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marchetto” post=90286Il prossimo testo che dovrò scrivere sarà la tesi, piena di immagini, grafici e tabelle quindi ho la sensazione che un buon preambolo pulito potrebbe fare la differenza.
Non sono riuscito a comprendere l’utilità e il beneficio del pacchetto eTex.Tengo a sottolineare che i preamboli modello che adotto, per quanto confusi e prolissi, sono tutti farina del mio sacco e non scopiazzati come ipotizzato da cfiandra
La parola “scopiazzato” forse non è la più adatta. Ma anche copiare dai propri non è sempre indicato. Ricordo sempre quel lavoro che dovevo rimettere in ordine per un volume di atti di un convegno. Del preambolo di circa 250 righe se ne sono salvate meno di quaranta. Però qualche risata sulle definizioni, mentre guardavo se servivano, me la sono fatta. 🙂 Non dico che sia il tuo caso, ma uno tende ad accumulare roba inutile e trovo che sia molto meglio cominciare a riempire piuttosto che svuotare.
Il pacchetto etex può servire o no. Più pacchetti di grafica carichi (perché ti servono, è chiaro), più corri il rischio che si esaurisca la dotazione di registri. Se ricevi un messaggio di errore
`No room for a new …`
è certamente il momento di mettere
`\usepackage[etex}`
subito dopo la riga di [tt]\documentclass[/tt] e non pensarci più.Aggiungerlo sempre? Non è pericoloso; solo un paio di secondi di caricamento (magari meno).
Ciao
Enrico
::marchetto” post=90268Buongiorno,
mi capita spesso di elaborare file .tex inserendo dei preamboli che ho scritto tempo fa e che utilizzo come dei “modelli” per iniziare già corredati dei pacchetti che adotto più frequentemente. Capita anche che cerco sui manuali delle funzioni e carico dei pacchetti a volte inutilmente.
In genere uso pdflatex.Domanda:
esiste un modo rapido per individuare quali pacchetti sono stati caricati inutilmente?Non mi sono mai lanciato nella lettura e comprensione dei file generati automaticamente da pdflatex, la soluzione potrebbe risiedere in questi?
Ciao
MarcoTi svelo un segreto. Quando comincio a scrivere un documento il preambolo è di solito minimale e aggiungo i pacchetti via via che si rendono necessari. Qualcosa come
`\documentclass[a4paper]{article}
\usepackage[T1]{fontenc}
\usepackage[utf8]{inputenc}
\usepackage[italian]{babel}\usepackage{amsmath}`
e nient’altro. Se mi capita di dover scrivere una tabella, aggiungo [tt]\usepackage{booktabls,array}[/tt]. Se devo modificare le impostazioni per le didascalie, aggiungo [tt]\usepackage{caption}[/tt] con le opportune opzioni. Se c’è un’unità di misura, [tt]\usepackage{siunitx}[/tt]. Eccetera.Ciao
Enrico
::OldClaudio” post=90264[…]Enrico, ero al corrente che il nome del file di uscita è stabilito di norma dal nome del file sorgente e una volta lanciata la compilazione non si può fare più niente; speravo che il linguaggio interno di pdftex (contrariamente a quello di tex) permettesse questo genere di cose, ma la mia attenta lettura del manuale pdftex non mi aveva permesso di trovare niente, speravo che mi fosse sfuggito.
Il problema è che il file [tt].log[/tt] viene aperto immediatamente quando il primo comando (nello stomaco) è eseguito; se è [tt]\input[/tt] (magari implicito perché al prompt [tt]**[/tt] viene passato qualcosa che comincia con [tt]\[/tt] o, che è lo stesso, c’è un nome di file nella linea di comando, il nome del file [tt].log[/tt] viene definito come lo stesso nome del file che deve essere letto; altrimenti diventa [tt]texput[/tt]. Allo stesso tempo il nome viene memorizzato e sarà usato per l’eventuale file di output (DVI o PDF che sia) e l’espansione di [tt]\jobname[/tt] sarà quello stesso nome.
Il trucco di [tt]–jobname[/tt] è di sostituire, in quel momento, l’argomento dato all’opzione invece del nome del file (o [tt]texput[/tt]).
Il nome degli altri file ausiliari è invece stabilito tramite definizioni varie, sulla base del valore di [tt]\jobname[/tt]. Perciò, se il file si chiama [tt]pippo.tex[/tt] e comincia con
`\def\jobname{pluto}
\documentclass[a4paper]{article}`
l’esecuzione di [tt]pdflatex pippo[/tt] produrrà
`pippo.log
pippo.pdf
pluto.aux`Roba nota agli esperti, naturalmente; mi è sembrata una buona occasione per divulgarla.
Ciao
Enrico
::Agliuto” post=90255Nessuno sa aiutarmi in questa cosa?
è sufficiente cancellare tutta la cartella?vorrei precisare che, anche se può sembrare una cosa superflua, lasciare il programma lì dov’è non è una cosa tanto innocua, dal momento che occupa quasi 4 G di spazio con ben “115.067 file, 9.490 cartelle”.
l’antivirus praticamente ci perde 1 ora solo lì 😀
Scusa, non avevo visto la domanda. Sì, basta rimuovere la cartella 2012. Può rimanere qualcosa nella tua home, ma non sono abbastanza esperto (no, non lo sono per niente) di Windoze per dirti che cosa cercare.
Ciao
Enrico
::OldClaudio” post=90257Devo creare un file con un file A.tex che include il file B.pdf, e vorrei che l’uscita di A.tex si chiamasse b-m.pdf.
Posso scrivere una procedura bat su windows, o bash per le macchine *NIX (Linux e Mac) ma è possibile generare confusione e preferirei evitarlo.
Posso eseguire la compilazione cu un comando nel terminale`pdflatex -jobname=B-m A.tex`ma se chi usa queste procedre non ha abbastanza dimestichezza conla riga di comando, rischia di non farcela.
So che la variabile interna [tt]\jobname[/tt] contiene il nome del job, ma se lo ridefinisco internamente al file A.tex, cambia il ome ai file ausilari, ma il file .pdf di uscita continua a chiamarsi A.pdf.
Non ci sono modi per cambiare il nome del file di uscita dall’interno del file A.tex?
No, non si può cambiare [tt]\jobname[/tt] una volta che si è lanciata la compilazione. Si può ridefinire, ma il risultato è quello che dici. Sai certamente che il nome del file DVI (o PDF con pdflatex) è deciso al momento in cui viene aperto il primo file. Con la linea di comando si può fingere che il nome del file sia quello assegnato con [tt]–jobname[/tt].
Usa arara:
`% arara: pdflatex: { options: '-jobname=pippo' }
\documentclass{article}
\begin{document}
\jobname
\end{document}`
Non è la stessa cosa, but, hey, it works! 🙂Ciao
Enrico
::ernded” post=90245Questa struttura (classe article)
`
\usepackage[utf8x]{inputenc}
….
\title{Paperino\footnote{parapapà}}
`compila, crea la nota ma al posto della a accentata, nel testo compilato c’è.
parapap[Pleaseinsert\PrerenderUnicode{Ãa}intopreamble]
mentre la à accentata compare regolarmente nel testo (cioè non in nota).
Mi aiutate a capire perché?
Grazie
ErnestoCon [tt]\usepackage[utf8]{inputenc}[/tt] certamente non succede. Se insisti con [tt]utf8x[/tt], ma non ne vedo il motivi, fa’ come ti dice, cioè scrivi
`\PrerenderUnicode{à}`
nel preambolo del documento.Ciao
Enrico
::drjhons” post=90246Buondì,
convenzionalmente, nei riferimenti bibliografici i nomi degli autori di una pubblicazione vengono riportati in ordine alfabetico di cognome. Nei casi in cui il numero di questi sia maggiore di tre converrebbe riportare solo uno di questi seguito da “et. al.”. La domanda è quale tra gli autori deve essere citato? Quello che viene prima nell’ordine alfabetico o quello di maggiore importanza (p. es. il capo del gruppo di ricerca che ha prodotto il lavoro)?
L’abbreviazione “et. al.” si usa anche nei riferimenti ad articoli scientifici?
Molte grazie!Il primo. Se citi il lavoro di “Schiavo, Servo, Portaborse, Grandecapo” come “Grandecapo e altri”, rendi impossibile trovarlo nella bibliografia (usualmente sterminata). Loro hanno messo “Schiavo” per primo, perché farsi problemi?
Ciao
Enrico
::MaurizioD” post=90146Buonasera,
assodato che scrivendo un testo in italiano sono solito porre i termini inglesi nell’ambiente \emph{}, dovrei fare lo stesso quando questi termini compaiono in titoli e titoletti? E nel caso in cui ci fossero degli acronimi nel titolo, è opportuno usare \acs{} (del paccheto acronym) per evitarne l’espansione al primo utilizzo? Quali sono i vostri suggerimenti a riguardo?Non sono sicuro che tutti i termini inglesi vadano sempre in corsivo. Mi sembra che diventi un po’ pesante, soprattutto se i termini sono molti.
Quanto agli acronimi, penso che la loro definizione vada nel testo normale e non nei titoli di sezione, almeno al primo uso.
Ti consiglio di dare un’occhiata al pacchetto acro o a glossaries per la gestione degli acronimi.
Ciao
Enrico
::AN87″ post=90174Buongiorno,
vorrei chiedervi se esistono dei pacchetti che permettano di ottenere la bibliografia secondo le regole riproposte dalla rivista
NDT & E INTERNATIONAL.Grazie mille per l’aiuto:)
Tu sai quali siano queste regole? Io no, e penso che ben pochi (cioè nessuno) lo sappiano. Dove si possono trovare?
Ciao
Enrico
::frang” post=90173salve a tutti,
sto scrivendo la tesi in latex e sto avendo un po’ di problemi per quanto riguarda parentesi non messe posizionamento del testo e formule vi allego un paio di screen sperando che possiate aiutarmi grazie 🙂Meglio se, oltre alle immagini, mostri il codice che adoperi.
Ciao
Enrico
::AD” post=90161Salve ragazzi,
è da poco che programmo in Latex, lo utilizzo per scrivere per lo più articoli scientifici medici.
L’altro giorno mi sono imbattuto in un articolo di cui vi allego la foto della prima pagina.Come si può vedere il testo è suddiviso in due colonne, e sin qui ci siamo (twocolumns o multicol).
Il problema è quel “riquadretto” sotto la prima colonna, non riesco a riprodurlo.Ho bisogno di creare un elemento “fisso” che rimanga lì, nel senso che se dovessi allungare il testo dell’articolo vorrei che quell’elemento non venisse intaccato e che il testo continuasse in automatico nella seconda colonna.
Come si fa a creare quest’ “intestazione”?
Ho provato il pacchetto “wrapfig”, che permette di ottenere del testo attorno ad un’immagine, ma tra le opzioni del pacchetto non c’è nessun parametro che mi permetta di dire: “piazza questo riquadro alla fine della prima colonna”.`\documentclass[a4paper,twocolumn]{article}
\usepackage{lipsum}
\begin{document}\title{A title\thanks{Some footnote for the title}}
\author{A. U. Thor%
\thanks{The research was supported by someone}%
}
\maketitle\lipsum[1-10]
\end{document}`
Mi pare che sia esattamente quello che chiedi.Ciao
Enrico
::Shadow” post=90120Buongiorno a tutti,
sono un dottorando e insieme ad altri professori stiamo partecipando alla stesura di un libro. Ovviamente potete facilmente indovinare chi è stato “schiavizzato” per scrivere buona parte delle cose e mettere tutto assieme… 😉Veniamo al problema. Il libro è ovviamente composto da vari capitoli ed ogni capitolo è scritto da uno o più professori differenti. Quello che voglio fare è, all’inizio di ogni capitolo, far comparire:
– scritta Chapter #
– titolo del capitolo
– sottotitolo (ovviamente con caratteri più piccoli, magari in corsivo) con il nome degli autori.Per i primi due non ci sono problemi, mi risulta invece più ostico il terzo punto. Ho usato, giusto per provare, una soluzione molto spartana:
\chapter{TITOLO CAPITOLO\normalsize\\[.5ex] \textit{NOMI DEGLI AUTORI}}
Funziona discretamente, ma quando poi vado a visualizzare le “testatine” nelle pagine seguenti, ovviamente non riconosce la differenza tra le due cose e mi stampa tutto di seguito, e di conseguenza mi sborda tutto dai margini del foglio.
C’è sicuramente qualche soluzione ad hoc, ma non la conosco, non sono purtroppo così esperto in Latex.
Qualcuno mi può dare una mano?Grazie mille in anticipo!
PS: ho utilizzato la classe “book”.
`\documentclass[a4paper]{book}
\makeatletter
\newcommand{\chapterauthor}{\@dblarg\@chapterauthor}
\def\@chapterauthor[#1]#2#3{%
\chapter[#1]{#2}
\vskip-20pt
\noindent\textit{#3}\par\@afterheading
\vskip50pt
}
\makeatother\begin{document}
\frontmatter
\tableofcontents
\mainmatter
\chapterauthor{Il primo capitolo}
{A. Utore, S. Crittore, S. Cienziato}Testo riempitivo privo di senso.
\chapterauthor[Il secondo capitolo]
{Il secondo capitolo con il titolo troppo lungo}
{A. Utore, S. Crittore, S. Cienziato}Testo riempitivo privo di senso.
\end{document}`
Ciao
Enrico
::fedex03″ post=90116Ciao a tutti,
sto scrivendo la tesi in latex ed essendo giunto quasi alla fine oggi mi sono messo a sistemare l’impaginazione.Premetto che utilizzo la presonalizzazione dell’intestazione di pagina con i seguenti comandi
`\usepackage{fancyhdr}
\pagestyle{fancy}
\renewcommand{\chaptermark}[1]{\markboth{\chaptername\ \thechapter.\ #1}{}}
\fancyhf{}
\fancyhead[RE,RO]{\bfseries\thepage}
\fancyhead[LO,LO]{\bfseries\leftmark}
\renewcommand{\headrulewidth}{0.5pt}
\renewcommand{\footrulewidth}{0pt}
\addtolength{\headheight}{0.5pt}`Da quando ho modificato i margini con il seguente comando:
`\geometry{a4paper,top=3cm,bottom=3cm,left=4cm,right=3cm,heightrounded,bindingoffset=5mm}
`
la linea che separa il numero di pagina dal testo sottostante non rispetta più il margine destro.Questo è il risultato:
[attachment=835]ImmagineLatex.PNG[/attachment]Come posso risolvere?
Grazie
Ciao
Prima geometry e poi fancyhdr.
Ciao
Enrico
::dianoia” post=90100Salve a tutti,
sto usando il paccheto acro per gestire gli acronimi.
Mi capita spesso di trovare nel pdf due ‘.’ ripetuti a fine frase, perché molti dei miei acronimi sono abbreviazioni, e terminano quindi con un punto. In questi casi sono costretto a intervenire sul sorgente eliminando il punto che chiude le frasi, ma mi sembra una soluzione poco elegante.
Qualcuno è a conoscenza di un modo per prevenire la ripetizione del punto in fine frase?
Ciao
PietroNegli acronimi non si usano punti. Altrimenti non sono acronimi.
Ciao
Enrico
::Marco87″ post=90078Ciao a tutti,
questa mattina, in un documento che sto scrivendo, ho notato un comportamento anomalo del font Junicode. Se compilo questo codice:
`% !TEX program = xelatex\documentclass[a5paper,10pt,openany,twocolumn]{memoir}
\usepackage{fontspec}
\defaultfontfeatures{Ligatures=TeX}
\setmainfont[BoldFont=Junicode Bold,
Numbers={OldStyle,Proportional}]{EB Garamond}\begin{document}
\emph{\textbf{9}}
\end{document}`
Nel PDF generato, il numero che vedo scritto in grassetto corsivo non è 9, bensì 3; succede anche a voi? A cosa può essere dovuto? E soprattutto: è possibile correggere questo comportamento? Mi dispiacerebbe molto rinunciare al Junicode (come grassetto per il Garamond) per una cosa di questo tipo.Grazie mille e buona giornata,
Marco.Sì, capita anche a me. Curiosamente, LuaLaTeX non carica il nero corsivo di Junicode.
D’altra parte, usare il nero con Garamond è come realizzare la corsa delle bighe in “Ben Hur” con auto di formula uno: un anacronismo.
Ciao
Enrico
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