lorenzo.pantieri

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  • in risposta a: Stile philosophy-modern di biblatex: “et al” in corsivo #108860
    lorenzo.pantieri
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      ivan” post=108985Molto strano. Installa la TeX Live 2016 e vedi se funziona con quella. Puoi sempre impostare la distribuzione 2013 dalle preferenze di sistema, così sei sicuro che i tuoi vecchi file continueranno a compilare.

      Preferirei rimandare (ancora).

      L’Arte è un documento molto complesso, e sono arrivato quasi alla fine di questa revisione. Vorrei una soluzione manuale, anche “spiccia e sporca”, che trasformi quegli “et al.” (due in tutto il documento!) da tondo in corsivo.

      Se per te è fattibile, ok. Altrimenti lascio così. 🙁

      in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108735
      lorenzo.pantieri
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        Carissimi, ho appena aggiornato il docuemnto.

        http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf

        Ci sono cinque punti ancora in sospeso.

        1. A pag. 17 scrivo:

        Un ulteriore aspetto da tenere bene a mente, spesso fonte di grattacapi e danni a volte irrimediabili, è il rapporto tra la codifica con cui è scritto un sorgente e quella con cui è impostato l’editor in uso, che devono coincidere, altrimenti aprendo un file sconosciuto si potrebbero vedere caratteri bizzarri sullo schermo.

        Claudio però osserva:

        OldClaudioCi sono tre cose da tenere presente: (1) la codifica con cui si immette il testo da comporre nell’editor; (2) la codifica con cui l’editor salva il file su disco; (3) la codifica specificata a LaTeX da usare per interpretare correttamente i caratteri che trova nel file sorgente.

        Non sono riuscito a riformulare quello che ho scritto senza complicare troppo l’esposizione, per cui ho lasciato tutto com’era. Se avete proposte, sono qui.

        2. Ho riscritto il paragrafo 3.6.2 a pag. 27 (“Interlinea”), eliminando per semplcitià il cenno all’ambiente [tt]spacing[/tt]. Va bene?

        3. Nella tabella 12 di pag. 39 dico che “m-width” è la larghezza della M nel font in uso.

        OldClaudioNo, la larghezza della M è casuale, nel senso che con il font Romano Quadrato sarebbe giusto. Ma 1em è circa uguale al corpo del font in uso; Se si chiede a LaTeX di stampare l’uno a fianco dell’altro il valore in punti di 1em e della larghezza di M, si avrebbero delle grosse sorprese, fino ad avere la larghezza della M pari a circa 0,5em; provare per credere.

        Ahia. E allora che cosa scrivo nella tabella? Scrivere che “m-width è la larghezza della M nel font Romano Quadrato” mi sembra molto criptico. Che fare?

        4. A pag. 106 menziono Asymptote. Mi aiutate a completare la riga corrispondente della tabella 44?

        5. A pag. 124

        Il comando \printbibliography produce la sezione bibliografica con relativi titolo e testatina. Va dato immediatamente dopo le stesse sequenze di comandi già viste nel paragrafo 7.1 a pagina 115 per mandarne il relativo titolo nell’indice generale […].

        Claudio mi dice che:

        OldClaudioC’è una apposita opzione per il comando \printbibliography per inviare all’indice generale la bibliografia. Vedi la documentazione di biblatex.

        Immagino che il comando sia
        `\printbibliography[heading=bibintoc]`

        ma prima di cambiare quelle righe aspetterei conferma da un esperto di biblatex che ha sottomano l’ultima versione.

        Grazie a chi mi aiuterà a risolverli!

        in risposta a: Stile philosophy-modern di biblatex: “et al” in corsivo #108858
        lorenzo.pantieri
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          ivan” post=108977Opzione latinemph

          L’avevo provata, sai? Ho una MacTeX 2013: su terminale ([tt]texdoc biblatex-philosophy[/tt]) mi dice che quell’opzione c’è, ma se la carico mi dà un errore (“opzione non definita”).

          Spero in una tua soluzione, anche spiccia e sporca, intanto che non aggiorno.

          in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108733
          lorenzo.pantieri
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            Elrond” post=108975Il fatto è che io sto pensando soprattutto a un testo scientifico in cui la bibliografia è composta principalmente da brevi articoli (deformazione professionale). La relazione articolo ⇔ argomento in questo caso è più stretta.

            Certo. E in questo caso i back references possono essere molto utili!

            Stiamo dicendo la stessa cosa: i back reference (come i miniindici e gli elenchi delle tabelle e delle figure) possono essere utili, ma bisogna valutarlo caso per caso. Non vanno messi solo “perché con LaTeX è facile farlo! Nelle prime edizioni dell’Arte sono caduto in questo “errore”, ma ora ho rimediato. 😉

            in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108731
            lorenzo.pantieri
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              Elrond” post=108972Premesso che non voglio convincere nessuno, ma solo esporre un’opinione (quindi non ho intenzione di continuare a lungo la discussione), una voce bibliografica può avere la stessa funzione di un concetto, se il lettore ben conosce il contenuto di quel testo. Mettere i back references non è un mero “andiamo a vedere per curiosità dove è stato citato questo testo”, ma (ri)trovare, scorrendo la bibliografia, dove un argomento è stato trattato.

              Un testo non è “un argomento”.

              Testi come quelli di Lamport, Knuth o Fairbairns, per esempio, trattano gli argomenti più disparati, e vengono citati in lungo e in largo nell’Arte. Per me, le occasioni in cui un utente troverà a chiedersi “vediamo un po’ dove quest’opera è citata nell’Arte” sono molte di meno di quelle in cui si chiederà “vediamo dove questo comando (o pacchetto) viene spiegato nell’Arte”.

              Ecco perché trovo i back references non troppo utili. E di sicuro rendono meno leggibile la bibliografia.

              Quindi l’utente finale deve, di volta in volta, valutare se il gioco vale la candela.

              Non deve mettere i back references perché “tanto non costa nulla”. Tutto qui.

              in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108730
              lorenzo.pantieri
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                OldClaudio” post=108969Le indicazioni di correzione o certi commenti puntigliosi che ti ho mandato sono per lo più mie idee fisse.
                Però non sono d’accordo sul modo con cui vuoi maltrattare interlinea e scartamento, entrambi termini ufficiali della tipografia e che hanno significati diversi.

                Vediamo se ho capito. Tu proponi di modificare il par. 3.6.2 a pag. 27 come segue:

                3.6.2 Interlinea, avanzamento di riga e riempimento della pagina

                Interlinea

                Non pochi editori, relatori e regolamenti di facoltà impongono di impaginare pubblicazioni e tesi in modo non professionale, a partire dalla questione dell’interlinea, ovvero lo spazio tra due righe adiacenti. L’interlinea standard di LaTeX garantisce un risultato tipografico ottimale e non andrebbe modificata senza una ragione precisa. Per farlo si consiglia il pacchetto [tt]setspace[/tt], che modifica lo scartamento (o avanzamento di riga), ovvero lo spazio fra le righe di base di due righe adiacenti; il pacchetto definisce tre scartamenti, da impostare nel preambolo come segue:
                • \singlespacing (scartamento 1);
                • \onehalfspacing (scartamento 1,5);
                • \doublespacing (scartamento 2).
                Si può modificare l’interlinea soltanto in alcune parti del documento con gli ambienti [tt]singlespace[/tt], [tt]onehalfspace[/tt] e [tt]doublespace[/tt], da usare nel modo consueto.

                Se, infine, servisse un’interlinea ancora diverso, si può dare nel preambolo il comando standard che moltiplica lo scartamento per il . In alternativa, il pacchetto definisce l’ambiente [tt]spacing[/tt] da impostare come \linespread:
                `\begin{spacing}{
                }

                \end{spacing}`

                Ho capito bene? Se non l’ho fatto, scrivimi pure la tua proposta!

                Nel resto dell’Arte, si menziona l’interlinea tre volte (a pag. 49, 59 e 136), ma lì mi pare che vada bene così. O sbaglio?

                in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108728
                lorenzo.pantieri
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                  Elrond” post=108968A me sembra che i back references nella bibliografia abbiano la stessa utilità di un indice analitico

                  Non sono d’accordo.

                  Se dispongo di una versione cartacea dell’Arte e voglio vedere dov’è spiegato (poniamo) il comando \MakeUppercase, vado nell’indice analitico, vedo che \MakeUppercase è spiegato a pagina 32 e sono servito. Così per tutti i comandi, le classi e i pacchetti.

                  La domanda “in quali punti dell’Arte viene citato espressamente il libro di Umberto Eco su come si fa una tesi di laurea?” mi sembra invece molto più peregrina.

                  Quando ho scritto l’Arte per la prima volta ho messo i back reference perché ammiravo la semplicità con cui si può ottenere un risultato che sarebbe lunghissimo fare a mano. Idem i miniindici. Idem l’elenco delle tabelle e delle figure. Ma sono tutte cose di cui spesso si fa benissimo a meno. Non bisogna abusarne.

                  A mio giudizio. la bibliografia senza back references è molto più chiara e leggibile. Ripeto: tutte quelle righe “Citato a p. ” e “Citato alle pp. …”, petulanti e puntigliose, tolgono leggibilità, a fronte di una scarsa utilità.

                  in risposta a: [RISOLTO] Problemi con le note di ClassicThesis #108854
                  lorenzo.pantieri
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                    Le note a margine di ClassicThesis sono belle, ma scomode: comportano difficoltà di impaginazione notevoli, rischi di perderci un mucchio di tempo. Ti consiglio di farne a meno. Se proprio non resisti, usane il meno possibile, e inseriscile solo a documento ultimato.

                    in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108723
                    lorenzo.pantieri
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                      lucaiacolettig” post=108961Personalmente, mi piacciono molto di più i titoli di paragrafi, sottoparagrafi, tabelle nel colore di prima. Quello è uno dei motivi per cui preferisco l’Arte ad altre guide, dal punto di vista grafico. L’uso del neretto mi ricorda le guide dei pacchetti di LaTeX o di R: molto specialistiche e di… non proprio facile lettura Se uno degli intenti della nuova versione è “accattivarsi” il lettore medio, a mio avviso, i colori di prima sono migliori.

                      Il neretto permette di distinguere molto più facilmente, a colpo d’occhio, le sezioni. Quando ho scritto la prima versione di ArsClassica sono stato pesantemente influenzato dai dikat di ClassicThesis (gabbia strettissima, divieto assoluto di neretto): ora sono cresciuto. 😉

                      lucaiacolettig” post=108961Via elenchi di tabelle e figure? Quando consulto l’Arte, uso spessissimo gli elenchi di tabelle e figure per cercare dei contenuti che ricordo di aver visto in tabella di cui non ricordo il nome. Li trovavo molto comodi.

                      Mah, per me si fa molto prima a scorrere rapidamente il PDF (meglio se visto in due pagine affiancate) che a leggersi una colonna di nomi…

                      lucaiacolettig” post=108961I capilettera sono finiti in una guida aggiuntiva? Mi piacevano… sebbene mi renda conto non siano essenziali.

                      Nei Complementi (sul mio sito) c’è un intero capitolo dedicato ai capolettera. E poi, ovviamente, c’è l documentazione di lettrine. Per me, sono un barocchismo abbastanza inutile.

                      lucaiacolettig” post=108961Nella mia tesi sto usando i back references. Ritengo sia utile, consultando la bibliografia, per rendersi conto del motivo (nel testo) del riferimento ad una voce bibliografica.

                      Prova a farne a meno: non ne sentirai la mancanza. E la tua bibliografia ne guadagnerà in leggibilità: tutte quelle puntigliosissime righe “Citato a p. …” sono più fatidiose che utili.

                      lucaiacolettig” post=108961Meno male che ho la versione precedente dell’Arte salvata in locale.

                      Addirittura! Se vuoi ti passo l’Arte del 2008… 😉

                      A presto,
                      L.

                      P.S. Ti ringrazio perché, in un’altra discussione, mi hai fatto venire in mente l’opportunità di inserire una nota a margine, a mo’ d’esempio: la trovi a pagina 51.

                      in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108721
                      lorenzo.pantieri
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                        Carissimi, ho appena aggiornato la guida sulla base delle osservazioni di OldClaudio, della cui perizia TeXnica sono sempre ammirato.

                        http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf

                        Questa versione dell’Arte mi piace molto: agile e semplice, ora più che mai “evita come la peste i TeXnicismi”.

                        Ad alcune delle obiezioni di Claudio non so rispondere nel modo migliore: chiedo il vostro aiuto. Altre osservazioni di Claudio, forse fin troppo precise, rischiano di complicare eccessivamente l’esposizione. In fondo anche in matematica, la disciplina più precisa di tutte, a volte capita di fare dei piccoli abusi di linguaggio, per amor di semplicità. Una guida di base come l’Arte, a maggior ragione, deve essere un compromesso (buono, si spera) tra esattezza e facilità. Pensiamoci!

                        Ecco i principali cambiamenti.

                        1. Ho corretto alcuni refusi segnalati da Claudio.

                        2. L’ultima revisione di LaTeX è del 2016. L’ho scritto a pagina 3.

                        3. Ho eliminato il riferimento alla codifica utfx.

                        4. A pagina 10 ho scritto ex novo questo paragrafetto:

                        Un pregio di TeXworks e TeXShop è la capacità di interpretare i commenti speciali, cioè “righe magiche” che configurano l’editor in modo automatico, fissando una volta per tutte le impostazioni più importanti del documento. In questo modo si evitano all’utente i problemi descritti nel paragrafo 3.2.1 a pagina 17, e si possono gestire facilmente anche progetti suddivisi in più file come una tesi o un libro. Per maggiori dettagli, si veda [Beccari e Gordini, 2016].

                        Che ve ne pare?

                        5. A pagina 16, ho riformulato così:

                        T1 è la codifica dei font usati per scrivere in italiano e in molte altre lingue occidentali […].

                        Prima parlavo di T1 come di “codifica di output”, ma Claudio mi ha detto che non esiste niente del genere.

                        6. A pag. 17 scrivo:

                        Un ulteriore aspetto da tenere bene a mente, spesso fonte di grattacapi e danni a volte irrimediabili, è il rapporto tra la codifica con cui è scritto un sorgente e quella con cui è impostato l’editor in uso, che devono coincidere, altrimenti aprendo un file sconosciuto si potrebbero vedere caratteri bizzarri sullo schermo.

                        Claudio però osserva:

                        OldClaudioCi sono tre cose da tenere presente: (1) la codifica con cui si immette il testo da comporre nell’editor; (2) la codifica con cui l’editor salva il file su disco; (3) la codifica specificata a LaTeX da usare per interpretare correttamente i caratteri che trova nel file sorgente.

                        Non sono riuscito a riformulare quello che ho scritto senza complicare troppo l’esposizione, per cui ho lasciato tutto com’era. Se avete proposte, sono qui.

                        7. A pag. 20 Claudio mi segnala un errore nella riga
                        `\begin{ambiente}[<...>]{<...>}
                        `
                        ma non capisco dev’è l’errore.

                        8. Nella tabella 6 a pag. 21, ho messo “Maiusc” al posto di “Shift”.

                        9. A pag. 25 scrivo:

                        La prima informazione che LaTeX si aspetta di trovare nel sorgente è il tipo di documento che si desidera realizzare (la classe, in gergo), da specificare di norma come prima cosa con il comando \documentclass.

                        Claudio infatti dice che:

                        OldClaudioAnche gli ambienti filecontents e filecontents* possono apparire prima di \documentclass. È logico: il loro contenuto non viene composto all’interno del documento. Analogamente si possono inserire prima di \documentclass anche comandi e/o dichiarazioni che non producono testo; per esempio può venire definito un nuovo switch con \newif, per poterne usare lo stato anche fra gli argomenti facoltativi di \documentclass. Magari è un uso avanzato, ma eviterei di usare “primissima cosa”; io forse scriverei “di norma \documentclass è la prima cosa da scrivere in un documento .tex, a parte i commenti speciali (di cui si parlerà più avanti)”

                        Quello che dice Claudio è ineccepibile. Non sempre \documentclass è la prima istruzione. Quasi sempre è così, con l’importante eccezione, fra l’altro, delle righe magiche. Però ora ho paura che il lettore si chieda il perché di quel “di norma”, domanda che nella nuova Arte non ha risposta. Che ne dite?

                        10. Claudio contesta il termine “interlinea” usato nell’Arte e propone (se ho capito bene) di sostituirlo con “avanzamento di riga”.

                        OldClaudioCome mi sono sgolato infinite volte a dire, l’interlinea è lo spazio fra due righe adiacenti; quando la tipografia era “metallica”, l’interlinea era effettivamente una striscia di metallo interposta fra due righe adiacenti di caratteri da stampa. Quindi con \singlespacing si imposta l’interlinea al 20% del corpo, eccetera. In realtà il fattore suggerito dal nome “single”, “onehalf” e “double” serve per moltiplicare lo scartamento (detto anche avanzamento di riga) che all’interno di LaTeX viene chiamato \baselineskip e che di default vale 1,2 volte il corpo del font in uso.

                        Continuo a preferire “interlinea”, anche se improprio, perché più diffuso. È un leggero abuso di linguaggio che per me ci può stare. Ma forse c’è qualcosa che mi sfugge. Che ne dite?

                        11. Nella tabella 12 di pag. 39 dico che “m-width” è la larghezza della M nel font in uso.

                        OldClaudioNo, la larghezza della M è casuale, nel senso che con il font Romano Quadrato sarebbe giusto. Ma 1em è circa uguale al corpo del font in uso; Se si chiede a LaTeX di stampare l’uno a fianco dell’altro il valore in punti di 1em e della larghezza di M, si avrebbero delle grosse sorprese, fino ad avere la larghezza della M pari a circa 0,5em; provare per credere.

                        Ahia. E allora che cosa scrivo nella tabella? Scrivere che “m-width è la larghezza della M nel font Romano Quadrato” mi sembra molto criptico. Che fare?

                        12. A pag. 40 ho menzionato \include e \includeonly:

                        Un metodo alternativo, utile se si devono comporre documenti di grandi dimensioni, è costituito dalla coppia di comandi \include e \includeonly, la cui sintassi è spiegata in [Beccari, 2016].

                        Facile, no? 😉

                        13. A pag. 44 ho tolto:

                        L’opzione italian di babel definisce il comando “/, utile per andare a capo dopo la barra nelle espressioni che comportano l’alternanza tra due possibilità. La scrittura modulazione”/demodulazione, per esempio, produce modulazione/demodulazione se si trova all’interno di una riga, modulazione/ demodulazione se invece si trova alla fine.

                        Forse Claudio non sarà d’accordo, ma questa finezza mi è sempre sembrata un eccesso di zelo. Tanto più nella nuova Arte, che vuole semplificare le cose al massimo. Via.

                        14. A pag. 45, nell’esempio
                        `CEE. Poi CE. Ora UE. \\
                        CEE\@. Poi CE\@. Ora UE\@.
                        `
                        ho aumentato lo spazio dopo il punto fermo, per evidenziare la differenza. Se serve aumento ancora. Che dite?

                        15. A pag. 47 ho modificato l’esempio così:

                        Non così… ma così: \\
                        Londra, Parigi\dots{} Berlino.

                        16. A pag. 54, scrivo:

                        Di seguito si riportano alcune convenzioni tipografiche comunemente seguite nella composizione delle liste (le stesse osservate in questa guida):
                        • ogni voce di un elenco semplice (i cui elementi sono costituiti da un solo enunciato) comincia con l’iniziale minuscola e termina con il punto e virgola tranne l’ultima, seguita dal punto fermo;
                        • ogni voce di un elenco complesso (in cui almeno uno degli elementi sia composto da più di un enunciato) comincia con l’iniziale maiuscola (anche dopo il segno di due punti) e termina
                        con il punto fermo.

                        Claudio però dice:

                        OldClaudioPuoi non essere d’accordo, ma la differenza sostanziale fra elencazioni ed enumerazioni sta nel loro ruolo grammaticale, non tanto nel fatto, per altro importante, che le etichette di una enumerazione siano usabili per le crossreference. L’Articolo di Hunter su Ars 19 dovrebbe essere molto chiaro su questo argomento, anche se non è un dogma.

                        Non capisco la sua obiezione.

                        17. A pag. 59, scrivo:

                        Le norme emesse dall’UNI hanno valore di legge (per cui se un documento per uso legale viene scritto in modo conforme a esse non perde tale valore) ma nella versione originale le si può consultare soltanto tramite un servizio a pagamento.

                        Claudio aggiunge:

                        OldClaudioQui si potrebbe citare il documento prodotto dal NIST (USA) sp811.pdf, che è gratuito e contiene indicazioni conformi agli standard ISO e UNI, tranne per quel che riguarda la lingua, perché si riferisce solo all’inglese. Tuttavia è un pozzo di informazioni e vale tanto oro quanto pesa.

                        Credo sia un’indicazione eccessivamente tecnica per il lettore dell’Arte, che è un utente “normale”.

                        18. A pag. 68 ho modificato il testo così:

                        Può accadere, anche se di rado, che la spaziatura scelta da LaTeX per le formule risulti insoddisfacente. Per modificarla si usano i comandi raccolti nella tabella 24 nella pagina successiva. Analogamente a quanto avviene in modo testua- le (si veda il paragrafo 3.13), i comandi \quad (quadrato) e \qquad (quadratone) producono rispettivamente uno spazio di 1 e 2 em.

                        Va bene?

                        19. A pag. 75 presento l’ambiente split.

                        OldClaudioPer vari motivi, spiegati nella documentazione di amsmath, sarebbe sempre preferibile l’ambiente aligned che si usa esattamente come split; il risultato sembra lo stesso, ma la differenza consiste nello spazio impegnato orizzontalmente e quindi la cosa influisce sull’intera formula di cui split o aligned è parte.

                        Io continuo a preferire split perché lo trovo più immediato e intuitivo. Ho lasciato così.

                        20. A pag. 76 ho menzionato “gathered” e “aligned”, utili ma un pochino “pro”. Il lettore interessato se li studia sulla documentazione di amsmath, e siamo tutti contenti.

                        Per raggruppare più formule con una parentesi, magari da integrare con del testo esplicativo, LaTeX definisce i due ambienti gathered e aligned. Si veda la documentazione di amsmath per la sintassi.

                        21. A pag. 97 presento il comando \\[].

                        OldClaudioDare più respiro ad una tabella si ottiene con \arraystretch; Questo agisce su tutte le righe, mentre \\[] agisce solo fra due righe consecutive. Una soluzione non esclude l’altra; dipende dalla tabella e dal contenuto delle celle. Ma devono essere conosciuti entrambi i comandi.

                        Giusto, c’è anche \arraystretch, ma dubito che serva al lettore dell’Arte.

                        22. A pag. 106 menziono Asymptote. Mi aiutate a completare la riga corrispondente della tabella 44?

                        23. A pag. 108, a proposito della larghezza relativa di sidecap, ho eliminato:

                        Il valore predefinito è 1.

                        24. A pag. 100, Claudio osserva che il codice in cima non produce la didascalia della figura 8. È voluto. Infatti dico che:

                        La figura 8 è stata inclusa nel documento con un codice del tipo:

                        Se dicessi
                        `Esempio d’uso di \pacchetto{sidecap}
                        `
                        dovrei dire che cos’è \pacchetto (sviando il discorso da sidecap), mentre se scrivessi
                        `Esempio d’uso di \textsf{sidecap}
                        `
                        sarebbe un cattivo LaTeX. Ho lasciato così.

                        25. A pag. 124
                        Il comando \printbibliography produce la sezione bibliografica con relativi titolo e testatina. Va dato immediatamente dopo le stesse sequenze di comandi già viste nel paragrafo 7.1 a pagina 115 per mandarne il relativo titolo nell’indice generale:

                        Claudio mi dice che:

                        OldClaudio
                        C’è una apposita opzione per il comando \printbibliography per inviare all’indice generale la bibliografia. Vedi la documentazione di biblatex.

                        Immagino che il comando sia
                        `\printbibliography[heading=bibintoc]
                        `
                        ma prima di cambiare quelle righe aspetterei conferma da un esperto di biblatex che ha sottomano l’ultima versione.

                        26. A pag. 124 ho scritto:

                        si compone il documento (almeno) altre due volte con LaTeX.

                        Prima non avevo scritto “almeno”. Ma Claudio osserva che:

                        OldClaudioAlmeno due; con le citazioni lunghe come autore anno o autore titolo, lo spazio usato dal rinvio potrebbe scomporre la pagina inficiando i riferimenti alle pagine; quindi una terza compilazione può rendersi necessaria.

                        27. A pag. 130 nella tabella 47, ho scritto “Sottovoce” al posto di “Sottolemma”. Ma non è un po’ ridicolo quel “Sottovoce”? Mi fa pensare a un bisbiglio…

                        28. A pag. 133 scrivo:

                        In linea generale, in un documento servono quattro famiglie di font:
                        • una famiglia con grazie per il testo principale;
                        • una famiglia senza grazie per scopi particolari;
                        • una famiglia a larghezza fissa per indirizzi Internet, codici e alcune parole di ambito informatico;
                        • una famiglia per scrivere la matematica.

                        Claudio:

                        OldClaudioMagari non hai voglia di scendere nei dettagli, ma le famiglie matematiche sono molte di più; LaTeX ne usa al minimo quattro quella per gli operatori, per le lettere (quella che esemplifichi qui), per i simboli e per i grandi operatori e delimitatori; ognuna in diversi corpi e due serie; se si usano altri stili di font da usare con \mathit, \mathbb, eccetera il numero di famiglie cresce; LaTeX può usare solo al massimo 16 famiglie (i font matematici OpenType richiedono una famiglia sola, ma si possono usare solo con XeLaTe e LuaLaTeX). Io qui scriverei “alcune famiglie” senza scendere in ulteriori dettagli.

                        Lo trovo un dettaglio eccessivo. Io qui uso “famiglia” in senso atecnico, come “raccolta di oggetti”. Quindi per me la “famiglia per scrivere la matematica” è formata da più sottofamiglie (quelle che Claudio chiama famiglie). Lascerei così.

                        29. A pag. 135 ho semplificato (e corretto) il paragrafo sulle lingue straniere.

                        30. A pag. 137, ho scritto che enumitem

                        Permette di personalizzare ogni aspetto degli ambienti standard per gli elenchi e di definirne di nuovi.

                        31. A pag. 140, scrivo:

                        Lo spazio sottile \, è preziosissimo per risolvere altri inestetismi: può servire per separare un apostrofo e le successive virgolette inglesi; per evitare fastidiose sovrapposizioni in certe sequenze: tra una lettera corsiva con tratti discendenti come la f e una parentesi tonda immediatamente prima, per esempio, oppure tra l’esponente di una nota al piede e ciò che lo precede.

                        Claudio:

                        OldClaudioLo spazio sottile è certamente utile, ma in certi casi è troppo grande, come per esempio nel caso del discendente della f corsiva o di tutti gli ascendenti (destri) seguiti da una parentesi aperta; talvolta questo succede anche con caratteri tondi; in questi casi invece di \, inserito fra i due elementi da separare, può essere più conveniente usare \/, detto correzione italica per le lettere inclinate del corsivo la richiedono abbastanza spesso; ma ci sono situazioni in cui la correzione italica si deve usare anche con il tondo, per esempio per scrivere l’unità di misura dei femtofarad fF. Non so che cosa faccia siunitx in questi casi, ma fF è una situazione problematica e \, inserirebbe uno spazio troppo grande.

                        Lascerei stare la correzione italica, è davvero una finezza.

                        32. Via la menzione a FloatBarrier di placeins.

                        33. A pag. 143, via la menzione alle norme UNI nell’introduzione del capitolo.

                        34. A pag. 143 ho scritto che l’accento acuto va preferibilmente solo sulle vocali e e o: é/É, ó/Ó.

                        35. A pag. 145, scrivo:

                        La lineetta isola nettamente un inciso all’interno del testo~—~ma in quest’uso la tipografia italiana preferisce il tratto~—~o segnala le battute in un dialogo.

                        Claudio osserva che il secondo non è un tratto: è vero, ma non deve esserlo: l’inciso è messo fra lineette. Forse però così la cosa è un po’ ambigua. Che ne dite?

                        36. A pag. 146, ho aggiunto che il maiuscoletto

                        Talvolta si usa per i titoli di certe sezioni.

                        37. A pag. 147

                        La corretta scrittura dei numeri interi di cinque o più cifre prevede uno spazio sottile ogni tre cifre a partire da destra

                        La parola “interi” l’ho aggiunta.

                        38. A pag. 148 in fondo

                        Le abbreviazioni si ottengono invece dal troncamento di una parola mantenendone una o più lettere iniziali seguite dal punto (come sig. o prof.).

                        Ho eliminato “prof.ssa” e “sig.ra” perché:

                        OldClaudioQueste sono abbreviazioni dei gerghi professionali come il burocratese e il commercialese. Nella recente pubblicazione a dispense “L’italiano — conoscere e usare una lingua formidabile’ (pubblicato come supplemento alla Repubblica e scritto da membri dell’Accademia della Crusca) si è dedicata un’intera dispensa all’italiano di genere in modo da no stravolgere il femminile rispetto al maschile; per signore e signora non c’è quindi nessuna necessità di abbreviare signora in sig.ra e per professore e professora (Crusca dicit) corrispondentemente non si usa una abbreviazione diversa rispetto a quella di professore e meno che mai si mette in evidenza la desinenza “essa”. Si può essere o non essere d’accordo, ma lo dice la Crusca.

                        39. A pag. 149, a proposito del JPEG, dico che:

                        È il più usato standard di compressione delle immagini fotografiche. Esegue una compressione con perdita di informazioni (cioè di tipo lossy). Insieme con il PNG, è il formato standard delle immagini bitmap da inserire in un documento da comporre con LaTeX.

                        Claudio mi segnala un errore in quel “PNG”, ma non capisco dov’è l’errore.

                        40. Ho sintetizzato leggerissimamente i capitoli sulla storia e la filosofia, sulle personalizzazioni, sulla revisione finale e sulle norme tipografiche, ciascuno dei quali ora occupa una pagina in meno. La nuova Arte è lunga 172 pagine, contro le 252 della versione precedente! Per me, la dieta le ha fatto benissimo.

                        41. Ho sintetizzato leggerissimamente il capitolo sulla revisione finale, che ora occupano una pagina in meno.

                        42. Idem per quanto riguarda l’appendice sulle norme tipografiche, che ora occupano una pagina in meno.

                        43. A pag. 151, ho ridotto all’osso l’elenco dei siti Internet.

                        43. Nella bibliografia finale, via il testo di Lesina, che Claudio dice essere obsoleto.

                        Per me, è forse la migliore Arte di sempre. Grazie a chi mi aiuterà a perfezionarla ancora!

                        in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108718
                        lorenzo.pantieri
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                          Elrond” post=108952
                          Ciao, scusa, non ho capito se fosse una smentita o una conferma del mio messaggio.

                          Tutto a posto! Attendo il log (prodotto da una distribuzione aggiornatissima! del sorgente che ho mostrato.

                          in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108716
                          lorenzo.pantieri
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                            illinguista1972″ post=108950
                            Questo recita l’inizio del mio log […]

                            Mi manca la riga di “article”. Per farla breve, vorrei tutto il log di questo:
                            `\documentclass[a4paper]{article}
                            \usepackage[T1]{fontenc}
                            \usepackage[utf8]{inputenc}
                            \usepackage[italian]{babel}
                            \begin{document}
                            Ecco il mio primo documento con \LaTeX.
                            \end{document}`

                            in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108711
                            lorenzo.pantieri
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                              egreg9″ post=108938

                              P.S. Nell’ultima versione aggiornata, in Matematica:
                              – via gli ambienti “gathered” e “aligned”, non indispensabili;

                              Già che ci sei, elimina il capitolo sulla matematica. Gli ambienti [tt]gathered[/tt] e [tt]aligned[/tt] sono molto importanti.
                              A me fanno molto comodo in tante situazioni, suppongo sia lo stesso per altri. Anzi, dirò di più: eliminarli significa nascondere
                              al lettore strumenti che si rivelano molto utili per evitare acrobazie con [tt]\notag[/tt] e simili.

                              http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf

                              Rimessi al loro posto.

                              Grazie 1000 Enrico!

                              in risposta a: L’Arte di scrivere con LaTeX: nuova edizione #108709
                              lorenzo.pantieri
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                                http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX_files/ArteLaTeX.pdf

                                Ho appena aggiornato il lavoro, sulla base di alcune osservazioni di OldClaudio, che ringrazio.

                                1. Ho sostituito il defunto “Sarovar” con “TeX Catalogue”.

                                2. Ho messo nella bibliografia il testo di Agostino De Marco “Scrivere la tesi di laurea in LaTeX”.

                                Posto che una rilettura integrale dell’opera male non fa, le priorità a mio avviso sono:

                                1. Chiarire i dubbi che ho espresso nel post precedente.

                                2. Scrivere bene il capitolo 2 (“Installare e aggiornare”). Non posso farcela da solo, anche tenendo conto che sono coinvolti più sistemi operativi. Per esempio, vi riporto una mail che ho ricevuto qualche tempo fa:

                                La procedura di installazione [di TeX Live] su Ubuntu a cura del Professor Gregorio, a cui la sua guida rimanda, a mio avviso è utile per l’utente più esperto ed esigente, ma non spiega la procedura più semplice, utilizzando i soli strumenti di sistema, che potrebbe tornare utile all’utente comune, o comunque a chi è alle prime armi.

                                In sostanza, leggendo le sue indicazioni e quelle del Professor Gregorio, si ha l’impressione che l’installazione di TeX Live su distribuzioni GNU/Linux sia possibile solo con una procedura molto complessa. Ma, per quanto ho potuto sperimentare, esiste una procedura molto più semplice ed ugualmente valida.

                                Le suggerirei dunque di rivedere questa sezione della sua guida, quantomeno per accennare anche alla procedura di installazione mediante gli strumenti di gestione dei pacchetti, che risulta molto più semplice. A tale procedura si fa già accenno nella GuidaGuIT, ma trovo che alcune indicazioni possano essere arricchite e aggiornate.

                                Grazie.

                                P.S. Nell’ultima versione aggiornata, in Matematica:
                                – via gli ambienti “gathered” e “aligned”, non indispensabili;
                                – via il paragrafo “Evidenziare formule” (è raro doverlo fare, e poi il codice proposto era davvero macchinoso e poco elegante).

                                Con quest’ultima sforbiciata, direi che la dieta è finita: la nuova Arte ha raggiunto il “peso ideale”…

                                in risposta a: sapthesis: una classe per le tesi della Sapienza #28155
                                lorenzo.pantieri
                                Partecipante
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                                  `\Corso[Laurea]{Finanza e Assicurazioni}`

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