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Nell’esempio a p. 123 (codice per la tabella 30), viene dato il codice
`p{0.5\columwidth}`
Si potrebbe spiegare meglio la funzione di quel 0.5?Mi sembra abbastanza chiaro: 0.5\columwidth è la metà di \columwidth. In ogni caso, dovrei rileggermi l’Arte per vedere se l’introduzione di quel 0.5\columwidth è troppo brutale: ci riguardo alla prossima revisione.
Intanto, ecco la tabella a regola d’Arte:
`\begin{tabularx}{\columnwidth}{lXX}
\toprule
Periodo & Fenomeni geologici & Biosfera \\
\midrule
Giurassico
&
Periodo caratterizzato da innalzamenti e abbassamenti del livello del mare; prevalenza delle terre emerse in America, Africa, Asia, Australia; paludi estese in Europa.
&
Fauna: compaiono i primi uccelli e i primi marsupiali; dominano i grandi rettili (dinosauri); nei mari si trovano rettili giganti.
Flora: predominano le conifere. \\
\midrule
Triassico
&
Intensa l'erosine dei continenti; profonde fratture da cui escono lave che originano altopiani estesi.
Clima caldo e arido.
&
Fauna: si diffondono numerose specie di rettili; nei mari prosperano pesci e invertebrati.
Flora: si sviluppano alghe caratteristiche. \\
\bottomrule
\end{tabularx} `
Come vedi, due colonne X (giustificate): ora si vede bene che le colonne sono uguali.Come ti dicevo, probabilmente non è necessario spiegare al lettore dell’Arte come personalizzare le colonne X: Enrico ti ha suggerito una tecnica, ma non è proprio roba per principianti… 😉
A presto,
L.
::Ora, con la colonna X il testo era giustificato, e non era una gran bella cosa da vedere.
La tua tabella era molto lunga e molto larga. Un bel problema, non c’è che dire. D’altra parte, se lo spazio fisico non c’è, non lo si può inventare: inserire una tabella con (poniamo) 100 righe e 200 colonne è impossibile, qualsiasi sia la tecnica tipografica usata.
In realtà, a rigore, non avevi bisogno di mettere più colonne X: ti bastavano delle colonne di tipo p, per strizzare la tabella in orizzontale. Certo, anche le colonne p sono giustificate, ma è giusto così: se una cella contiene del testo che sborda, si usano le colonne p o X, che giustificano automaticamente il testo.
Centrare (oppure allineare a sinistra o a destra) il contento di una cella X si può fare, ma è davvero un’eccezione: in tutte le tabelle che ho visto, non mi è mai capitato.
La tabella che hai non è proprio bella: forse sarebbe meglio ripensarla, introducendo per esempio delle sigle per avere colonne più strette.
In ogni caso, mi sei stata di notevole aiuto. La prossima edizione dell’Arte sarà modificata di conseguenza.
Grazie,
L.
::Lancio un concorso: c’è qualcuno che sa fornirmi un esempio di tabella “vera” con righe della stessa larghezza? Ovvero, in cui quel tipo di composizione sia davvero opportuno/necessario?
Allora gente, ho appena sfogliato i miei libri: le tabelle con più colonne uguali sono molto rare, ma qualcuna ne ho trovata. Di queste, tutte hanno le colonne giustificate.
Quindi ho la sensazione che insegnare al lettore dell’Arte come fare una tabella con due colonne dal contenuto non giustificato non abbia molto senso. In altre parole, il paragrafo “Personalizzare colonne della stessa larghezza” a p. 132 è fin troppo dettagliato. Mi sbaglio? Tommaso? Enrico? Che dite?
Ho trovato questa tabella, che mi piace:
`\begin{tabularx}{\columnwidth}{lXX}
\toprule
Periodo & Fenomeni geologici & Biosfera \\
\midrule
Giurassico
&
Periodo caratterizzato da regressioni e trasgressioni marine: prevalenza delle terre emerse in Asia, America, Australia, Africa. Notevole regressione marina in Europa che originò paludi molto estese e, successivamente, collegò la Tetide con l'Oceano Artico. Piccole orogenesi locali si verificano nel Tibet, Caucaso, Siberia orientale, Giappone, Alpi australiane, Ande.
&
Fauna: compaiono i primi uccelli e i primi mammiferi marsupiali. Dominano i grandi rettili (dinosauri, pterosauri, eccetera); nei mari si trovano rettili giganti (ittiosauri) e gigantesche ammoniti; compaiono i primi insetti ditteri; nel mare i crinoidi e altri invertebrati. Flora: predominano le conifere e le cicadine; compaiono le prime angiosperme monocotiledoni. \\
\midrule
Triassico
&
Predomina la regressione marina che favorisce la formazione di potenti serie sedimentarie; intensa l'erosine dei continenti; profonde fratture da cui escono lave che danno origine a plateaux estesi (Karoo, Groenlandia, Deccan). Clima caldo e arido.
&
Fauna: si affermano e diffondono numerose specie di rettili ma esistono ancora anfibi giganti. Nei mari prosperano pesci ganoidi, selaci e varie specie di invertebrati (amminiti, belemniti, cefalopodi, eccetera). Flora: diffusione delle conifere; si sviluppano alghe caratteristiche; numerose piante xerofite. \\
\bottomrule
\end{tabularx} `
Va limata (così com’è, ha troppo testo e troppi tecnicismi), ma la trovo buona.La mia idea sarebbe di riformulare il paragrafetto mettendo la tabella precedente al posto della 38, spiegando al lettore come si fa ad avere una tabella con più colonne larghe uguali, giustificate.
Niente
`\arraybackslah`
per intenderci. Al massimo, un cenno veloce alla sintassi, ma senza esempio.Fatemi sapere che ne pensate… 😉
::Digita texdoc -l IPA : vedi che l’ottava scelta rimanda a qualcosa che potrebbe esserti utile.
Fatto: mi vien logounipa.pdf, che è un’immagine…
In realtà, a me servirebbe un sistema per scrivere l’IPA direttamente dentro il .tex. Ho provato con XeLaTeX (e Unicode nelle preferenze) a copiare/incollare delle scritture prese da Internet:
http://www.wordreference.com/enit/ravishing
ma non funziona…
::Mostri poi come si comporta questo comando con la tabella 38. Ora, trovo che visto che si tratta di una tabella con dei simboli matematici non si capisce bene la funzione della tua nuova colonna W.
Sì, me l’aveva fatto notare anche Tommaso, hai ragione. Solo, non sono riuscito a trovare un buon esempio, “vero”, di tabella con le colonne tutte larghe uguali. Tieni presente che quasi tutte le tabelle dell’Arte sono “vere” (sono tratte dall’Enciclopedia Garzanti delle Scienze): mi sembra meglio così, invece che avere tabelle con testo fittizio.
Lancio un concorso: c’è qualcuno che sa fornirmi un esempio di tabella “vera” con righe della stessa larghezza? Ovvero, in cui quel tipo di composizione sia davvero opportuno/necessario?
Penso che sarebbe più appropriato prendere una tabella con 3 colonne, una con \centering, una con \raggedright e una con \raggedleft in presenza di testo.
Forse. Ma forse come dici tu viene una tabella anche troppo complicata, con tre colonne di tipo diverso. Direi che, per semplicità, basta una tabella con due o tre colonne di un tipo solo (larghe uguali, diciamo tutte centrate). Poi si dice che cambiando un po’ il codice è possibile non solo centrare le colonne, ma anche allinearle a destra o a sinistra.
Che ne dici?
Alla pagina 124 dell’Arte, nella sezione “tabelle di larghezza prefissata”, quando scrivi: “L’ambiente tabularx giustifica e manda automaticamente a capo il testo nelle celle”, io metterei una piccola nota dopo “giustifica” e farei un rinvio alla pagina dove è spiegato che si può anche centrare, allineare a destra e sinistra.
Questo si può fare senz’altro.
Fammi sapere,
L.
::In genere tendo a usare la minuscola ogni volta sia possibile, ma la tradizione di scrivere “Teorema 4” e “Capitolo 9” è seguita da molti. Io userei la maiuscola solo quando “Lemma” o “Teorema” fa parte del nome: “Teorema di Pitagora”, “Lemma di Zorn”. Ma scriverei volentieri “il teorema 3.5 in Pincopallino (1999)”. Come ho detto, però, occorre ascoltare il parere dei coautori: litigare per questo mi sembra poco opportuno.
Farei come dice Enrico. Se scrivo
il Teorema di Pitagora
è chiaro che mi sto riferendo al noto risultato sui triangoli rettangoli (immagino che Pitagora neavrà dimostrati anche altri, di teoremi), la miauscola ha proprio quel significato.
Invece
il teorema 2.3
non è un teorema particolare: niente maisucola.
Probabiolmente non direi mai “il teorema di Pitagora 2.3”: quando citi anche il nome dell’autore (“il Teorema di Pitagora”) si assume che chi legge sappia a che cosa ci si riferisce.
M2c,
L.
::Non mi piacciono punto quei \my…, ma è questione di gusti.
Neppure a me piacciono molto: li ho presi dal Modello di Miede, sono usati in altre parti del documento (nel frontespizio, per esempio), e giocano un po’ il ruolo di \author e \title. Il nome \my… è precario, vero. In mancanza di idee migliiori, lascerei così.
Non capisco invece perché i comandi in tesi.sty e non i pacchetti (eccetto quelli che devono ricevere opzioni che potrebbero cambiare durante la stesura del documento).
Abitudine mia. Di solito metto i pacchetti caricati nel main.tex, che così ha una struttra molto ordinata. Invece nel pacchetto personale metto il resto: i comandi e gli ambienti ad hoc, le eccezioni alla sillabazione, le impostazioni dei pacchetti, … la roba accessoria, per intenderci.
Quindi indentfirst, amsmath, amssymb, amsthm, chngpage, calc, subfig, lipsum, eurosym, graphicx, emptypage, xcolor, booktabs, tabularx, textcase, caption e hyperref vanno tutti in tesi.sty.
No, non lo farei. In tesi.sty metto la roba “accessoria”: nel main.tex tutti i pacchetti caricati. Fra l’altro, se ci sono problemi di intertazione tra pacchetti, basta commenater tesi.sty e si ha un bel documento compiulabile con tutti i pacchetti caricati. Lo trovo comodo, e ordinato.
Per gli ultimi due ci sono \captionsetup e \hypersetup che possono andare nel documento principale (può rimanere il \captionsetup in tesi.sty che dà impostazioni “globali”).
Ok, potrei lasciare caption e hyperref in Tesi.tex e mettere le impostazioni con \captionsetup e \hypersetup in Tesi.sty. Di solito faccio così, dicevo.
Il nome del file bibliografico, come detto, va nel documento principale. Sinceramente non suggerirei il nome “Bibliography”; piuttosto “Tesi”, suggerendo di cambiarlo: non dà nessun fastidio, per esempio, se il database bibliografico ha lo stesso nome (con estensione .bib) del file principale.
Ottimio: vada pert Tesi.bib.
Detesto quelle serie di inutili \cleardoublepage e quell’inultilissimo \pagestyle{headings}: a che serve, secondo te? Tanto più che se uno aggiunge impostazioni con fancyhdr dovrà toglierlo. Il \cleardoublepage della dedica (ammesso che ci sia), va nel file della dedica e così per gli altri, visto che ci sta il relativo comando \bookmark o \addcontentsline.
Quei \cleardoublepage li ho presi dal modello di Miede, ma hai ragione: ora li sposto nei singoli .tex Via quel \pagestyle, certo.
A proposito: aggiungi anche il pacchetto bookmark, dopo hyperref: facilita la composizione dei segnalibri.
Lo farò.
Se vuoi che la numerazione sia unica, come consigliato da Ivan, basta aggiungere a tesi.sty:
`\makeatletter
\renewcommand{\frontmatter}{%
\cleardoublepage
\@mainmatterfalse
\pagenumbering{arabic}}
\renewcommand\mainmatter{%
\cleardoublepage
\@mainmattertrue}
\makeatother`
dando istruzioni di commentare il tratto di codice se si vogliono numerazioni separate.Grazie per il codice, Enrico, ma no: il mio utente ideale (un tesista alle prime armi con LaTeX) di questi incantesimi ne usa iol meno possibile.
Bene, appena ho un attimo correggo i modelli sulla base delle indicazioni di Enrico e Ivan, che ringrazio.
Ciao,
L.
::Ciao Lorenzo,
ho appena scaricato la cartella Tesi moderna e mi complimento innanzitutto per il lavoro.
Mi permetto alcune osservazioni-richieste:Ottimo: è un piacere!
1) eviterei i numeri romani nel frontmatter. Nell’era della tipografia digitale non hanno più senso.
In linea generale, sono d’accordo con te: quella numerazione ha ragione di esistere solo per tradizione. Il fatto, però, è che la dichiarazione \frontmatter di LaTeX (che conisglio: evita molti interventi manuali all’autore) dà proprio quel comportamento. Mettere l’incantesimo di Enrico? Come sai, sono contrario agli incantesimi: voglio che il mio lettore ideale ne usi il meno possibile. In definitiva, la numerazione romanda minuscola è “colpa” di chi ha progettato le classi standard. Perciò, lascio così.
2) Le opzioni twoside e openright le hai messe esplicitamente, anche se con book sono di default. Posso immaginare il perché…
Sono dei promemoria: nella stesura, l’utente le cambierà in “oneside” e “openany”.
3) Non sarebbe meglio evitare l’opzione 11pt? Uno può sempre decidere di usarla, ma metterla esplicitamente può spingere molti a considerarla una norma. E 10 pt, con una buona stampante, sono ottimi. Sappiamo bene che la preoccupazione principale per un laureando è di “fare pagine”.
Credo che i CM in corpo 10 siano davvero piccoli; 12 punti sono un’esagerazione; 11 punti mi sembrano un buon compromesso.
4) Perché caricare layaureo? E con quell’opzione, che immagino imposti il margine di rilegatura? (Non ne sono sicuro; non l’ho mai usato.)
layaureo è utilissimo: permette all’utente delle classi standard di impostare margini più adatti all’A$ senza dover studiare tipografia. Permette anche di impostare facilmente la rilegatura. Resta dov’è, senza dubbio. 🙂
5) Nel file tesi.sty ridefinisci il comando \nameyeardelim, per avere la virgola tra nome e anno nelle citazioni. Si può ottenere lo stesso risultato passando a bibatex l’opzione natbib (cambia anche qualcos’altro). Se invece vuoi mantenere quella ridefinizione ti suggerisco questo codice:
`\renewcommand{\nameyeardelim}{\addcomma\space}
`Forse l’opziione “natbib” è meglio (anche se un utente potrebbe pensare che serve solo se si vuole mantenere una retrocompatibilità con quel pacchetto). A dirla tutta, mi piacerebbe che la virgola fosse il comportamento predefinito di biblatex: una cosa come “Valbusa 2011” l’ho sempre trovata brutta e aggressiva: meglio “Valbusa, 2011”. Che ne dici di scrivere due righe all’autore (sempre se sei d’accordo con me, naturalmente)?
A presto,
L.
::Dipende dal sistema che usi. Su Mac OS X, basta che ti crei la cartella
`~/Library/texmf/bibtex/bib`
(~ sta per la tua home). Su un sistema GNU/Linux puoi scoprire che cosa mettere al posto di “~/Library/texmf” dando su un terminale il comando
`kpsewhich -var-value TEXMFHOME`
Su Windoze guarda la documentazione di MiKTeX. In ogni caso il database bibliografico può essere messo in quella cartella.Questa è un’informazione molto importante: bisogna che la aggiungiamo all’Arte.
L’ideale, con BibTeX, è avere un’unica basa di dati (magari costitituita da più .bib), buona per tutti i documenti: così, se un lavoro viene aggiornato, basta modificare la base di dati una volta sola, e aggiornare le bibliografie dei documenti in cui quel lavoro compare.
Quindi dire dove piazzare la base di dati (visto che non si può scegliere un punto qualsiasi del proprio HD) è un’info importante.
Tommaso e io dobbiamo aggiornare.
Garzie,
L.
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