luigi.scarso

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  • in risposta a: I 30 migliori font secondo DesignReviver #53682
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    Si tratta appunto di “graphic design”, che non necessariamente riguarda la tipografia. Anzi, in questo caso è certo che non la riguardi: la scelta di caratteri come Vintage e Gylphya lo fa capire benissimo. In una rassegna mirata alla tipografia non avrebbero la minima speranza di classificarsi. I caratteri con grazie presenti sono Tallys, Excelsior, Perpetua, Stempel Schneidler, Times New Roman, Stuart e Clarendon Light (altri sono “slab serif” e quindi vanno esclusi). In una rassegna per la tipografia non potrebbero mancare Caslon, Sabon e almeno un Garamond; ma anche Palatino, Optima e Gill Sans.

    Mi viene in mente che Gill Sans non potrebbe mancare nemmeno in una nella classifica per gli annunci pubblicitari. E Futura, dove lo mettiamo? 🙂

    Ciao
    Enrico

    Tipografia digitale include graphic design — in senso stretto.
    Al giorno d’oggi, un “grafico” che non si destreggia con i fonts e l’impaginazione
    ed un “tipografo” che non conosce i colori ed i “segni” statici e dinamici non vanno da nessuna parte.
    Sono certo che molti dissentiranno, ritenendo che la tipografia digitale riguardi solo i fonts,
    e che faccia parte di “qualcosa-design”, addirittura forse diversa da una “tipografia tradizionale”.

    Ma non è vero: se si tolgono i “caratteri”
    (nel senso di Unicode) semplicemente rimane il nulla.

    E’ possibile ad una rivista di moda
    togliere foto e colori, e quello che rimane è certamente invendibile ma mantiene la sua identità proprio grazie al testo. Se si tolgono tutti i caratteri (alfabetici, numerici) a due riviste di moda, sarà difficile distinguerle da un album di fotografie — ben fatto, per carità.
    Se poi togliessimo *tutti* i caratteri del repertorio unicode, ammettendo opportune corrispondenza e trasformazioni (del tipo “figura umana sdraiata” < carattere unicode xyzw ruotato etc) beh, rimarrebbe qualcosa di poco differente dal nulla. Se infine togliessimo tutto ciò che è possibile ottenere con ConTeXt mkiv (ed in futuro con lualatex), rimarrebbe il nulla. Oggi *tutto* è tipografia digitale.

    in risposta a: Manuale tipografico del Bodoni #52164
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    Me lo presti che lo fotocopio? 😯 😉

    Ciao
    Tommaso

    Nel frattempo (qualche secolo .. 🙂 ) alcuni libri fotocopiati su Bodoni si trovano anche su
    http://www.europeana.eu/portal/brief-doc.html?query=bodoni&view=table

    in risposta a: Manuale tipografico del Bodoni #52162
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    ordinato circa 2minuti dopo aver letto il post — per quel prezzo..

    in risposta a: Curiosità – Ringraziamenti tesi #50292
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    Che bella discussione di filologia. Chissà cosa ne pensa Tommaso, Il Linguista.

    Secondo me, Luigi, hai scelto dei dizionari eccellenti, ma che non seguono il metodo moderno (e internazionale) della specificazione della pronuncia mediante i simbolo IPA (International Phonetic Association).

    Entrambi usano il segnaccento sia come metodo per segnare dove l’enfasi della voce aumenta (accento tonico) e come accento fonico per marcare l’apertura della vocale. Inoltre uno dei due usa anche l’apostrofo per marcare l’apocope ( L’apostrofo si usa anche per marcare l’aferesi all’inizio delle parole, come per esempio “cos’è ‘sta cosa” — Ovviamente mi viene in mente solo una cosa colloquiale perché l’aferesi in italiano moderno non è così diffusa).

    Quando il Devoto Oli scrive po’

    scrive correttamente senza usare l’alfabeto IPA, nel senso che fra le parentesi acute, dove segna solo la pronuncia, non l’ortografia, il valore dell’accento è fonico. La trascrizione della pronunzia dell’altro dizionario mi sembra poco professionale, sicuramente la presenza dell’accento e dell’apostrofo sono mutuamente esclusivi e quindi scrivere pò’ lascia pensare a chissà che cosa.

    Certo in molte parole l’apostrofo o l’accento sono saltati fuori per motivi storici o per una diffusa consuetudine, anche se la regola dell’apocope mi sembra una regola abbastanza chiara e con pochissime eccezioni.

    Visto che ci sono, vorrei notare che i monosillabi che contengono un dittongo ascendente (con l’accento tonico sulla seconda vocale) sono sempre mercati con il segnaccento (tonico); l’esempio portato da Enrico di “già” rispetta la regola dei monosillabi con dittongo ascendente; volendo rispetta anche la regola non scritta o poco osservata di segnare con l’accento le parole che potrebbero confondersi con altre; e “gia” è una parola poetica oggi non più usata in italiano (ma sopravvissuta in molte lingue regionali) e vuol dire “andava”:

    Ella se n’ gia di beltà vestuta

    mi pare un verso che mi riecheggia nella memoria dai tempi delle medie.

    Concludendo: cercare su un buon dizionario moderno e affidabile; L’autore/curatore di un dizionario può essere un luminare, ma non necessariamente la tecnica usata per separare l’ortografia dalla pronuncia è adeguato.

    No, sono stato io gravemente impreciso (e orbo). Il TDM distingue tipograficamente due
    accenti: in
    pò’
    il segno sopra la o non è lo stesso dell’accento sopra la a come in
    città
    ma è più lieve.
    Mentre l’accento sopra la a è l’accento grafico e va messo,
    l’ accento tonico in pò’ non fa parte della sua ortogragrafia quindi il lettore sa che deve scrivere po’. Analogamente la grafia di mo e mo’.
    Il problema rimane per il tipografo che deve comporre il testo del dizionario: come indicare l’accento tonico rispetto al quello grafico ?
    Sicuramente con TeX non è un problema mettere un segno di “accento lieve” sopra una lettera, ma esiste un carattere unicode che lo descrive correttamente ?
    Io credo di si (forse 02CB MODIFIER LETTER GRAVE ACCENT).

    Il TDM riporta per le parole straniere la trascrizione fonetica seguendo IPA, mentre per le parole italiane ciò risulterebbe eccessivo: gli accenti tonici bastano.
    ll DO lo stesso, ma io preferisco il TDM (che ritengo uno tra i migliori esistenti).

    PS
    Questa non cambia la mia posizione per quanto riguarda pò’ etc. In sostanza non
    non sono infastidito neanche un po’ da pò’ .

    in risposta a: Curiosità – Ringraziamenti tesi #50290
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    Non credo proprio. Semmai si potrebbe accettare la grafia senza nulla, visto che “po” non si confonde con niente (il nome proprio del fiume non ha rilevanza, è lo stesso che per le note musicali). Una grafia con accento e apostrofo è bislacca, non la prendo nemmeno in considerazione e metto il sito di quel “dizionario” nella lista nera. 🙂

    L’accento non ci sta a fare niente. Quindi o niente, ma depreco, o apostrofo, come in altre apocopi sillabiche (mo’ to’). Certo, ci sono altri casi in cui invece si mette l’accento: fé, per esempio, che però è solo del linguaggio poetico; in piè l’accento ci va per la regola sui dittonghi che prevede l’accento in più, giù e già.

    L’accento grafico è segnato nei dizionari e nelle grammatiche per indicare il timbro aperto o chiuso; il TDM indica quindi
    pò’ sostantivo maschile invariabile , variante di poco
    pò’ avverbio (BassoUso) variante di poi
    Nel relativo inserto degli accenti scrive chiaramente che il troncamento di poco viene indicato con l’apostrofo (es. vuole un po’ di pane) e non con l’accento .
    Da notare come le due voci abbiano il medesimo accento greve sulla o.
    Il DevotoOli scrive in modo diverso:
    po’

    troncamento di poco e, più raramente, di poi (errato pò).
    dove

    è indica la pronuncia di po’.
    TDM è più rigoroso: non è errato scrivere pò’ (lo ha scritto due volte nel suo dizionario)
    ma ammissibile sono in un contesto grammaticale come forma sintetica per mostrare grafia e pronuncia. Infatti nell’esempio usa po’, perché il contesto non è già più quello grammaticale.
    Il DO non si pone il problema perché separa grafia da pronuncia, ma è meno rigoroso quando dice “errato pò” e non distingue i casi.

    Diversa questione per mo’/mo.
    TDM:
    mò avv. REgionale centromeridionale, adesso ora: mo vengo, mo basta..
    mò’ s.m.inv OBsoleto modo, maniera

    mó’ avv. variante di mo
    Il DO riporta le stesse cose in modo più compatto:
    mo ( o mo’) avv.
    Ora, adesso, in questo istante oggi con pronuncia chiusa: mo che facciamo ?
    mo’ (o mò) s.m.
    Abbreviazione di modo a mo’ di

    TDM è più preciso (mo ha pronuncia sia chiusa che aperta perché dipende dalla regione), mentre DO riporta in più che mò è variante di mo’ (TDM lo ritiene obsoleto
    e quindi forse non è necessario indicare le eventuali varianti).

    Comunque Tullio DeMauro è professore di Linguistica generale all’Università di Roma, il suo dizionario non si discute. La “notazione” scelta è quindi lecita: che piaccia o non piaccia al tipografo (digitale) che deve comporre il dizionario è irrilevante.

    La mia osservazione parte da pò’: perché non
    ammettiamo po,po’,pò e pò’ ? Non dico di estenderla e generalizzarla, al contrario:
    sarebbe l’eccezione che conferma (e richiama) la regola sugli accenti dei monosillabi.
    Soprattutto pò’ sarebbe una provocazione, anche se al giorno d’oggi, con l’immigrazione
    dai paesi dell’est sulle lettere si vedono lettere accentate di tutti i tipi: vedi la Repubblica Ceca (e non parliamo del vietnamita..comunque anche senza andare tanto distante nella lingua veneta (o dialetto veneto, se la cosa disturba) bambino si scrive puteło (puteo, putelo,putel), dove la l-tagliata richiama la Polonia).

    in risposta a: Curiosità – Ringraziamenti tesi #50288
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    Se poi eviti gli errori di ortografia come “pò” o il furto di lettere come in “cmq”, è meglio. 🙂 Nella tesi e qui. 😉

    Questa faccenda dell’apocope è contorta.
    Wikipedia (cfr Apocope) e l’Accademia della Crusca sono chiare:
    po’ per poco,
    pò è errato perché il carattere ò è errato, ci vogliono o + ‘ (due segni distinti)
    Semplice.
    Ma il TullioDeMauro e Wikionario (cfr. po’) dicono
    pò’ per poco
    e quindi pò ancora è errato ma questa volta perché incompleto.

    E questo è un errore che, almeno per me, va e viene a periodi (questo mi sembra il periodo del pò, mi pare)

    Probabilmente la grammatica prevede la non obbligatorietà degli accenti
    se non in certi casi, per cui pò’ è lecito scriverlo come po’ ma non perchè per perché
    e neppura citta per città.

    Ora a me parrebbe sensato metterci una croce sopra ed
    accettare tutte e quattro le forme le forme
    po’, pò’, pò e po,
    anche se su po non sono convinto

    in risposta a: come scrivere la s corsiva minuscola #50407
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    Calligrafia ≠ scrittura a mano dello scolaro. Il corsivo a mano che si insegna in Italia è terribile, con la calligrafia intesa in senso artistico non ha nulla a che fare. Oltre a ebraico e arabo dimentichi il cinese (e il giapponese) oltre agli alfabeti dell’India. Perdiamo alla grande!

    Si, ho scritto un generico “per quella orientale”

    Sono convinto che in certe situazioni sia lecito usare un “carattere da scrittura a mano”: pubblicità, riviste, effetti particolari in genere. Ma in un libro la useresti? Quel carattere non è male, d’accordo, ma riusciresti a reggere la lettura di un capoverso di quattro o cinque righe?

    No, certo, solo qualche frase — è stato pensato per questo.
    Ma è come un pò per fonts tipo nunziali, ci vuole Zapfino
    per capire che il bello è possibile anche se scrivere tutto il testo con zapfino non ha ugualmente senso ai fini della leggibilità.

    Forse più che tipografia digitale è grafica digitale, ma ormai il confine
    va sfumando.

    in risposta a: come scrivere la s corsiva minuscola #50405
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    La scrittura “a mano” non ha diritto di cittadinanza nella tipografia. E quella “s” è proprio brutta. 🙂

    Esistono font che imitano la scrittura a mano, ma non ne ho mai visto uno meno che indecente, se si eccettuano alcuni font “calligrafici”, quelli per gli annunci di matrimonio, per intendersi.

    Ciao
    Enrico

    ReenieBeanie non è male
    http://code.google.com/webfonts/family?family=Reenie+Beanie&subset=latin

    La calligrafia è una forma artistica di scrittura a mano, ed ha ispirato metafont; Zapfino è uno capolavoro.

    Per il mondo orientale (arabo,ebraico) è il contrario: la tipografia digitale è prima di tutto imitazione della scrittura a mano, e per quella orientale è lo stesso.

    Se si va alla conta mi sa che perdiamo.

    in risposta a: Composizione di dizionario: indice secondario #50355
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    Mica vero:
    http://www.boekplan.com

    Per adesso, quel problema del dizionario mi assilla. Per caso avrebbe dei suggerimenti, da implementare in LaTeX?

    Grazie di nuovo

    No perché … uso ConTeXt 😀

    Ma scommetto che entro le 20:00 avrà almeno una risposta corretta.

    CMQ, per i libri non punterei tanto su editori che conoscono LaTeX, quanto su quelli che accettano il pdf. LaTeX richiede sempre una certa dose di programmazione che un editore non necessariamente ritiene di sua competenza — costa tempo quindi denaro.
    Un autore (pdf)LaTeX con un certo “allenamento” è in grado di produrre il pdf finito senza alcun successivo intervento di editing.

    Indesign & Quark sono diversi, la programmazione richiesta è minima.

    in risposta a: Composizione di dizionario: indice secondario #50353
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    Dovresti anche vedere ConTeXt, allora.

    Purtroppo ConTeXt non è per me un’opzione possibile in questo momento. Le case editrici (quelle disponibili ad accettare impaginati non in InDesign o Quark) non accetterebbero altro che LaTeX/XeTeX. Inoltre, diversi package che uso non sono ancora disponibili per ConTeXt.

    Mica vero:
    http://www.boekplan.com

    in risposta a: Composizione di dizionario: indice secondario #50351
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    Salve,
    mi presento: mi chiamo Guido Sette, e collaboro come fotocompositore freelance con alcune piccole case editrici, in Italia e Francia, soprattutto nel mondo non-scientifico. Grazie ad alcuni amici ho scoperto da pochi mesi TeX, LaTeX e XeLaTEX, e ne sono entusiasta. Quando posso li uso invece di InDesign o Quark. I risultati sono senza dubbio superiori e danno maggiore soddisfazione non solo ai committenti, ma anche a me, come artigiano. Sono molto grato ai membri di questo Forum, per la qualità delle risorse e delle risposte che vi si trovano.

    Dovresti anche vedere ConTeXt, allora.

    in risposta a: Problema con MacTeX 2010, ClassicThesis e empheq #50304
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    Ciai a tutti. Sono appena passato alla MacTeX 2010. Tutto bene, a parte questo strano errore.
    `\documentclass{scrreprt}
    \usepackage{empheq}
    \usepackage{classicthesis-ldpkg}
    \usepackage{classicthesis}
    \begin{document}
    Prova.
    \end{document}
    `
    `! LaTeX Error: Option clash for package graphicx.`
    Il problema si risolve caricando empheq dopo ClassicThesis.

    Mah.

    Ciao,
    L.

    passa a ConTeX mkiv

    in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49398
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    Correggimi se sbaglio. Le stampe “landscape” sono meno leggibili di quelli “portrait”: l’occhio fatica a seguire una riga troppo lunga.

    Si, è vero. Io sono più drastico: l’ A4 è sbagliato, il formato giusto è
    quello dello springer graduate e undergraduate (i libri gialli per intenderci).
    Addirittura un mio catalogo (ovvero una serie infinita di tabelle spezzate,
    tutte con filetti) viene moooolto meglio se scalato (neanche reimpaginato) su un formato di carta simile a quello della springer che non rispetto a l’A4 (sull’A5 è un orrore) — ma ovviamente costa di più rispetto all’A4 ed all’A5 (per la stampa digitale dove SRA3 è il foglio di base).

    Il problema è, come ha mostrato Eco nel libro “Vertigine della lista”,
    da sempre l’uomo fa “liste” e le fa ovunque: nelle costruzioni, nei quadri,
    negli utensili (la tastiera è una “lista” di tasti), negli algoritmi, quando scrive: un libro è una lista di capitoli che a sua volta… .
    Liste, tabulati, tabelle sono nel DNA umano: le cerchiamo, le facciamo
    e si sentiamo a nostro agio quando sono ben fatte — e lo sappiamo in modo instintivo quando lo sono.Questo è il dramma della tabella:
    “sentiamo” che non va, non sappiamo bene come porre rimedio.

    OK, abbondantemente OT, io lascio qui.

    in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49395
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    Uno si fa già un’idea del voto sentendo l’esposizione o leggendo il tema; a quel punto va a guardare se l’idea è coerente con le griglie accettate, guardando in linea di massima anche la riga sopra e quella sotto.

    Esatto: il punto fondamentale è che in Occidente abbiamo un senso preciso di lettura: le righe del testo vanno dall’alto al basso, una riga da sinistra a destra e nelle tabelle cerchiamo prima le righe e poi le leggiamo nel senso delle colonne; letta una riga eventualmente la correliamo con qualche riga vicina e dopo basta, per il momento la tabella ha esaurito il suo scopo. Quindi se si spezza la tabella si rende difficile la correlazione, mentre se traspone si rischia che il lettore storca il collo o giri il foglio. Insomma fare una tabelle non è facile, a volte meglio una lista (e comunque poi si fa quel che si deve).

    in risposta a: Ancora sulle tabelle… #49393
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    Io pensavo a questo, che non richiede né di girare il foglio né di torcere il collo.

    Anche se in algebra lineare si può operare con le trasposte,
    non vale in tipografia: una tabella ha una precisa struttura di righe e colonne
    e la sua trasposta il più delle volte non è equivalente rispetto allo scopo della tabella, ovvero sintetizzare informazioni.
    Certo, a volte è meglio oppure identica all’originale;
    se è meglio vuol dire che l’autore non ha capito qualcosa dei suoi dati.
    Ripeto: una tabella troppo lunga è una tabella fatta male.
    Se trasponendola viene bene vuol dire, appunto, che l’originale era fatta male.
    La tabulazione di dati è un’altra cosa, come anche il typesetting di cataloghi.

    PS
    Al solito chi è senza peccato scagli la prima pietra.

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