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@Fabrizio, mi hai fatto scoprire una cosa che non sapevo; la longtable incrementa il contatore delle tabelle anche se non usi caption.Per cui devi fare due cose:
1) cancellare “Tabella \thetable: dalla intestazione della longtable nelle pagine successiva alla prima (l’\head normale)
2) arretrare il contatore delle tabelle di una unità prima di aprire la longtable
`\addtocounter{table}{-1}
\begin{longtable}{*{13}{c}} `Vedrai che la numerazione delle tabelle nella \listoftables è corretta con i numeri sequenziali.
Ma, c’è un problema: se usi hyperref questo usa delle ancore e dei bersagli per i link ipertestuali che fanno riferimento ai numeri degli oggetti da collegare ipertestualmente. decrementando il contatore delle tabelle di una unità, avrai due oggetti numerati con lo stesso numero, la tabella che precede la longtable e la longtable stessa, anche se il numero non si vede. perciò non puoi collegare la longtable con un \label per poi farvi riferimento con un \ref o \pageref o simili; questo inconveniente ce l’hai solo se usi hyperref.
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Secondo me non serve fancyhdr, oppure può servire, ma suando solo la parte centrale.Il punto è che devi definiriti una scatola composta con \parbox o minipage, magari usando anche lrbox per caricare la scatola; il \parbox o l’ambiente minipage lo definisci di larghezza pari a \textwidth e poi lo carichi con \includegaphics per i due loghi e con semplici righe di testo per le altre informazioni. Supponiamo che la scatola di cui sopra si chiami \testatina; ben a questo punto se vuoi usare \fancyhdr carichi al parte centrale con `\fancyhead[LR]{\smash{\usebox{\testatina}}}`
Per sapere come usare \parbox o minipage e lrbox consulta la guida tematica, qui sopra nella sezione documentazione, intitolata LaTeX handbook commentato.
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No, il tuo non è un esempio compilabile, perché hai messo in puntini che non dicono che cosa c’è davvero; Ora siccome nelle pagine successive alla prima usi \thetable, questo numero da dove viene” viene dal comando \caption che è fra i puntini. Perciò l’intera longtable ha un numero che viene richiamato nelle intestazioni di colonna successive alla prima ma non viene incrementato nessun contatore e quindi, giustamente, le pagine della stessa tabella, le pagine successive alla prima sono continuazioni di un unica tabella e non nuove tabelle; perciò nella lista delle tabelle non è quella intestazione che produce un salto della numerazione.Se tu trovi dei salti di numerazione, allora hai fatto qualcos’altro, ma non sono queste longtable a produrlo.
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Non dovrei dirtelo, ma un’occhiatina al testo di Wilson con texdoc memdesign, specialmente a pagina 20 non guasterebbe. Anche un’occhiatina a geometry con texdoc geometry non guasterebbe
Sai, marginratio, oltre al suo significato inglese del tutto trasparente (margin ratio == rapporto fra i margini (grande su piccolo)) viene usato da geometry. Marginparwidth e marginparsep oltre al loro significato trasparente (margin par width == larghezza di un capoverso marginale (nel margine); margin par sep == separatore di un capoverso marginale (dal testo principale)) sono quelle cose di cui non vuoi parlare nell’Arte, ma che bisogna conoscere. Eppure le note marginali (\marginpar) nelle prime versioni dell’Arte le usavi, quindi sapevi benissimo che cosa sono i “margin par”.Venendo al tuo caso, visto che si parla di terminologia inglese, il documento di Wilson è prezioso; non parla solo dei formati della carta ma anche dello stock size e del trim size (la pagina “lorda” e la pagina rifilata). Io non so se le dimensioni che hai scelto per soddisfare i vincoli che vuole Lulu vadano bene con ClassicThesis, cioè per riprodurre il formato di CT su una pagina più piccola della pagina A4 per la quale è stata pensata. Secondo me usare le proporzioni di circa 2:1 per la gabbia del testo di CT su una pagina rifilata così piccola non va assolutamente bene, ma io non sono mai stato un estimatore di CT, quindi sotto questo punto di vista il mio parere è affetto da un grave pregiudizio. Non tenerne conto.
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Non piace nemmeno a me.Comunque hai certamante presente il §3.10.3 che qui ti riporto integralmente:
3.10.3 Greek
The Greek localization module requires UTF-8 support. It will not work with any other encoding. Generally speaking, the biblatex package is compatible with the inputenc package and with XeLaTeX. The ucs package will not work. Since inputenc’s standard utf8 module is missing glyph mappings for Greek, this leaves Greek users with XeLaTeX. Note that you may need to load additional packages which set up Greek fonts. As a rule of thumb, a setup which works for regular Greek documents should also work with biblatex. However, there is one fundamental limitation. As of this writing, biblatex has no support for switching scripts. Greek titles in the bibliography should work fine, provided that you use Biber as a backend, but English and other titles in the bibliography may be rendered in Greek letters. If you need multi-script bibliographies, using XeLaTeX is the only sensible choice.::
Per ora non lo so; spero di arrivarci, anch perché leggendo la documentazione sembrerebbe che sia possibile; per altro con xelatex e con il file .bib in utf8 non dovrebbe essere un problema grosso; è solo questione di selezionare la sillabazione fiusta per le due lingue che usano i due alfabeti.Ma non voglio dire cretinate prima di avere sperimentato come si deve.
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Mah, in realtà era necessario lavorare fuori dal forum, perché il dialogo è stato veramente intenso e ci siamo scambiati via dropbox file di quasi 100MiB 😯La bibliografia era stata composta con JabRef e una codifica diversa dall’utf8; abbiamo quindi dovuto rimettere a posto la codifica e rimettere a posto qualche erroretto tipo graffe mancanti, entries duplicate, virgole duplicate e simili, citazioni senza la corrispondente entry nel database, talvolta per un refuso, talvolta per una vera omissione; ma siccome i riferimenti elencati sono diverse centinaia era particolarmente difficile trovare gli errori, specialmente su una macchina come quella di @Cris77, dove lo shell editor lavora in nonstopmode. Io lavoro sempre con errorstopmode, quindi gli errori li ho trovati ad uno ad uno. Non erano molti, (io ne avrei fatti certamente di più se avessi dovuto predisporre un file .bib così grande) ma erano fastidiosi.
@cris77 ha fatto un ottimo lavoro; diventerà sicuramente un’esperta di LaTeX e potrà diffondere “il verbo” fra i suoi colleghi nel dipartimento dove lavora. 🙂
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Siccome \foreignlanguage, otherlanguage e \selectlanguage sono conservati in polyglossia, non ho provato, ma sono sicuro al 99,99% che scrivere babel=other funzioni perfattamante anche con polyglossia. il restante 0,01% di dubbio mi resta per il motivo che ho esplicitato sopra in risposta ad Enrico; in effetti il baco è in otherlanguage, perché usa i pattern della lingua specificata, ma non usa le impostazioni delle altre caratteristiche della lingua, per esempio il fatto che l’apostrofo debba essere trattato come una lettera (cioè con un \lccode diverso da zero).Forse per un lavoro con la lingua principale inglese, ma con citazioni in francese e in italiano, catalano, romancio, friulano, eccetera, converrebbe avere il campo hyphenation riempito per l’inglese, e aver specificato prima di \printbibliography una lingua con la definizione degli apostrofi.
Forse, visto che le impostazioni dei pattern sono diversi con polyglossia, questo inconveniente di otherlanguage non si presenta.
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Enrico, ti ringrazio.Avevo letto sulla documentazione di biblatex anche questa faccenda di hyphenation. Ma non mi convinceva la descrizione data nella documentazione.
Ora vedo che a pagina 54 della documentazione c’è scritto proprio quello che tu hai esemplificato così bene. Ma il fatto che se specifichi per ultimo american, in modo che funzioni da lingua di default e poi l’apostrofo impedisca la sillabazione delle parole italiane composte con l’elisione dell’articolo o della preposizione articolata mi fa capire che l’ambiente otherlanguage{…} di cui si parla nella pagina 54 non funziona come dovrebbe.
In un testo normale, non composto dentro l’ambiente thebibliography, otherlanguage{lingua} seleziona la lingua con un comando \language=\l@lingua per avere la sillabazione di lingua, senza cambiare le parole infisse come Chapter e simili, cioè senza eseguire \chapterslingua; è possibile che eviti di attivare e di disattivare le cose specifiche di una lingua (pensa alle specificità della tipografia francese).
Ora l’apostrofo con \lccode diverso da 0 vale per l’italiano e per tutte le altre lingue che usano l’elisione vocalica come l’italiano. Non direi che \lccode dell’apostrofo valga 0 solo per l’inglese, perché ci sono molte lingue gestite da babel per le quali questo \lccode è diverso da 0. Mi stupisco che biblatex non sappia fare di meglio, a meno che il baco non sia dentro otherlanguage, ma mi pare di no, per lo meno a me non è mai capitato di scontrarmi con questa cosa.
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Sono almeno 10 anni che l’opzione italian di babel usa il carattere attivo ” e non si sono mai visti problemi di sorta, se non che le virgolette doppie, che non bisogna usare mai nel file sorgente, se non per gli usi previsti dall’opzione italian, di solito non appaiono. Non solo ma tranne che in inglese, cioè tranne per l’opzione english di babel o di uno dei suoi “dialetti” il caratter ” è sempre definito attivo con funzionalità diverse; credo che i primi ad usare questo carattere come attivo siano stati i tedeschi una ventina di anni fa. Quindi le virgolette doppie non hanno nulla a che vedere con il tuo problema.Infatti il tuo file minimo funziona benissimo sulla mia macchina.
::Comunicazione di servizio: ti ho scritto il riferimento bibliografico mancante nella conversazione sull’effetto transistore. Sinceramente quell’argomento l’ho trovato solo su due libri e non mi ha mai convinto pienamente (lo trovo un po’ troppo disinvolto).
Ti confesso che ho ricevuto il messaggio di servizio, ma sono impegnato in tali e tante cose che non ho avuto tempo di esaminarlo, né mi ricordo nemmeno più di cosa si trattasse. Devo andare a ripassare, perché la mia memoria non è più quella di un tempo.
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