illinguista1972

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  • in risposta a: Kile su Windows #55166
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    Grazie Roberto!
    Ma chi lo volesse provare sotto MacOS X, rimarrebbe frustrato o no?

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Latexian: a revolutionary, new LaTeX editor for the Mac #55191
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    Non se ne è mai parlato nel Forum, da una sommaria ricerca, e non sempre è un buon segno 😉 Ma non sarà sfuggito ai più accorti.
    È recente l’uscita di questo “nuovo e rivoluzionario editor di testi” (sic!) esclusivo per Mac OS X. Il suo nome è Latexian (qualcuno tremerà per la “x” minuscola), e se ne può sapere qualcosa qui

    http://tacosw.com/latexian/

    L’interfaccia assomiglia vagamente ad Aquamacs, almeno per la disposizione delle icone. È scarno quel tanto che basta, offre i tab (utilissimi, secondo me: non capisco perché né TeXShop né TeXworks ne siano sprovvisti), la possibilità di visualizzare l’albero del progetto, alcune funzioni “nuove”, come il “Live Preview” per vedere in tempo reale il risultato di quello che si sta scrivendo (ma anche AUCTeX ce l’ha), l’autocompletamento per LaTeX e BibTeX e altre caratteristiche. Dall’help, però, non sembra comprendere le righe magiche.

    Pesa poco, meno di 7 MiB, ma costa 24 dollari e 95 centesimi 👿

    Si può scaricare una versione di prova che dura un mese, quanto basta per provarlo con una certa calma. Una cosa, però: se lo fate, ditemi dove diavolo sta il pulsante per compilare: con mela + T funziona, ma ci deve essere pure un pulsante da qualche parte!

    Ultima cosa: i file che genera hanno un nome lunghissimo 😀 Provare per credere.

    Ciao
    Tommaso

    Rettifico, ultimamente parlo troppo e penso poco: sono i file temporanei che hanno un nome lunghissimo: una volta salvato il documento, il nome è quello che abbiamo dato al file, come al solito.

    Supporta un centinaio di codifiche, riconosce automaticamente la codifica con cui si è scritto un sorgente, e permette di leggere e salvare in un’altra codifica, andando su una voce particolare di un menù.

    Mi sembra di aver capito, però, che la procedura per compilare, che c’é 😀 e si chiama “Export”, sia un poco farraginosa, perché richiede due passaggi. Vedremo altri aggiornamenti.

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Introduzione a LuaLaTeX #55085
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    Mi sono espresso male, effettivamente, e anche in modo un poco azzardato. Del resto, non conosco proprio nulla dell’argomento, né so in che ordine consultare i manuali nel caso volessi approfondire la cosa. 😀

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: integrale #55172
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    [OT]
    Lusingato per l’apprezzamento, colgo l’occasione per rimarcare l’importanza del compositore e direttore d’orchestra svizzero Otmar Schoeck (1886-1957), deceduto, tra le altre cose, un anno dopo l’altro sommo compositore e direttore russo Reinhold Moritzevič Glier (o Glière, alla francese). Hanno lasciato all’umanità un difficilissimo concerto per corno e orchestra cadauno, vette violate della composizione. Se non ci fossero stati, non potremmo ascoltarli (o suonarli, per chi ci riesce).
    [OT]

    Lieto di averti aiutato, ad ogni modo. Ringrazio anche Herbert Voß per il suo file mathmode.pdf 8)

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: integrale #55170
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    Non so se ti posso aiutare, non sono la persona più adatta per la matematica.

    Prova a mettere questo nel preambolo

    `\def\Xint#1{\mathchoice
    {\XXint\displaystyle\textstyle{#1}}%
    {\XXint\textstyle\scriptstyle{#1}}%
    {\XXint\scriptstyle\scriptscriptstyle{#1}}%
    {\XXint\scriptscriptstyle\scriptscriptstyle{#1}}%
    \!\int}
    \def\XXint#1#2#3{{\setbox0=\hbox{$#1{#2#3}{\int}$}
    \vcenter{\hbox{$#2#3$}}\kern-.5\wd0}}
    \def\dashint{\Xint-}`

    e poi a usare il comando

    `$\dashint$`

    Oppure scrivi

    `\usepackage{esint}`

    e usa il comando

    `\fint`

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Introduzione a LuaLaTeX #55083
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    Era uno scherzo 😀
    Ogni tanto ci vuole. Non era, però, un invito, questa volta: mi interessava soltanto sapere qualcosa a grandissime linee, come avete già fatto, e vi ringrazio.

    Mi sembra di capire che Lua sia ancora in un mare un po’ alto.

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Persoalizzare la classe examdesign. #27778
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    Opzione rearrange a pagina 5 della doc?

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Persoalizzare la classe examdesign. #27777
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    Ciao Ivan, piacere di risentirti.
    Credo che ci sia un’opzione da mettere nel preambolo, sai?, qualcosa del tipo: mescola a ogni compilazione, ma lancio ugualmente un appello: oltre a una classe per scrivere lettere con i parametri stilistici italiani, credo proprio che manchi un bel pacchettino per scrivere prove oggettive: cloze, vero/falso, item a scelta e risposta multipla, abbinamenti.

    Mi rendo disponibile per la creazione, ma ci vuole qualcuno che sappia macinare bene 😉

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Appunti in stile ARTE #55029
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    Ciao Rocco,
    mi permetto di rispondere al posto di Lorenzo, dato che alla guida ci ho lavorato anch’io 😀

    Quello che chiedi è un punto di arrivo e non di partenza, credimi: è una cosa piuttosto complicata, che potresti risolvere in altro modo: metti il codice che ti interessa in un ambiente verbatim e poi riscrivilo sotto quest’ambiente. Se hai caricato anche i pacchetti giusti, dovresti avere il risultato compilato.

    Io non ho mai fatto una cosa del genere per me, ma immagino che quello che ti ho dato sia un decente punto di partenza, ma Lorenzo ti dirà di più.

    In quanto all’idea di leggere la guida da cima a fondo, credo che sia ottima, così potrai segnalare le parti che non ti sono chiare, gli errori e anche quello che ti saresti aspettato di trovare e che non hai trovato.

    Va bene anche l’idea di usare lo stile predefinito: in fondo si tratta di appunti, no? 😉

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Rientro sulla prima riga #54917
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    Dopo tanti rimproveri da parte dei due grandi del forum, mi permetto una piccola giunta per mbistato. 😀

    Il rientro all’inizio del capoverso ci deve essere, punto e basta, per delle ragioni ben precise. Questa, come hanno già detto Claudio ed Enrico, è una tradizione vecchia di secoli, e dunque avrà pure i suoi perché. O no? 😉

    Altra questione è il rientro all’inizio del primo capoverso dopo il titolo di una sezione, capitolo o paragrafo che sia. Qui credo di poter dire che sia una questione di gusti: a chi piace (mi sembra che in Italia sia quasi la normalità) non resta che caricare semplicemente il pacchetto indentfirst e LaTeX si arrangia. A chi non piace non resta che non caricarlo e andare per la propria strada. Certo è che a partire dal secondo capoverso (cioè a partire dalla prima volta in cui si va a capo dando due volte invio) il programma mette di suo un rientro: del resto, se andiamo due volte a capo, sappiamo benissimo che lì vogliamo far cominciare un nuovo capoverso. Se però il primissimo capoverso di una sezione è molto breve, come mi sembra sia il caso di mbistato, allora forse il rientro non ci va: non è bello da vedere, certo, ma perché non ci sono abbastanza righe di testo sotto la prima in modo da bilanciare quello spazio iniziale.

    Occhio, poi: non sempre bisogna lasciare una riga bianca prima e dopo gli ambienti: se ciò che precede e segue l’ambiente fa parte del discorso, allora la riga bianca non ci va:

    `[…] perchè possibilità come
    \begin{itemize}
    \item prima,
    \item seconda,
    \item e terza
    \end{itemize}
    permettono di ottenere quello che si vuole.`

    Se poi non abbiamo nemmeno noi le idee chiare su quando andare a capo, questa è un ‘altra faccenda ancora. Forse i capoversi di mbstato sono davvero troppo brevi, e la soluzione migliore è inserirli in una lista.

    Un personaggio famoso nel mondo della tipografia, tale Jan Tschichold, afferma con toni perentori che il rientro a inizio capoverso ci va sempre, TRANNE che nel primo capoverso dopo il titolo di una sezione. Ma poi si premura di mettere una postilla: dal momento che per lui gli unici titoli possibili sono quelli centrati, allora il primo capoverso dopo un titolo va rientrato se e solo se il titolo è allineato a sinistra, come fa LaTeX di default.

    Credo che la questione non avrà mai fine, perché quando ci si mette il gusto e una delle due possibilità non è così abominevole, non è più finita. 😀

    Personalmente io non metto il rientro in questo famoso primo capoverso: giusta la funzione del rientro, mi sembra abbastanza ovvio che il primo capoverso è il primo e non deve certo segnalare l’inizio di un capoverso… 😯 😀

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Nuova versione di TeXworks #53507
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    Ciao Luca,
    come hai potuto leggere nella nuova versione, c’è un’indicazione preziosa, che dice che il primo riquadro, quello con le sigle strane, non è presente nella versione di TeXworks che si installa con TeX Live o MiKTeX, che è l’ultima versione stabile, ma invece c’è nelle versioni instabili successive: precisamente c’è in quella per Mac e Win, non so in Linux.

    Il mio suggerimento a Enrico era sbagliato, colpa mia: in realtà anche il secondo riquadro, quello con le codifiche, manca nella versione stabile.

    Il terzo invece c’era anche nella versione vecchia.

    Con calma, perciò, ci sarebbe questo aggiustamento da fare. Segnalo qui anche un refuso nella parola “spellckeck” scritta con carattere dattilografico prima della riga magica corrispondente 😀

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Nuova versione di TeXworks #53504
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    Ci sono commenti a una breve introduzione a TeXworks?

    Ciao
    Enrico

    Una curiosità che certamente non sarà sfuggita ai più: in cima ai template precaricati nell’ultima versione di TeXworks (quella descritta da Enrico nell’articolino qui sopra) compaiono le righe magiche con la sintassi di TeXShop, sia sotto Mac sia sotto Windows.

    Possiamo dire che la convergenza (parallela 😀 ) tra i due editor auspicata dall’autore sia almeno per questo aspetto riuscita?

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Modelli di tesi pronti per l’uso #36680
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    L’ordine è quello perché TeX è come la bottega di un tipografo: prima il tipografo deve accertarsi di avere i caratteri che vuole mettere nel libro pronto e stampato (fontenc, nel PDF), e soltanto poi usa quelli (inputenc) per preparare le varie pagine. Ma un giorno te lo spiego meglio 😀 Enrico me l’ha spiegato per bene. Ti mando qualcosa.

    Ciao
    Tommaso

    Non sarebbe meglio spiegarlo a tutti? 😆

    Ciao
    Gianni

    Come promesso a Gianni, questo è il sunto di qualche scambio sulla faccenda con Enrico. In origine queste righe (qui con qualche piccolo rimaneggiamento) sono state preparate per essere inserite nell’Arte, ma a ragion veduta Lorenzo e io abbiamo deciso di non metterle, per via del taglio pratico della guida e del taglio troppo teorico di queste. Ad ogni modo, però, nell’Arte c’è scritta praticamente la stessa roba, anche se più condensata. Lorenzo ha ragione: l’ordine dei pacchetti c’entra con opzioni e istruzioni che l’uno passa all’altro. Quali, però, lo chiediamo ai guru. Tempo fa mi venne agli occhi un filone in cui Enrico dava a un utente l’ordine corretto dei pacchetti: intendo un ordine che superava il terzo pacchetto (babel) invocato qui. Se Enrico volesse rispiegarci qualcosa in merito, sarebbe cosa gradita 😀

    Naturalmente questi argomenti potrebbero essere sondati più in profondità e trovare posto in un lavoro di più ampio respiro, che spiegasse chiaramente inputenc, fontenc, problemi di codifiche, comprendendo anche l’Introduzione a TeXworks.

    Non sto chiedendo a nessuno di farlo, anche perché piacerebbe farlo a me (Ivan, ricordi? :D). Però rifletto: con l’avvento di XeTeX (che una volta sistemate le incompatibilità note, specie con la microtipografia e con biblatex, si candiderà davvero come alternativa prima e come possibile successore di LaTeX poi) non sarebbe piuttosto un dire e ridire cose che tra poco non serviranno più? fontspec e polyglossia sono almeno apparentemente più semplici da capire 😀

    Mi piacerebbe sapere che ne pensate. Ecco qui, ad ogni modo: spero che sia quello che cerchi.

    Come tutti i programmi, anche LaTeX non è perfetto e soffre di alcune limitazioni, due fra tutte. La prima è che un font non può avere più di 256 caratteri, e spesso nei documenti ne servono molti di più; la seconda risiede nella sillabazione: LaTeX non divide le parole che contengono accenti e caratteri particolari “espliciti” (cioè “costruiti” sovrapponendo un segno a una lettera semplice). Il programma, infatti, è stato ideato per comunicare in inglese, che com’è noto si scrive senza alcun accento, mentre la maggior parte delle altre lingue che usano l’alfabeto latino prevede nella scrittura una varietà di segni diacritici: accento, cediglia, tilde, umlaut, segni di alcune lingue slave, caratteri particolari delle lingue nordiche, eccetera.

    Appena si cominciò a usare il calcolatore per scopi diversi dal “fare i conti”, fu evidente che i 95 caratteri stampabili del codice ASCII sufficienti appena per l’inglese non bastavano più per scrivere in altre lingue, tanto che tutti gli altri andavano composti “a mano” volta per volta. Per ottenere una à o una ö in stampa si dovevano scrivere perciò \’a oppure \”{o} nel sorgente, eccetera; alcune lingue richiedono procedure ben più laboriose. Il risultato è perfetto, ma a LaTeX non sempre piace. Ogni Paese cercò di risolversi la situazione “in casa”, in modo ovviamente incompatibile con tutti gli altri: era di fatto impossibile comunicare correttamente senza programmi di conversione.

    La soluzione per aggirare i problemi dei caratteri “costruiti” viene dal pacchetto fontenc, che si comporta come una vecchia bottega di tipografia in cui i tipi per scrivere nelle varie lingue erano riposti negli scomparti di altrettante casse. La prima cosa da specificare dopo la dichiarazione di classe è appunto quale cassa di caratteri si intende usare per scrivere il documento: è la codifica di output, nel gergo di LaTeX, e va indicata nell’argomento facoltativo del pacchetto inputenc:

    \documentclass[a4paper]{article}
    \usepackage[]{fontenc}

    Per scrivere in italiano (e in altre lingue europee) si usa la T1, che comprende caratteri accentati e particolari già disegnati e pronti per l’uso. Ci sono altre codifiche, come le varie T2 per scrivere in cirillico, la T3 per i caratteri fonetici dell’alfabeto IPA, la T4 per le lingue africane, la T5 per il vietnamita, la LGR per il greco, eccetera. Si ricorda che se un documento prevede parti in più lingue, si separeranno le relative
    codifiche con una virgola, avendo cura di mettere per ultima quella
    della lingua principale:

    \usepackage[T2A,T1]

    per un documento scritto in italiano e russo, per esempio. Se fontenc non viene caricato, LaTeX usa la codifica interna OT1, di soli 128 caratteri, costruendosi tutti gli altri.

    Si noti che T1 “funziona” perfettamente con tutte le moderne distribuzioni (TeX Live nelle sue incarnazioni e MiKTeX), ma potrebbe dare risultati non ottimali soltanto con MiKTeX Basic, perché quest’ultima non contiene dei font particolari che evitano possibili “sgranature” dei caratteri a schermo (è un altro buon motivo per non sceglierla, oltre al ristretto numero di pacchetti di cui è corredata).

    Maggiori dettagli si possono trovare nel file encguide.pdf, consultabile per esempio con texdoc encguide.

    Dopo aver scelto la cassa di caratteri, la seconda cosa da specificare sono le istruzioni affinché LaTeX possa “prendere” il carattere giusto nella cassa giusta. Queste costituiscono la codifica di input, nel gergo di LaTeX, che va indicata nell’argomento facoltativo del pacchetto inputenc:

    \documentclass[a4paper]{article}
    \usepackage[T1]{fontenc}
    \usepackage[]{inputenc}

    Per scrivere in italiano (e in altre lingue europee) si usa di solito la latin1, ma non è l’unica. In sostanza, inputenc indirizza LaTeX verso lo scomparto corretto di una sola cassa: infatti, a parità di input i due pacchetti presi singolarmente potrebbero visualizzare caratteri diversi (dipende dall’organizzazione interna di ciascuno). Ecco perché, pur essendo teoricamente indipendenti, le due codifiche devono essere in realtà compatibili.

    Si noti che, inglese a parte, la scrittura nelle diverse lingue richiede entrambi i pacchetti: con il solo inputenc il carattere accentato verrebbe costruito da LaTeX ogni volta (ma con i noti problemi di cesura), mentre il solo fontenc lo restituirebbe correttamente soltanto se presente nella cassa con cui è caricato. Se non si caricasse nessuno dei due, al posto di questi caratteri non verrebbe visualizzato nulla.

    Con il passare degli anni, i programmi si sono adeguati alla torre di Babele erettasi nel frattempo, e oggi molti di essi non solo permettono di aprire un file in diverse codifiche, ma anche di decidere al momento di aprirlo quale codifica si voglia usare. Naturalmente occorre conoscerla in anticipo, altrimenti aprendo il file ci si troverà davanti a caratteri bizzarri. Questo accade perché la codifica con cui è impostato l’editor è diversa da quella data come opzione a inputenc nel documento. In queste situazioni, per non danneggiare il file è importante chiuderlo senza salvare e riaprirlo soltanto dopo aver reimpostato correttamente il programma. Se le due codifiche coincidono, invece, non ci sono problemi. Ogni editor gestisce le codifiche a modo proprio, e quelli più avanzati riescono anche ad adattarsi automaticamente a una qualunque di esse, per cui si raccomanda di leggerne con attenzione il manuale.

    Una soluzione al problema viene dalle speciali righe di commento da scrivere in testa al file sorgente, che comunicano agli editor in grado di comprenderle (e solo a quelli) la codifica di input usata per scrivere il documento. La loro sintassi è spiegata da Enrico Gregorio nell’Introduzione a TeXworks. Qui si ricorda che essendo righe di commento sono “innocue” e molto utili allo stesso tempo: non creano problemi se l’editor usato non le comprende, e danno informazioni importanti a chi dovesse lavorare su un file ricevuto da terzi. Su questi problemi, si legga anche la parte relativa nell’Introduzione all’arte della composizione tipografica.

    Da una ventina d’anni l’Unicode Consortium ha avviato un progetto per codificare tutti i possibili caratteri in uso nel mondo: il più noto di questi codici è l’UTF-8, che contiene un numero di segni (di alfabeti diversi ma disegnati in modo più o meno uniforme) enormemente superiore ai 256 caratteri di un font standard: si parla di alcune migliaia. La corrispondente opzione data a inputenc permette di usare questa gigantesca cassa in progressiva espansione, che si consiglia decisamente invece di latin1:

    \documentclass[a4paper]{article}
    \usepackage[T1]{fontenc}
    \usepackage[utf8]{inputenc}

    Se si dovessero usare caratteri non compresi neppure in utf8, si può ampliare il campo ulteriormente in questo modo:

    \documentclass[a4paper]{article}
    \usepackage[T1]{fontenc}
    \usepackage{ucs}
    \usepackage[utf8x]{inputenc}

    ma si noti che il pacchetto ucs non è più mantenuto da tempo. Maggiori dettagli si possono trovare nel file inputenc.pdf, consultabile per esempio con texdoc inputenc.

    Dopo aver caricato e impostato i pacchetti per le varie lingue, si può pensare alle scelte tipografiche, per le quali LaTeX dev’essere configurato almeno per produrre nella lingua scelta tutte le voci generate automaticamente e per sillabare correttamente le parole. A questo e ad altro pensa il pacchetto babel, come si sa.

    Si osservino gli esempi seguenti e si provi a compilarli.

    1. esempio con lettere accentate inserite dalla tastiera ma senza i due pacchetti descritti (tipico per un documento in inglese):

    \documentclass{article}
    \begin{document}
    La pietà una virtù.
    \end{document}

    2. esempio con lettere accentate costruite a mano ma senza i due pacchetti descritti:

    \documentclass{article}
    \begin{document}
    La piet\`a \`e una virt\`u.
    \end{document}

    3. esempio con caratteri particolari inseriti dalla tastiera con fontenc ma senza inputenc: si vede come un input possa produrre un risultato inaspettato:

    \documentclass{article}
    \usepackage[T1]{fontenc}
    \begin{document}
    Eugène Ysaÿe era amico
    di Franz Strauß. Non credo.
    \end{document}

    4. l’esempio precedente ma con in più inputenc: ora i caratteri sono al loro posto:

    \documentclass{article}
    \usepackage[T1]{fontenc}
    \usepackage[utf8]{inputenc}
    \begin{document}
    Eugène Ysaÿe era amico
    di Franz Strauß. Non credo.
    \end{document}

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Modelli di tesi pronti per l’uso #36677
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    Ovviamente sì 😀
    Oggi pomeriggio, però, perché ora sono a scuola 😉

    Ciao
    Tommaso

    in risposta a: Modelli di tesi pronti per l’uso #36675
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    L’ordine è quello perché TeX è come la bottega di un tipografo: prima il tipografo deve accertarsi di avere i caratteri che vuole mettere nel libro pronto e stampato (fontenc, nel PDF), e soltanto poi usa quelli (inputenc) per preparare le varie pagine. Ma un giorno te lo spiego meglio 😀 Enrico me l’ha spiegato per bene. Ti mando qualcosa.

    Ciao
    Tommaso

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