di trovare del codice già fatto e di adattarlo. Lo riporto qui se servisse a qualcun altro (o se qualcuno che ne sa più di me vedesse dei problemi che sconsigliano di usarlo).`\documentclass{article}
\usepackage{luacode}
\usepackage{fontspec}
\setmainfont{cardo}
\usepackage{relsize}\begin{luacode}
function myreplace ( s )
s = s:gsub ( “%[…%]” , “{\\smaller{} […]}” )
return s
end
\end{luacode}\AtBeginDocument{\directlua{luatexbase.add_to_callback(
“process_input_buffer”, myreplace , “myreplace” )}}\begin{document}
Lacuna (dimensioni scalate): […]
Parentesi in dimensioni normali: [questa è una parentesi]
\end{document}
`La soluzione suggerita alla fine di questo thread
https://tex.stackexchange.com/questions/500372/conditional-string-replacements-in-lualatex
permette anche di creare degli “interruttori” per abilitare/disabilitare la sostituzione in singole sezioni del documento (ma se i test che ho fatto sono giusti, gli interruttori funzionano solo se usati tra un paragrafo e l’altro, cioè non è possibile usarne più di uno a paragrafo):`\newcommand\myreplaceOn{\directlua{luatexbase.add_to_callback(
“process_input_buffer”, myreplace , “myreplace” )}}
\newcommand\myreplaceOff{\directlua{luatexbase.remove_from_callback(
“process_input_buffer”, “myreplace” )}}`Dato che le sostituzioni vengono fatte su tutto il codice, mi sembra che sarebbe delicatissimo usare questa tecnica per sostituire caratteri che possono far parte di comandi.
In questo thread https://tex.stackexchange.com/questions/499915/pattern-syntax-using-luacode si vede come usare pattern di ricerca.
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Grazie Sarubbo.In realtà, la mia esigenza è di “mescolare” note con layout diverso all’interno di un’unica serie, non di fare diverse serie con diversi layout. Ma l’esempio mi è stato comunque utile: tra l’altro non conoscevo zref-perpage, che sembra un modo comodo di resettare il contatore.
Mi permetto di segnalare, a beneficio di chi leggerà in futuro, che alla fine dell’esempio c’è un \makeatletter che non c’entra.
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Grazie!In effetti, con bigfoot si riesce a ottenere già un buon risultato:
`\usepackage{bigfoot}\DeclareNewFootnote{default}
\begin{document}
Nel mezzo\footnote{nota lunga, in cui si spiega tutta una lunga storia} del cammin
\RestyleFootnote{default}{para}
\footnote{Ibid. 15\hspace*{2em}} di nostra\footnote{Ibi\hspace*{2em}} vita mi\footnote{xyz} ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita,
\RestyleFootnote{default}{plain}
\footnote{ancora una nota lunghetta…}
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra forte\end{document}`
Qui ho inserito manualmente degli hspace per distanziare tra loro le note brevi (non so se è il massimo dell’eleganza…).AGGIUNTA: sostituendo i due \hspace con \hspace*{\fill} le note si dispongono come su tre colonne.
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Tante grazie della risposta!
Dunque se capisco bene un trattino normale inserito nel corpo di una parola impedisce la sillabazione, e perciò in linea di massima non è necessario (a differenza che nei normali elaboratori di testo) utilizzare un trattino “speciale” quando il trattino è preceduto e seguito da caratteri alfabetici, ma solo in casi speciali (in effetti nella discussione citata da samiel c’è di mezzo una parentesi…).
È così? O invece la cosa viene fatta sulla base di un dizionario che contiene solo un certo numero di parole con trattino copulativo?
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