Risposte nei forum create
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AutoreRisposte
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Perbacco! È il mio solito errore. Il codice giusto è
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\documentclass{article}
\usepackage[T1]{fontenc}
\newlength{\alfabeto}
\begin{document}
\settowidth{\alfabeto}{abcdefghijklmnopqrstuvwxyz}
L'alfabeto di testo \`e lungo \the\alfabeto.\settowidth{\alfabeto}{$\mathrm{abcdefghijklmnopqrstuvwxyz}$}
L'alfabeto tondo matematico \`e lungo \the\alfabeto.
\end{document}
`
Io lo faccio girare con i font EC veri e l’alfabeto m inuscolo di testo risulta di 127.55…pt mentre il corrispondente alfabeto tondo matematico è di 127.58…pt. Tre unità su oltre 12000 è sicuramente un a differenza impercettibile, ma come si vede anche font che dovrebbero essere gemelli, non lo sono.L’importante, in ogni caso è di mettere in modo matematico i numeri preceduti da segni o da simboli.
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Non dispongo di classicthesis e quindi non posso controllare, ma posso dire che anche con la classe articl c’è una piccola differenza, se viene richiesto l’uotput encoding T1; con questo output encoding, sia che si usino i veri font EC, sia i cm-super, sia i Latin Modern, i font del testo sono tratti da polizze di caratteri diversi da quelli da cui sono tratte le cifre in matematica. La differenza può essere minima, ma c’è. Basta confrontare la lungheza dell’afabeto misuscoo con un smplice codice del tipo
`
\documentclass{article}
\usepackage[T1]{fontenc}
\newlength{\alfabeto}
\begin{document}
\settolength{\alfabeto}{abcdefghijklmnopqrstuvwxyz}
L'alfabeto di testo \`e lungo \the\alfabeto.\settolength{\alfabeto}{$\mathrm{abcdefghijklmnopqrstuvwxyz}$}
L'alfabeto tondo matematico è lungo \the\alfabeto.
\end{document}
`Secondo me, usando font “coerenti” la differenza è minima e difficilmente percettibile ad occhio nudo, mentre usando font “di fantasia’ il problema potrebbe essere grave. Infatti il testo Discrete mathematics non mi piace, nonostante i font matematici siano abbastanza gradevoli.
Un’altra cosa; secondo me nel testo è necessario comporre i numeri in modo matematico quando sono negativi o quando, comunque, sono preceduti da un segno “unario” come il segno meno;
La temperatura minima varia fra fra l’estate e l’inverno da $-10^\circ$C a $+20^\circ$C
I segni più e meno sono diversissimi in matematica e nel testo.
Claudio
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Carissimi,
gli animi si sono scaldati ma per fortuna ci sono un mucchio di faccine che alleggeriscono la tensione.Distinguiamo due argomenti distinti: la punteggiature alla fine delle formule in display e i simboli matematici in tondo invece che in corsivo.
Su questo secondo punto non dovrebbero esserci discussioni da fare, perché le norme UNI in Italia hanno valore di legge e quindi siamo tenuti tutti a rispettarle e a farle rispettare, almeno quando scriviamo in italiano; la norma CNR-UNI 10002 dal titolo Segni e simboli matematici per le scienze fisiche e tecniche, è esplicita: si riferisce alla scrittura matematica dei fisici e dei tecnici e, a parte di essere sostanzialmente identica alla norma ISO 30/XI emessa dall’International Standards Organization, la commissione che ha redatto quella norma era coordinata dal fisico Eligio Perucca, quindi gli ingegneri sono fuori dal gioco. Sarei un ingenuo se pensassi che, visto che quella norma ha il valore di legge della Repubblica Italiana, tutti la rispettino; d’altro canto, se un capitolato venisse redatto senza rispettare quella norma, e l’altra importantissima CNR-UNI 10003, esso sarebbe ipso facto invalido, quindi i danni economici e, eventualmente, penali che ne deriverebbero non sono da prendere sottogamba.
Il discorso della punteggiatura, da cui è nato questo intero thread del forum, ha messo in luce l’esistenza di due opposte scuole di pensiero: la scuola favorevole alla punteggiatura e quella contraria alla punteggiatura.
Vediamo di rifare il punto: stiamo parlando della punteggiatura alla fine di una formula in display, non della punteggiatura matematica interna all’espressione, ma alla punteggiatura testuale esterna all’espressione matematica in display.
È evidente che ci sono buoni motivi pro e contro sia di una sia dell’altra scuola di pensiero; non è il caso di farne una guerra di religione, ma la discussione in questo foro serve appunto per chiarirsi le idee, senza posizioni preconcette, ma, anche se si mantiene la propria posizione, cercando di capire la posizione opposta e i validi motivi che la sostengono.
In un messaggio precedente ho dichiarato che non mi sono inventato nulla quando ho scritto le famigerate frasi che compaiono nel mio libro pubblicato nel 1991. Soltanto non riuscivo a trovare il riferimento.
Ora sono riuscito a rintracciarlo.
Si tratta di una specie di enciclopedia intitolata Grafica — Scienza, tecnologia e arte della stampa, pubblicata da Ghiorzo Editore, Milano 1984. Di per sé non vorrebbe dire niente, solo che quest’opera mallopposa (circa 3600 pagine in tre volumi) rappresenta una specie di “mastro d’opera” degli allievi della prestigiosa Scuola diretta ai fini speciali in Scienze ed Arti della Stampa, afferente alla facoltà di architettura del Politecnico di Torino (di nuovo gli ingegneri non c’entrano niente). Quest’opera contiene i risultati di ricerche svolte dagli allievi così come contiene contributi dei loro insegnanti o di altre persone che all’inizio degli anni ’80 erano importanti nel mondo dell’editoria e della tipografia.
In particolare nel capitolo del primo volume intitolato “Preparazione del manoscritto” compare il contributo del docente Giuseppe Orsello che nel paragrafo 2.16 dice testualmente così:
2.16 Interpunzione
2.16.1 Interpunzione e usi tipografici
In determinati casi nell’uso dell’interpunzione in genere, e nell’uso di alcuni segni in particolare, occorre tener presente la consuetudine tipografica ed editoriale dominante.
1. L’interpunzione è abolita costantemente dopo le formule, le equazioni, le frazioni e simili quando sono composte in centro alla giustezza o comunque staccate dal testo; prima di esse si adopera l’interpunzione strettamente richiesta dal periodo in corso (molto spesso quindi si possono eliminare anche i due punti). Se vi sono invece più formule affiancate si separano tra loro con uno spazio maggiore o con il punto e virgola o (meno spesso) con la semplice virgola.
Seguono altri quattro item in cui si specifica l’eliminazione dell’interpunzione, ma non riguardano la matematica, e altri quattro casi in cui la consuetudine tipografica richiede interpunzioni particolari.
Poiché il prof. Giuseppe Orsello scriveva in un libro in italiano per lettori italiani, ritenevo a buon diritto che egli si riferisse alla consuetudine tipografica ed editoriale dominante in Italia, anche se egli non lo dice espressamente.
Non solo, ma sottolineo la parola consuetudine, perché l’uso di questa parola da un lato implica l’assenza di una norma, dall’altro rivolge il suo sguardo sia verso la tipografia sia verso il mondo editoriale, cioè verso quelle norme editoriali che le varie case editrici danno ai loro autori affinché si adeguino allo stile editoriale di quella particolare casa editrice.
Allora si capisce come io abbia fatto a scrivere la famigerata frase:
Qui si indicano le regole tipografiche in uso in Italia [omissis]
Qualunque segno di interpunzione è eliminato dopo le formule in display, a differenza di quanto si fa in altre nazioni; questo è un punto importante, perché siamo talmente abituati ad avere per le mani testi scientifici composti nel Regno Unito o negli Stati Uniti che abbiamo perso l’abitudine all’aspetto e ai dettagli di composizione dei testi italiani.La ragione di quanto io ebbi a scrivere mi pare che sia evidente dalle premesse, ma la frase sembra più prescrittiva di quanto io non avessi intenzione di fare, perché volevo mettere in evidenza il contrasto rispetto a quanto io credevo che si facesse nel mondo angloamericano; ho successivamente scoperto che anche nel mondo angloamericano esistono le stesse due scuole di pensiero.
Poiché è stato richiesto di esibire esempi contrari all’uso della punteggiatura, ho preso il primo libro di matematica che mi sono trovato sottomano, verificando che fosse stato stampato prima dell’avvento del DTP, desk-top-publishing, che ha in un certo modo immesso sul mercato una quantità di testi camera-ready che le case editrici hanno pubblicato senza stare ad alzare i costi con il lavoro di editing che sarebbe stato necessario.
Si tratta di un libro della serie/collana International Student Edition, scritto da C.R. Wylie Jr., Advanced Engineering Mathematics, pubblicato da McGraw-Hill e da Kogakusha a Tokyo nel 1966; il libro sembra curato anche nell’impaginazione oltre che in numerosi altri dettagli, ma non contiene un solo segno di interpunzione dopo le numerosissime espressioni matematiche in display.
Le statistiche non si fanno su un campione costituito da un solo elemento, ma almeno questo libro, scelto a caso fra quelli che posseggo, dimostra che l’idea dell’assenza di punteggiatura alla fine delle espressioni in display non è una mia idea peregrina, e non fa neppure parte della tradizione angloamericana quello di mettere sempre la punteggiatura finale. Si noti che il prof. Wylie era a suo tempo chairman del dipartimento di matematica dell’università dello Utah e sono sicuro che fosse un matematico anche se esponeva la matematica avanzata per gli ingegneri.
Ho poi esaminato con cura il famoso libro Concrete Mathematics, di Graham, Knuth e Patashnik, pubblicato da Addison Wesley nel 1989; Knuth per quel libro si era disegnato i Concrete Fonts ed aveva avuto da Zapf i font matematici che usa in quel libro. Orrore! Quasi tutte le formule in display hanno la punteggiatura finale spaziata di almeno uno spazio medio, almeno 0,5em; su questo punto entrambe le scuole di pensiero sono concordi che la punteggiatura spaziata è tipograficamente brutta e, a ben pensarci, nessuno di noi se lo sarebbe aspettato dal nostro Grand Wizard che ha dedicato una vita alla tipografia assistita da calcolatore per produrre beautiful books, secondo le parole che egli usa nell’introduzione del TeXbook.
Dispongo di una piccola collezione di libri di Peano pubblicati da Paravia o da Bocca alla fine dell’800, o da Carré & Naud a Parigi all’inizio del ‘900;
Aritmetica generale: algebra elementare – senza punteggiatura finale (Paravia)
Principii di geometria – con punteggiatura finale (Bocca)
Formulario mathematico (in latino sine flexione) – punteggiatura finale parziale (Bocca)
Formulaire de Mathématiques (in francese) – punteggiatura finale parziale (Carré & Naud)Come si vede a seconda dell’editore e della lingua usata, le convenzioni di punteggiatura cambiano anche se l’autore è lo stesso, per giunta un autore con vasta esperienza di pubblicazione e molto meticoloso.
Ho anche esaminato alcuni libri “antichi” e recenti pubblicati da Hoepli, Zanichelli, Boringhieri e Utet.
Hoepli presenta solo la punteggiatura finale in manualetti Hoepli dell’inizio del XX secolo, diciamo degli anni ’20; non presenta più la punteggiatura nel Manuale del Geometra (1996), che contiene una grossa sezione dedicata alla matematica.
Di Zanichelli ho poco, in pratica di libri contenenti un po’ di matematica ho solo il libro del compianto Lesina, Il nuovo manuale di stile, dove Lesina usa esattamente le raccomandazioni specificate dal prof. Orsello; ma il libro non fa testo, visto che Lesina era un ingegnere.
Di Boringhieri ho una serie di volumetti stampati tutti prima dell’avvento e/o della diffusione dei PC; ne ho scritto uno anch’io, non ricordo esattamente quando consegnai il dattilo/manoscritto all’editore, comunque era la fine degli anni ’60; la Boringhieri lo ricompose ex novo nelle sue officine seguendo il suo stile editoriale; la punteggiatura è presente talvolta, non sempre, e comunque solo a chiusura di frase, senza usare, quindi le virgole, ma solo il punto finale o il punto e virgola. Non misi mano alla composizione tipografica, perché Boringhieri provvide autonomamente (tra l’altro componendo in bandiera giustificata a sinistra, mi dissero, per ridurre i costi di composizione). A quei tempi, laureato in ingegneria, facevo il matematico; ero assistente universitario di Complementi di Matematica e facevo parte dell’allora Istituto di Matematica (il che non vuol dire niente, perché ormai ero macchiato con il peccato originale della laurea in ingegneria 🙁 ).
Di Utet ho a portata di mano la fisica del Perucca del 1972; tre volumi curatissimi nell’aspetto editoriale (oltre che nel contenuto); la punteggiatura è presente virtualmente alla fine di ogni formula in display, e si fa uso di virgole, punti, punti e virgola, quasi sempre spaziati di almeno 0,5em. A quanto pare nessuno è perfetto…
Io personalmente ritengo che l’assenza di punteggiatura finale renda la scrittura della matematica più chiara e meno ambigua quando i segni di interpunzione possono interferire con la lettura delle formule; ritengo che gli spazi e il modo con cui comincia la prima riga di testo dopo una espressione in display sia sufficientemente chiara per capire se dopo l’espressione il periodo prosegue, oppure se il periodo è terminato ma il capoverso prosegue, oppure se invece comincia un nuovo capoverso. Tuttavia capisco le ragioni di coloro che sostengono l’opportunità della punteggiatura.
Se devo fare un bilancio di pregi e difetti, presenti in entrambi i modi di comporre, onestamente mi pare che i pregi prevalgano di più sui difetti quando la punteggiatura finale è assente. Ma alla fin fine, in fondo la questione non è la “punteggiatura sì” contro la “punteggiatura no”! È una questione di chiarezza e di coerenza; l’importante è che un dato documento sia composto con la stessa convenzione, non un po’ in un modo e un po’ in un altro.
Se dovessi usare la punteggiatura, scrivendo per una casa editrice che la richiede, cercherei di spaziarla solo di uno spazio fine, in modo che questo spazietto sia quasi impercettibile, ma sia quel tanto che basta per separare il segno di punteggiatura dalla fine della formula, per evitare qualsiasi interferenza, specialmente della virgola con un eventuale denominatore di una frazione che concludesse l’espressione; prima però cercherei di convincere l’editore che senza punteggiatura sarebbe meglio 😀 !
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Carissimi,
a quanto pare ho disgustato un mucchio di persone. Ora oltre alle costanti matematiche in tondo mi ritrovo ad avere insultato tutti nel dire che nella tradizione tipografica italiana la punteggiatura nelle fomrule in display non ci va.Se c’è una cosa che ho semrpe rispettato è quella di documentarmi e per quel che riguarda la tipografia, che non è la mia professione, mi sono documentato accuratamente. Il mio libro pubblicato da Hoepli nel 1991, cioè 16 anni fa non contiene una parola riguardante la tipografia che mi sia inventato di testa mia. Ora dopo tanto tempo non ho più nemmeno gli appunti e le citazioni che avrei dovuto fare meglio. Quindi non sono in grado di citare l’autorità che mi avrebbe convinto a fare simili affermazioni.
Posso sbagliarmi a citare a memoria; mi pare che fosse il Fioravanti, che, tra l’altro, mi pare fosse anche un consulente della Zanichelli.
Tuttavia, anche se non fosse stato il Fiorvanti, e/o non fosse stato un consulente della Zanichelli, le spiegazioni che avevo letto mi avevano convinto, come mi aveva convinto che non ci voleva al punteggiatura nei titoli, nelle affermazioni di tipo legale da scrivere nel verso del frontespizio, eccetera.
Per le formule in display io vedo il pericolo di confusione con segni o apici che si infilano proditoriamente nella lettura errata di una espressione; pensate solo ad una frazione seguita da una virgola; questa appare appoggiata alla linea di base e ribassata rispetto all’asse matematico su cui giace la riga della frazione; il pericolo di confondere questa virgola con un apice per l’ultimo simbolo a denominatore è forte; se la virgola è spaziata il pericolo cade, ma diventa brutta.
Ora, secondo le spiegazioni che avevo letto, il trattamento di quanto si trova in display è da unire anche al fatto che, appunto, quel materiale è in display. Gli spazi servono da punteggiatura in quanto tali, e le pause, che nel corpo del testo sono posti dalla punteggiatura, con il materiale in display sono forniti dagli spazi: sempre?, talvolta? mai? quale tipo di pausa? Capisco benissimo. In fondo la punteggiatura non serve solo per le pause, serve anche, tra l’altro, per terminare i periodi.
La tipografia sotto questo aspetto offre una certa ridondanza. Se dopo il display il testo prosegue con un riga non rientrata che inizia con una minuscola, è evidente che il periodo continua; se la linea che segue il display comincia con una maiuscola ma è senza rientro, la formula finiva il periodo precedente, ma la mancanza del rientro indica che si sta continuando il capoverso. Se invece c’è il rientro e la maiuscola si sta cominciando un nuovo capoverso.
Vedete dunque che la punteggiatura diventa ridondante; proprio nel senso che la parola “ridondate” implica. Il fatto che l’intero linguaggio contenga una notevole dose di ridondanza, anche senza coinvolgere i display, non vuol dire che si debba eliminare tutto ciò che è ridondante.
Ben venga dunque la punteggiatura; probabilmente nove volte su dieci è ridondante, ma non guasta, a meno che entri in possibile conflitto con la scrittura matematica, questa assai poco ridondante, e dove io preferirei evitare la punteggiatura.
Concludo: che fosse o non fosse il Fioravanti non ha importanza, Personalmente io mi sento di consigliare di non usare nessuna punteggiatura, ma consigliare non vuol dire prescrivere. Se poi ci sono delle norme (mi pare che in questo campo della punteggiatura non ci siano) io preferisco osservarle, e non mi interessa se lo faccio per essere ligio alla legge o perché non ho abbastanza fantasia per fare di testa mia.
Ma nel modo più assoluto non prescrivo nulla a nessuno; se i consigli vengono presi per prescrizioni, allora vuol dire che non sono capace di esprimermi.
Claudio Beccari
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Carissimi, sono io il responsabile di affermazioni che fanno scoppiare dal ridere alcuni di coloro che hanno partecipato alla discussione di questo thread.Tuttavia vorrei ricordare che la maggior parte delle cose che sono state dette sono corrette anche secondo gli standard, non solo peché dettate dal buon senso e dal buon gusto.
Gli standard, le norme, ci sono e sono le norme ISO e le norme UNI; talvolta mi sono messo anch’io a ridere di alcune norme specifiche, ma me ne sono fatto ua ragione, e preferisco seguire le norme, cercando di essere il più consistente possibile.
Visto che ho anche il torto di avere scritto il file di descrizione della lingua italiana invocato da babel quando si specifica l’opzione italian, constato che nessuno o quasi ha letto le estensioni che vi ho introdotto; anzi qualcuno che si è scontrato con il carattere attivo ” mi ha messo alla berlina in altre pagine del GuIT. È ovvio, non si possono accontentare tutti gli utenti.
Tuttavia tornando al tema di questo thread, l’opzione italian di babel attiva anche i comandi \ap e \ped per inserire rispettivamente un apice o un pedice sia in modo testo sia in modo matematico.
In modo matematico vengono rispettate le norme compositive per apici e pedici, scegliendo dietro le quinte il comando \mathrm che rispetta le dimesioni di questi indici, anche di secondo livello. Non è quindi particolarmente complicato scrivere
`\(V\ped{eff}\)`
per avere il pedice in tondo e senza bisogno di ricordare il segno di underscore per marcare il pedice.
Quella opzione italian di babel fornisce anche il comando \unit per inserire le unità di misura col font corretto anche in modo matematico. Se si vogliono usare i pacchetti units.sty oppure SIunits.sty, basta specificarli prima di babel e l’opzione itaian resta inerte per quel che riguarda \unit.
Ma anche le unità di misura vanno in tondo e mi fa venire il voltastomaco vederle scritte in corsivo dagli innumerevoli utenti di Word che usano Equation Editor e se devono mettere una costante fisica con misura e unità di misura non sono capaci di scegliere il font tondo né per la misura né per le unità, Figuriamoci per gli apici e i pedici. E i libri camera ready pubblicati da case editirici particolarmente inclini a non curare la qualità, rispettano queste nefandezze con scrupolo.
Vedete quindi che se il libro del Ferrari non segue un grande stile tipografico ‘:x’ la cosa non dipende dalla sciatteria degli ingegneri (anche se talvolta non brillano per meticolosità) ma dalla sciatteria della casa editirice che si avvalse di un compositore evidentemente non professionista. I libri della UTET in generale sono molto ben composti: per le tecnologie ho in mente il Dizionario di Ingegneria al quale i revisori della redazione hanno dedicato una attenzione quasi maniacale e dal quale ho imparato molto. Però ho in seguito trovato le norme che ho citato sopra e ho trovato il manualetto pubblicato dalla Union of Pure and Applied Physics dove quanto ho scritto nei miei risibili articoli è scritto con maggiore autorità e con le dovute spiegazioni.
Riassumo le norme che io seguo per comporre la matematica: numeri sempre in tondo; costanti matematiche sempre in tondo; costanti fisiche sempre in corsivo; variabili sempre in corsivo e sempre formate da una sola lettera ma distinte con quanti pedici siano necessari (ma con parsimonia); pedici in corsivo se rappresentano quantità suscettibili di variazione (indici di enumerazioni, grandezze fisiche, ecc.) in tondo quando rappresentano delle apposizioni qualiticative (o contetualizzanti, come ha detto qualcuno di voi) sia che siano indicate da più lettere, sia anche da una sola letera — vorrei disitngure l’i-esima tensione \(V_i\), dalla tensione di ingresso \(V\ped{i}\).
Non mi sembrano norme tanto commplicate da seguire, ma, pur consigliando di fare altrettanto, non mi permetterei di dare dell’analfabeta fisico-matematico a chi non le seguisse. In ogni caso non mi rivolgo ai matematici che scrivono tutto in corsivo e non si pongono problemi perché nella loro scienza non ci sono le ambiguità della terminologia e simbologia della fisica-matematica-ingegneria-chimica-biologia-eccetera.
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La risposta ti è già stata data con la scrittura del codice`\makeatletter
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Se non vuoi il numero del capitolo togli \thechapter\space
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Caro Fiasco84,
ci ho messo un po’ di tempo, perchè non mi ero mai iscritto al forum prima di leggere la tua richiesta di aiuto.Il tuo problema nasce da una ingenuità, se mi permetti, e forse dalla solita abitudine, molto consolidata, di non leggere la documentazione.
Con toptesi non c’è bisogno di usare nessun pacchetto esterno per formattare diversamente i capitoli e le appendici; la classe è sostanzialmente la classe report.cls a cui sono stae aggiunte le cose necessarie per il frontespizio e poche altre cosette che non hanno nulla a che vedere con il tuo problema.
Ti sono stati già suggerite le soluzioni corrette, ma essenzialmente nessuno si è accorto (apparentemente) del fatto del fatto che vorresti chaimare l’appendice A con il titolo “Appendice A”; o forse se ne sono accorti tutti, ma per pudore non te l’hanno segnalato per non metterti in imbarazzo… 😀
Cambia titolo, nel senso: dai all’appendie A un titolo descrittivo del suo contenuto, non un titolo genenrico; se la tua appendice contiene la descrizione delle apparecchiature commerciali per eseguire la tricotetratomia (taglio del capello in quattro), allora il tittolo della tua appendice sarà “Apparecchiature per tricotetratomia”; scriverai allora:
\appendix %una sola volta prima della prima appendice
\chapter{Apparecchiature per tricotetratomia}e nella parte destinata al titolo della prima pagina dell’appendice ti comparirà:
Appendice A
Apparecchiature per tricotetratomiaNel’indice invece ti apparirà:
A Apparecchiature per tricotetratomia ……………………………………….. 157
Ciao
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