samiel

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  • in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49403
    samiel
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      Grazie mille,
      adesso vedo se c’è qualche ritocco finale

      M.

      in risposta a: Divisione e distribuzione dei paragrafi #50149
      samiel
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        L’opzione article non è prevista

        Grazie del codice. Forse c’è qualcos’altro, ma oggi ahimé
        non ho tempo. Cmq farò le mie annotazioni nel post dedicato.

        [OT]
        Per quanto riguarda Schlick, io sono più un carnapiano.:-)
        Non so se sia fattibile, ma mi farebbe piacere
        mandarti il mio libro sui neopositivisti…

        M.

        in risposta a: Divisione e distribuzione dei paragrafi #50147
        samiel
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          Sto provando a utiizzare suftesi per quell’articololetto sulla retorica.
          Ora, appunto, trattandosi di un articolo i comandi di sezionamento
          partono da \section, il che però mi produce un indice che inizia
          da 01. Devo reimpostare io il contatore o da qualche parte
          è prevista anche l’opzione {article}?

          Grazie
          M.

          PS
          Ti piace Schlick? 🙂

          in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49401
          samiel
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            Per far acquisire alla tabella la giustezza del testo,
            dopo qualche prova “a occhio”, il codice è questo:
            `\begin{center}
            \begin{sffamily}
            \noindent
            \resizebox{\textwidth}{!}{%
            \parbox{\textheight}{%
            \begin{tabular}{*3{p{.31\hsize}}}
            \toprule
            \multicolumn3c{SCHEMI DI CONNESSIONE}\\
            \midrule
            \multicolumn1{m{.31\hsize}}{Argomenti quasi logici}
            & \multicolumn1{m{.31\hsize}}{\centering Argomenti basati sulla struttura del
            reale}
            & \multicolumn1{m{.31\hsize}}{\centering Argomenti miranti a fondare la
            struttura del reale}\cr
            \midrule`
            Mi resta una cosa da capire: \resizebox{\textwidth}{!}
            non dovrebbe far stare comunque la tabella nella giustezza
            anche riducendo i caratteri?

            M.

            in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49399
            samiel
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              Ho provato a modificare ancora una volta la tabella
              per vedere di farla stare nella pagnia. Questo il codice:
              `\begin{center}
              \begin{sffamily}
              \noindent
              \resizebox{\textwidth}{!}{%
              \parbox{.8\textheight}{%
              \begin{tabular}{*3{p{.33\hsize}}}
              \toprule
              \multicolumn3c{SCHEMI DI CONNESSIONE}\\
              \midrule
              \multicolumn1{m{.33\hsize}}{Argomenti quasi logici}
              & \multicolumn1{m{.33\hsize}}{\centering Argomenti basati sulla struttura del
              reale}
              & \multicolumn1{m{.33\hsize}}{\centering Argomenti miranti a fondare la
              struttura del reale}\cr
              \midrule
              {\centering Ricorrono a relazioni di:}
              & {\centering Dipendono da legami di:}
              & {\centering Sono basati su:}\cr
              \midrule
              \begin{enumerate}
              \item contraddizione
              \item identità
              \item transitività
              \item parte\,/\,tutto
              \item uguaglianza e differenza
              \item frequenza
              \end{enumerate}
              & \begin{enumerate}
              \item successione
              \begin{itemize}
              \item arg. pragmatico
              \item arg. dello spreco
              \item arg. di direzione
              \item arg. di superamento
              \end{itemize}
              \item coesistenza
              \begin{itemize}
              \item persona
              \item autorità
              \item doppia gerarchia
              \end{itemize}
              \end{enumerate}
              & \begin{enumerate}
              \item caso
              \begin{itemize}
              \item esempio
              \item illustrazione
              \item modello
              \end{itemize}
              \item analogia
              \begin{itemize}
              \item analogia
              \item metafora
              \end{itemize}
              \end{enumerate}\\
              \bottomrule
              \end{tabular}}}
              \end{sffamily}
              \end{center}`
              Per ridurre lo spazio degli elenchi ho masso anche:
              `\usepackage{enumitem}
              \setitemize{itemsep=.01em,leftmargin=*}`
              Però continuano a sfuggirmi un paio di cose.
              Se allargo la giustezza, e (apparentemente) nonostante il
              \resizebox{\textwidth}{!}, la tabella sporge sempre e comunque
              un po’ a destra. In secondo luogo la terza riga
              (“ricorrono a relazioni di:” ecc) ha una collocazione tutta sua,
              scentrata rispetto al testo sovrastante (quello della seconda riga).
              C’è qualche altro accomodamento possibile?

              Grazie
              M,

              in risposta a: Problemi di compilazione #50575
              samiel
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                `Il primo in ordine di tempo riguardava la compilazione delle lettere accentate, `
                Forse era un modo per dirti che stò e stà non vanno con l’accento 🙂

                M.

                PS
                Che tempismo sugli accenti eheheh…

                in risposta a: Stupido problemino di sillabazione #50561
                samiel
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                  Però cambiando tutti i font “Schopenhauer”
                  (pace all’anima sua) non cade più a metà riga…
                  Cmq trattandosi di una sola occorrenza
                  va benissimo anche impostare in quel caso
                  la sillabazione manuale. Attendendo che Texlive
                  aggiorni con la o.63…

                  Grazie
                  M.

                  in risposta a: Stupido problemino di sillabazione #50559
                  samiel
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                    Posto che LuaTeX ho provato a usarlo da qualche giorno
                    e XeTeX no l’ho mai usato, dovrei cambiare di nuovo
                    i caratteri ecc… Perché naturalmente TeX Gyre Termes ecc
                    non c’entrano nulla. Giusto?
                    Cmq ho risolto contingentemente, visto che a impaginazione
                    terminata c’era solo quel problema, mettendo Schopen\-hauer
                    all’interno del testo. E questo almeno funziona.

                    M.

                    in risposta a: Stupido problemino di sillabazione #50557
                    samiel
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                      È tutto italiano:
                      `\documentclass[a4paper]{article}
                      \usepackage[T1]{fontenc}
                      \usepackage{textcomp}
                      \usepackage[italian]{babel}
                      \usepackage{fontspec}
                      \setmainfont[Ligatures=TeX,Numbers=OldStyle]{TeX Gyre Termes}
                      \setsansfont[Scale=0.9,Ligatures=TeX]{TeX Gyre Adventor}
                      \usepackage{microtype}
                      \usepackage[right,modulo]{lineno}
                      \usepackage[margin=10pt,skipabove=10pt,skipbelow=10pt]{mdframed}
                      \usepackage{multicol}
                      \newenvironment{dblcolquote}
                      {\begin{multicols}{2}\sffamily\small\parskip=0pt}
                      {\end{multicols}}
                      \hyphenation{Scho-pen-hau-er}`
                      Per qualche cognome straniero devo caricare comunque
                      li pacchetto per la sillabazione tedesca? Pensavo si potesse
                      lasciare appunto tutto in italiano ed eventualmente
                      impostare \hyphenation{…}

                      M.

                      in risposta a: Colonne disuguali con multicol #50465
                      samiel
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                        Il codice del pacchetto è
                        `\setlength{\parskip}{0pt plus 1pt}
                        e nessun minus
                        `
                        Solo che continuo a non capire perché,
                        date due colonne di ugual numero di righe,
                        venivano inserite in ciscuna due righe bianche
                        e simili… Ovvero non tanto cosa dice il codice,
                        ma perché in quei casi veniva applicato
                        in quel modo producendo inestetiche asimmetrie
                        quando poteva benissimo far finire appaiate
                        le due colonne lasciando perdere il plus 1pt…
                        DIci che ci sono altre soluzioni oltre a imporre
                        di annullare il parskip ?

                        M.

                        in risposta a: Alcuni problemi con lualatex: codifica, font #50472
                        samiel
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                          Temevo peggio, la soluzione era nella prima quindicina di pagine.
                          `\setsansfont[Scale=0.9,Ligatures=TeX]{TeX Gyre Adventor}`

                          M.

                          in risposta a: Colonne disuguali con multicol #50462
                          samiel
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                            Geniale!!!! RIsolto tutto.
                            Però non capisco perché prima
                            aggiungeve quegli spazi così anomali…
                            E tali da produrre un risultato così brutto…

                            Grazie mille
                            M.

                            in risposta a: Colonne disuguali con multicol #50460
                            samiel
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                              Prova a postare un pezzo del codice,
                              scusandomi per launghezza
                              `\documentclass[a4paper]{article}
                              \usepackage[T1]{fontenc}
                              \usepackage{textcomp}
                              \usepackage{ucs}
                              \usepackage[utf8x]{inputenc}
                              \usepackage[italian]{babel}
                              %\usepackage{cfr-lm}
                              %\usepackage{fontspec}
                              %\setmainfont[Ligatures=TeX,Numbers=OldStyle]{TeX Gyre Termes}
                              %\setsansfont[Scale=MatchLowercase]{Latin Modern Sans}
                              \usepackage{microtype}
                              \usepackage[right,modulo]{lineno}
                              \usepackage[margin=10pt,skipabove=10pt,skipbelow=10pt]{mdframed}
                              \usepackage{multicol}
                              \newenvironment{dblcolquote}
                              {\begin{multicols}{2}\sffamily\small}
                              {\end{multicols}}

                              \begin{document}
                              \title{La «Critica del Giudizio»}
                              \author{}
                              \date{}
                              \maketitle

                              \section{Il problema dell'opera}
                              \subsection{Il dualismo fra mondo della necessità \\ e mondo della finalità}

                              \textit{Sia questo passo sia il successivo sono tratti
                              dall'\emph{Introduzione} all'opera, quella che Kant redasse per seconda: la
                              prima stesura, un più ampio ma anche più contorto rendiconto dei contenuti
                              dell'intera terza \emph{Critica} venne infatti sostituita con questa, che
                              presenta un inquadramento della facoltà del Giudizio di fondamentale
                              importanza.}

                              \textit{Tutti i passi della sono dati secondo la seguente edizione: I. Kant,
                              \emph{Critica del Giudizio}, a cura di A. Bosi, UTET, Torino 1993.}
                              \bigskip

                              \begin{linenumbers}
                              I concetti della natura, che comprendono il fondamento di ogni conoscenza
                              teoretica a priori, si basavano sulla legislazione dell'intelletto. — Il
                              concetto di libertà, che comprendeva il fondamento di tutte le prescrizioni
                              pratiche a priori indipendenti dalla sensibilità, si basava sulla legislazione
                              della ragione. Entrambe le facoltà pertanto, a parte l'applicazione, secondo
                              la forma logica, a princìpi (quale che ne sia l'origine), hanno ancora
                              ciascuna una propria legislazione secondo il contenuto, al di sopra della
                              quale non ne esiste alcun'altra (a priori), e che perciò giustificava la
                              divisione della filosofia in teoretica e pratica. Tuttavia, nella famiglia
                              delle facoltà conoscitive superiori esiste ancora un termine medio tra
                              l'intelletto e la ragione. Si tratta del Giudizio, del quale si ha ragione di
                              presumere, per analogia, che possa anch'esso contenere, se non una sua propria
                              legislazione, almeno un suo proprio principio a priori (comunque puramente
                              soggettivo) di ricerca secondo leggi; un principio che, se anche non gli
                              spetterà alcun campo di oggetti come dominio, potrà tuttavia avere un suo
                              territorio, nel quali si trovi una qualche caratteristica per la quale valga
                              proprio solo questo principio.
                              \end{linenumbers}

                              {\raggedleft(\small pp. 154–155)\par}

                              \begin{dblcolquote}
                              \textbf{1–8.} Com'è noto, Kant non aveva in mente la terza \textit{Critica}
                              allorché stese le prime due perché non aveva ancora individuato la nuova
                              facoltà qui eretta a protagonista. Nella \textit{Critica della ragion pura} si
                              ammetteva il solo intelletto, il gusto era ritenuto arbitrario, individuale e
                              nessuna autonomia era attribuita al sentimento (fin da allora tuttavia la
                              sensibilità era riconosciuta in possesso di valenze non solo conoscitive, in
                              quanto accoglieva le intuizioni, ma anche emotive, in quanto faceva sì che il
                              soggetto ricevesse dalle impressioni sensibili piacere o dispiacere). Nella
                              \textit{Critica della ragion pratica}, al contrario, il sentimento era
                              ammesso, ma solo nella sua specie morale, poiché gli uomini erano in grado di
                              percepire a priori l'accordo del loro comportamento con le norme. Non è dunque
                              inspiegabile se nella terza \textit{Critica} Kant, dietro la sollecitazione e
                              l'influenza considerevole delle dottrine estetiche settecentesche, ammette uno
                              spazio autonomo per il sentimento e cerca di individuarne il principio a
                              priori.

                              Il secondo motivo che condusse Kant alla \textit{Critica del Giudizio} è
                              interno al sistema: si tratta del bisogno di mediare, individuando un momento
                              di accordo, il determinismo naturale controllato dall'intelletto e la libertà
                              pratica governata dalla ragione. Si noti tuttavia, ed è cosa essenziale, che
                              Kant non si riferisce che alle facoltà teoretica e pratica, ricercandone una
                              terza: non si tratta cioè di collegare il mondo teoretico e quello pratico,
                              quasi fosse possibile trovarne un terzo che li sintetizzi. Questa soluzione
                              era stata scartata già nella \textit{Critica della ragion pura} (e
                              precisamente nella \textit{Dialettica trascendentale}), dove le antinomie
                              dinamiche (intorno alla libertà e a Dio) avevano chiarito che i due regni
                              erano compatibili solo in quanto separati.

                              \textbf{9–15.} La mediazione consiste perciò nell'individuare non un terzo
                              mondo, una terza dimensione oltre a quelle teoretica e pratica, bensì una
                              terza facoltà oltre all'intelletto e alla ragione. La mediazione possibile non
                              è oggettiva, ma soggettiva: il punto d'incontro risiede infatti all'interno
                              del soggetto; i mondi continuano a essere due, ma le facoltà soggettive che li
                              pensano sono tre. Il filosofo giunse così alla conclusione che accanto
                              all'intelletto e alla ragione esisteva un altro strumento a priori dell'animo
                              umano, dotato di leggi sue proprie, ovvero in possesso di una perfetta
                              autonomia: il sentimento. Lo strumento per operare in questo ambito è il
                              Giudizio.

                              La terza \textit{Critica} non è stata redatta solo e tanto per far posto a
                              interessi nuovi di Kant, quasi che egli si fosse accorto solo tardivamente
                              della dimensione del gusto: perché allora non considerare altri ambiti ancora,
                              come la logica del sapere storico? Non è sufficiente richiamarsi al tessuto
                              culturale in cui Kant venne a operare. La risposta è invece che la
                              \textit{Critica del Giudizio} non complementa le altre due \textit{Critiche},
                              bensì ne prosegue la fondamentale linea problematica: com'è possibile,
                              muovendo dai generali presupposti aprioristici, pervenire alle leggi
                              particolari di natura, anzi, meglio, alla loro applicazione all'eterogenea
                              molteplicità dei casi singoli? Il tema, già discusso in una poco studiata
                              opera, i \textit{Primi princìpi metafisici della scienza della natura} (1786),
                              ritorna qui protagonisticamente ed è il problema stesso del Giudizio. Non si
                              tratta di una semplice integrazione alla \textit{Critica della ragion pura},
                              poiché obiettivo della scienza non è la formulazione di generalissimi quanto
                              astratti princìpi, ma la funzionalità nel caso particolare: si tratta dunque
                              proprio di rendere operanti le categorie secondo una modalità analoga a, ma
                              più felice di, quella espressa nella dottrina della schematismo. \par
                              \end{dblcolquote}

                              \subsection{Giudizi determinanti e giudizi riflettenti}

                              \textit{Da questo brano, come dal precedente, si chiarisce che i problemi
                              estetico e teleologico sono strumenti (fondamentale il primo, più marginale il
                              secondo) per la soluzione di una questione schiettamente epistemologica.}
                              \bigskip

                              \begin{linenumbers}
                              \resetlinenumber
                              Il Giudizio in generale è la facoltà di pensare il particolare in quanto
                              contenuto nell'universale. Se l'universale (la regola, il principio, la legge)
                              è dato, il Giudizio che sussume sotto questo il particolare (anche se, come il
                              Giudizio trascendentale, indica a priori le condizioni indispensabili per la
                              sussunzione a quell'universale), è determinante. Se invece è dato soltanto il
                              particolare, ed il Giudizio deve trovargli l'universale, allora esso è
                              meramente riflettente.

                              \dots le forme nella natura sono tanto varie, e per così dire tanto numerose
                              le modificazioni dei concetti trascendentali universali della natura,
                              lasciate indeterminate da quelle leggi che l'intelletto puro fornisce a priori
                              queste ultime infatti non riguardano che la possibilità di una natura come
                              oggetto dei sensi in generale), — da richiedere perciò leggi che, in quanto
                              empiriche, possono essere contingenti dal punto di vista del nostro
                              intelletto, ma che, per ricevere il nome di leggi (come è richiesto anche dal
                              concetto di una natura), debbono venir considerate come necessarie a partire
                              da un concetto (per quanto a noi sconosciuto) dell'unità del molteplice. —
                              Il Giudizio riflettente, cui tocca risalire dal particolare della natura
                              all'universale, ha dunque bisogno d'un principio che non può ricavare
                              dall'esperienza, perché deve appunto fondare l'unità di tutti i princìpi
                              empirici sotto princìpi anch'essi empirici, ma più elevati, e quindi la
                              possibilità di una sistematica subordinazione di tali princìpi gli uni agli
                              altri. Un tale principio trascendentale, il Giudizio riflettente può dunque
                              darselo soltanto esso stesso come legge, senza prenderlo dall'esterno (perché
                              allora si trasformerebbe in Giudizio determinante), né può prescriverlo alla
                              natura, poiché la riflessione sulle leggi della natura si adegua alla natura,
                              mentre quest'ultima non si adegua alle condizioni secondo le quali noi
                              aspiriamo a formarci di essa un concetto che, rispetto a tali condizioni, è
                              del tutto contingente.

                              Ora questo principio non può essere che il seguente: poiché le leggi
                              universali della natura hanno il loro fondamento nel nostro intelletto, che
                              le prescrive alla natura (benché solo secondo il concetto universale della
                              natura in quanto tale), le leggi empiriche particolari, relativamente a ciò
                              che rimane in esse non determinato dalle prime, devono venire considerate
                              secondo un'unità quale un intelletto (sebbene non il nostro) avrebbe potuto
                              stabilire a vantaggio della nostra facoltà conoscitiva, per rendere possibile
                              un sistema dell'esperienza secondo leggi particolari della natura. Questo non
                              nel senso di dover ammettere la reale esistenza d'un tale intelletto (perché
                              questa idea funge da principio solo per il Giudizio riflettente, per
                              riflettere, non per determinare); in questo modo essa dà una legge solo a se
                              stessa, e non alla natura.

                              Ora, poiché il concetto di un oggetto, nella misura in cui contiene anche il
                              principio della realtà di questo oggetto, si dice scopo, mentre si dice
                              finalità della forma d'una cosa l'accordo di questa con quella costituzione
                              delle cose che è possibile solo mediante fini, il principio del Giudizio,
                              rispetto alla forma delle cose naturali sottoposte a leggi empiriche in
                              generale, è la finalità della natura nella varietà delle sue forme. In altri
                              termini, la natura viene rappresentata, mediante questo concetto, come se un
                              intelletto contenesse il fondamento unitario della molteplicità delle sue
                              leggi empiriche.

                              La finalità della natura è dunque un particolare concetto a priori, la cui
                              origine va cercata nel solo Giudizio riflettente.
                              \end{linenumbers}

                              {\raggedleft(\small pp. 157–159)\par}

                              \begin{dblcolquote}
                              \textbf{1–6.} Per Kant, conoscere è giudicare, ma nella \textit{Critica della
                              ragion pura} il giudizio sintetico a priori svolge una funzione ancor più
                              originaria: esso infatti pone l'oggetto stesso, lo costituisce o, per seguire
                              la terminologia della terza \textit{Critica}, lo determina. A tal fine il
                              particolare (il materiale fornito dall'intuizione sensibile) viene sussunto
                              sotto l'universale costituito dalle strutture dell'intelletto (le categorie).

                              \textbf{7–25.} Nella \textit{Critica del Giudizio} invece non si tratta di
                              porre un oggetto per poterlo quindi conoscere, bensì di soffermarsi su di
                              esso, ovvero di riflettere per valutare se, in quanto già dato oggetto
                              dell'intelletto, si accorda coi princìpi posti dalla ragione. Tale giudizio
                              non riguarda l'oggetto in quanto tale, ma la sua relazione con la ragione, col
                              soggetto giudicante piuttosto che col principio del giudizio (determinante).
                              In questo capoverso il principio del Giudizio è visto nella necessità
                              dell'applicazione: il giudizio determinante è infatti espressione di una legge
                              universale che riguarda una enorme molteplicità di accadimenti e/o individui;
                              ma è poi necessario applicare questa legge agli accadimenti stessi, che non
                              sono mai uguali e che si presentano secondo modalità sempre differenti.
                              L'applicazione non può essere affidata al caso o alla scelta individuale e
                              deve pertanto risiedere in un principio a priori. Noi infatti dobbiamo
                              collegare, come dice il testo, le «molteplici forme della natura» alle
                              «modificazioni dei concetti trascendentali universali della natura» scegliendo
                              di volta in volta quella versione o «modificazione» del concetto universale
                              che meglio si applica alla forma che ci sta davanti.

                              Il problema non è nuovo: l'\textit{Analitica dei concetti} era stato il primo
                              tentativo di risolverlo, ma Kant era rimasto insoddisfatto dagli schemi; essi,
                              in quanto forme a priori, non sembravano essere sempre una mediazione
                              conveniente e facevano sorgere la difficoltà del terzo uomo. Il giudizio
                              riflettente è la nuova soluzione: esso riafferma l'esigenza che le leggi a
                              priori tengano conto, in forma aprioristica, degli oggetti o contenuti
                              dell'esperienza. Mentre nella prima \textit{Critica} le leggi erano poste
                              dall'intelletto in piena autonomia e in un secondo tempo si ricercava la
                              modalità della loro applicazione, ora quest'ultima è detta poggiare fin da
                              principio su di un principio a priori che la \textit{Critica del Giudizio} si
                              propone di identificare. Come scrive Kant, «gli oggetti della conoscenza
                              empirica sono ancora determinati, o, per quanto se ne può giudicare a priori,
                              determinabili in diversi modi; sicché nature specificamente diverse, a
                              prescindere da ciò che hanno in comune in quanto appartenenti alla natura in
                              generale, possono ancora essere cause in una infinità di modi diversi; ed
                              ognuna di queste maniere (secondo il concetto di causa in generale) deve avere
                              la sua regola, che è una legge, e quindi comporta necessità, sebbene noi, per
                              la natura ed i limiti delle nostre facoltà conoscitive, non scorgiamo affatto
                              tale necessità» (p. 161). Le leggi applicative non sono alternative o
                              «concorrenziali» rispetto a quelle dell'intelletto, sono un elemento
                              ulteriore; non provenendo dall'intelletto, esse non sono necessarie nel senso
                              delle leggi naturali e in quanto non esistono ex parte objecti, ma solo
                              \textit{ex parte subjecti}, alla conoscenza potrebbero apparire contingenti.
                              Questo significa che il giudizio riflettente non è uno strumento o un
                              parametro nuovo aggiunto al giudizio determinante, ma l'integrazione
                              necessaria al giudizio determinante perché le forme a priori possano essere
                              applicate convenientemente ai casi singolari che l'esperienza ci presenta. In
                              altre parole, la \textit{Critica del Giudizio} affronta il medesimo problema
                              della \textit{Critica della ragion pura}, ma da un punto di vista
                              epistemologico piuttosto che metafisico, come invece l'altra. Più tardi,
                              insoddisfatto anche di questa soluzione, Kant tentò un'altra volta di
                              risolvere il caso nell'ardua trattazione dell'\textit{Opus postumum}, redatto
                              a partire dagli ultimi anni del secolo e lasciato quindi incompiuto.

                              \textbf{26–36.} L'elemento aggiuntivo non può essere rinvenuto
                              nell'esperienza, poiché è all'origine del suo sorgere; né può essere una legge
                              universale, poiché allora sarebbe una forma del giudizio determinante e si
                              ritornerebbe al problema di partenza. Esso è un principio a priori che
                              tuttavia il Giudizio non impone alla natura che il soggetto conosce, ma al
                              soggetto che conosce la natura. Tale principio prende spunto dal funzionamento
                              dell'intelletto ed è in certo modo una riproposta dell'idea di mondo come
                              sistema organico della totalità delle realtà empiriche: noi dobbiamo procedere
                              nella conoscenza come se (la regola del «come se», che emerge alla r. 43, è
                              qui il fondamentale principio regolatore) esistesse una globale unità della
                              conoscenza tale da non riguardare soltanto le leggi generali, ma anche quelle
                              particolari. Quanto al contenuto, questo principio, evidentemente un'idea
                              regolativa, è l'idea di scopo: a noi conviene pensare che i corpi (i quali,
                              dal punto di vista dell'intelletto, non seguono che le leggi naturali e si
                              inquadrano nel più rigoroso determinismo) sottostiano a un comportamento
                              uniforme e armonico, obbediente a chiari fini, perché la ricerca delle leggi
                              da parte dell'intelletto risulta più facile se condotta in base al principio
                              (regolativo) di un'intrinseca razionalità delle cose.

                              \textbf{37–46.} Questa finalità non è né pratica né tecnica: la prima non ha
                              a che fare con oggetti naturali, ma solo con azioni; la seconda riguarda
                              oggetti sensibili, ma obbedisce alle sole leggi dell'intelletto. Qui invece
                              cerchiamo un altro tipo di finalità, che esiste perché già testimoniata nella
                              nostra esperienza: si dà infatti il caso che, nel conoscere, noi incontriamo
                              degli oggetti la cui struttura o il cui comportamento sembrano spontaneamente
                              in linea con le nostre facoltà conoscitive e col nostro bisogno di ordine e
                              organicità, come formati da un intelletto del tutto analogo al nostro. Questa
                              non può essere realmente la costituzione della natura, che si comporta in base
                              a un cieco determinismo ed è affatto indifferente ai nostri bisogni come alle
                              nostre caratteristiche: tale atteggiamento teleologico le è attribuito dal
                              soggetto (che formula perciò giudizi riflettenti). Ciò è sostenuto dallo
                              stesso Kant: «Questo concetto trascendentale di una finalità della natura, non
                              è né un concetto della natura né un concetto della libertà, perché non
                              attribuisce assolutamente nulla all'oggetto (della natura), ma non fa che
                              rappresentare l'unico modo che noi dobbiamo seguire nella riflessione sugli
                              oggetti della natura, affinché l'esperienza si presenti come una totalità
                              interconnessa» (p. 162). Vi sono casi in cui tale finalità appare chiara,
                              altri in cui sembra assai difficilmente proponibile: è, come ha scritto Kant,
                              solo contingente. Ma il fatto che interessi l'applicazione delle leggi
                              universali dell'intelletto ci mostra invece che dev'essere universale e
                              aprioristica, sia pure secondo una modalità del tutto diversa rispetto a
                              quella in cui diciamo universali e aprioristiche le leggi conoscitive
                              dell'intelletto e pratiche quelle della ragione: una finalità pura. \par
                              \end{dblcolquote}
                              \end{document}`

                              Alcune colonne continuano a risultare asimmetriche.
                              In un caso quella sinistra sporge sotto l’altra,
                              ma fra due capoversi ha uno spazio extra.
                              In un altro caso finiscono insieme,
                              ma tute e due hanno una riga bianca a un certo punto…
                              Non so raccapezzarmi…
                              Non è che la gestione delle orfane e vedove
                              e il tentativo di far finire parallelamente le colonne
                              determina questo comportamento?
                              Ma se le righe sono dispari, basterebbe
                              che la colonna di desta finisse con una riga iin meno…

                              M.

                              M.

                              in risposta a: Colonne disuguali con multicol #50458
                              samiel
                              Partecipante
                                Up
                                0
                                Down
                                ::


                                Sì ormai st facendo le cose per fare,
                                troppe ore coi bambini…. Melgio andare a letto
                                E pensare che Kate me lo metteva pure in rosso…
                                Cmq il preambolo è
                                `\documentclass[a4paper]{article}
                                \usepackage[T1]{fontenc}
                                \usepackage{textcomp}
                                %\usepackage{ucs}
                                %\usepackage[utf8x]{inputenc}
                                \usepackage[italian]{babel}
                                %\usepackage{cfr-lm}
                                \usepackage{fontspec}
                                \setmainfont[Ligatures=TeX,Numbers=OldStyle]{TeX Gyre Termes}
                                \setsansfont[Scale=MatchLowercase]{Latin Modern Sans}
                                \usepackage{microtype}
                                \usepackage[right,modulo]{lineno}
                                \usepackage[margin=10pt,skipabove=10pt,skipbelow=10pt]{mdframed}
                                \usepackage{multicol}`

                                M.

                                in risposta a: Alcuni problemi con lualatex: codifica, font #50471
                                samiel
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                                  Dammi un attimo… 🙂
                                  sono 111 pagine !!

                                  M.

                                Stai visualizzando 15 risposte – dal 1,741 al 1,755 (di 1,867 totali)

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