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Pacchetto fancyhdr; non è banale, quindi leggine con attenzione la documentazione: apri una finestra comandi (Start o Avvio -> programmi -> cmd) ; scrivici dentro il comando texdoc fancyhdr; premi il tasto Invio/Enter/Return (dipende dalla tua tastiera); leggi la documentazione che ti si apre in un’apposita finestra.Se usi la classe book non cambiare numerazione distinguendo le paigne iniziali, l’introduzione e il copro centrale del tuoo documento/tesi. usa un’unica numerazione; se vuoi cambiare la pagina di apertura degli indici dopo il titolo, usa \openany, ma per il corpo principale del documento usa \openright.
Quando usi openright lo stile delle pagine sarebbe meglio che fosse hadings, con le testitine di sinistra (capitolo) e di destra (sezione) diverse. Le testaitne servono appunto per la “navigazione” nel libro/documento/tesi; mettere solo il titolo del capitolo sia a sinistra sia a destra, ti permette solo di sapere in quale capitolo ti trovi, ma non a che punto del capitolo sei.Proprio perché ci tieni a comporre la tua tesi magistrale bene, non inventarti stili e disegni delle pagine; usa solo stili tipograficamente consolidati per il tipo di documento; la tua tesi è un testo fortemente strutturato, con capitoli, paragrafi, sottoparagrafi, eccetera. La numerazione degli oggetti, figure, tabelle, equazioni, eccetera, vien fatta per capitoli. Lascia fare a LaTeX. poi a lavoro finito puoi aggiustare qualcosa che ritieni necessario. Ma deve essere veramente necessario, non uno sfizio.
Un aspetto di pagina simile a quello che hai descritto, ma con le testatine destre e sinistre diverse, si ottine con la classe toptesi; Il pacchetto TOPtesi fa parte di ogni installazione (TeX Live o MikTeX) aggiornata e completa del sistema TeX; se ti interessa leggi la documentazione con texdoc toptesi-it. La documentazione in italiano ti da anche alcuni consigli di composizione della tesi, non solo come usare toptesi per comporla. È per questo che la documentazione sembra lunga, o meglio, è lunga.
16 Giugno 2020 alle 8:09 in risposta a: [risolto] eliminare underfull e overfull \hbox e \vbox #118198::
Sì, sono d’accordo, ma qualche volta il programma di composizione ha bisogno di un po’ di aiuto.
Guarda, sto componendo per i miei figli e nipoti, un testo che sarebbe pomposo chiamare autobiografia, in realtà riguarda solo i miei primi anni, quando ero un ragazzino. Si tratta di solo testo, con l’inserimento di vecchie foto o altre immagini. quindi mi sarei aspettato solo qualche Overfull vbox, per pagine troppo piene, o Undefull vbox, per pagine con spazi verticali troppo allargati. Macché; anche il puro testo talvolta ha righe che sforano il margine. Ci vuole un po’ di aiuto; per le pagine sono riuscito a creare un comando condizionale in cui se manca troppo poco spazio alla fine di una pagina, la lascio tronca; la parte difficile, è definire che cosa si intende per troppo poco; quindi comando con un argomento facoltativo dove specifico di quante righe ho bisogno per mettere una frazione decente di quel che segue. per le righe orizzontali ho seguito le indicazioni che ti ho scritto e sono sempreriuscito ad apportare le piccole modifiche necessarie.
Si potrebbe giocare sulle varie penalità e tolleranze, ma si rischia che la cura sia peggio del male. Nulla è perfetto, ma LaTeX e i compositori basati su LaTeX fanno un lavoro eccellente.
15 Giugno 2020 alle 11:29 in risposta a: [risolto] eliminare underfull e overfull \hbox e \vbox #118196::
Stano, Davide, che usi LATeX da tempo e non conosci queste piccole cose che son l’ABC.
Capisco che dopo un po’ ci si fa l’abitudine e finalmente ci si dimentica di dettagli poco significativi.a) i numero fra parentesi quadre sono le informazioni delle pagine spedite al file di uscita; non fanno parte di nessun messaggio d’errore, ma, per esempio, nel tuo ultimo esempio di codice, l’avviso di “scatola riempita poco”, che ha una “bruttezza” di 3724, ha avuto luogo mentre il programma di composizione stava componendo la pagina 20; poco dopo invia fuori la pagina 21.
b) Underfull hbox significa che una riga del testo in un qualche capoverso, del quel sono mostrate i numeri di riga iniziale e finale, è risultata ripempia poco; cioè lo spazio interparola è stato allargato troppo. Vien indicata la bruttezza, che risulta da un calcolo piuttosto complesso, ma sostanzialmente non devi preoccupartene se non supera il valore approssimativo di 2000 o 3000; vedi che l’intervallo è piuttosto largo, ma non è preoccupante.
c) Invece Overfull hbox singifica che la riga, anche sringendo al massimo lo spazio interparola, sporge fuori dalla gabbbia di stampa; viene indicato di quanti punti la riga esce fuori dal margine; Se non supera i 2pt non c’è da preoccuparsi, a meno che tu non voglia essere molto preciso. Se supera quel valore, bisogna provvedere, ci sono diversi modi per farlo. Puoi riformulare il capoverso, puoi aumentare al tolleranza rispetto alla bruttezza del capoverso; puoi inserire dei trattini di “a capo” dove ritienei che si possa andare a capo nella parola che sporge nel margine. Insomma ci sono molto modi.
Per aumentare la tolleranza potresti usare l’ambiente sloppypar, magari riudcendo la grande tolleranza che sloppypar impone al capoverso contenuto al suo interno; io proverei con una cosa del tipo:`\begin{sloppypar\tolerance=3000
Capoverso problematico…. fino alla fine.
\end{sloppypar}`in modo che il valore di tolerance impostato sia usato per tutto il capoverso; senza specificare la tolleranza, sloppypar ne impone il valore 9999, il massimo valore che i programmi del sistema TeX NON considerano di valore “infinito”. Tuttati se con il valore 3000 continui ad avere una Overfull hbox in quel capoverso, ti conviene passare al un modo alternativo, consistente nel inserire cesure opzionali onel riformulare il contentuo del capoverso problematico.Queste cose, e in particolare il dettaglio di come i programmmi di composizione del sistema TeX determinino il parametro “badnesss” (brutteza) sono spiegate con sufficiente dettaglio nella GuidaGuIT, come al solito da scaricare dalla sezione Documentazione di questo sito; vedi in particolare il capitolo 27.
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L’ho consigliato spesso. ma è un consiglio che talvolta richiede complicate manovre per tenere distinte le varie “edizioni”. Certo quella da consegnare in segreteria (cartacea o digitale, che sia) non ha molta importanza su come viene fatta. L’unica che richiede le attenzioni morbose, è quella da consegnare al relatore, digitale o cartacea che sia. Quella da tenere per sé, è invece quella da conservare e da mostrare ai figli e ai nipoti, ed è proprio opportuno che sia quella bella. 🙂 😉
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Ripeto a te quello che ho scritto oggi ad un altro frequentatore. Se non fossi in pensione e ricoprissi ancor ala funzione di Garante degli Studenti, con l’apposita delega rettorale, convocherei il tuo relatore e gliene direi quattro; va bene guidare il laureando, ma la tesi è del laureando e non del relatore. Se poi il relatore vuole consgliare certe soluzioni grafiche può farlo, purché restino consiglie, più che altro, purché siano soluzioni tipograficamente corrette. Pretendere che il laureando faccia a modo del relatore, lascia aperto, tra l’altro, il dubbio, che, cambiito il nome dell’autore, il relatori pubblichi quel testo come parto della sua mente.Il fatto di pensar male, qualche volta, più spesso di quanto ci si possa immaginare, coglie nel segno. Ricordo che fra le biologia pubblicate dopo la morte di un “maitre à penser” famosissimo, leggendo la bibliografia delle sue opere e trascurando gli articoli su rivste specializzate e articoli per giornali, le sue opere a stama (libri) ammontavano a 514 nell’arco della sua vita dopo la laurea; contiamo 50 anni di attività, questo vuol dire circa 11 libri all’anno, vle a direun libro mediamente ogni 5 settimane; libri con ricerche negli archivi, non semplicemente romandi di fantasia. Il tutto è stato possibile solo se si è pubblicato a suo nome le tesi fatte dai suoi laureandi. Altro esempio; uno studente faceva una tesi su certi documenti in copto altomedievale; lo specifico, perché gli ho creato io i font per scrivere in quella varietà di copto, affinché potesse usare LaTeX. In seduta di laurea il suo relatore l’ha trattato malissimo, perché il il laureando gli aveva consegnato il suo lavoro sia su carta,come era normale 30 anni fa, sia con un file PDF e il relatore non era in grado di modificare per pubblicare a suo nome quella tesi.
Allora il tuo relatore non avrà certamente questo vizietto; tuttavia non deve metterti fra le ruote dei basotni insulsi, come dare dei titoli di capitolo da romando (Hai notato che i titoli dei romanzi di Camilleri hanno i capitoli intitolati Uno, Due, Tre, eccetera? Quale contenuto i informazione hanno quei titoli?)
Detto questoSe vuoi usare una classe completamente personalizzabile usa la classe memoir, ma leggiti le 600 pagine circa del suo manuale.
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Quello che vuoi otttenere è quello che fa la classe article da sola se specifichi l’opzione twoside alla classe.
Non occorrerebbe nemmeno usare fancuhdr, ma se lo usi, leggi la documentazione in modo che puoi ulteriormente personalizzare le tue testatine.Perdonami: il pacchetto inputenc con l’opzione utf8 NON serve solo per usare le lettere accentate da tastiera; quello lo puoi ottenere anche con altre codifiche. L’opzione utf8 specifica che da tastiera arrivano solo caratteri codificati utf8, come ß ø, ð, eccetera, ma lettere accentate o caratteri di altre lingue, essi vengono memorizzati nel file di uscita con le giuste corrispondenze con i caratteri codificati T1; oppure se compilassi con xelaltex o lualatex e usassi i font opentype, potresti inserire da tastiera “qualunque” cosa e quella stessa cosa apparirebbe tale e quale nel file di uscita.
Io posso immettere da tastiera α, β, γ, δ, e potrei comporre in greco (non con le lettere matematiche).È una pignoleria? forse, ed è per questo che ho cominciato con “Perdonami”. Il punto è che con LaTeX puoi comporre di tutto con la massima liberta di tastiera e/o di font.
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No, poi realizzare la brutura che l’incompetente del tuo relatore deve avere la possibilità di “ammirare”
Se fossi ancora il Garante degli Studenti, come lo ero nel mio ateneo, lo convocherei e gli tirerei le orecchie (metaforicamente, s’intende); potere che mi era stato delegato dal Rettore e che ho esercitato molto raramente, ovviamente o per fortuna, ma l’ho esercitato.Allora scrivi:`\chaprter{Titolo lunghissimo che non sta in una testatina, ma rimane entro le due righe nell'indice generale}
\markboth{\parbox{\textwidth}{Titolo lunghissimo che non sta in una testatina, ma rimane entro le due righe nell'indice generale}}{}`
Alternativamente puoi provare con `\chaprter{Titolo lunghissimo che non sta in una testatina, ma rimane entro le due righe nell'indice generale}
\markboth{\tiny Titolo lunghissimo che non sta in una testatina, ma rimane entro le due righe nell'indice generale}
`La seconda testatina è biù brutta della prima, ma tieni presente che la prima è orrenda.Non dire a nessuno che sono stato io a dirti di fare quelle due testine obbrobriose.:twisted:
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I titoli lunghi non sono quelli che sono; tutto si può modificare. Nessun file, tranne quelli di Lina Wertmuller, ha titoli lunghi, nessun libro moderno ha titoli lunghi; Per i titoli dei capitoli o dei paragrafi bisogna avere un po’ di fantasia, lavorando con tutte le possibilità lhe LaTeX consente.
Ma, tanto per avere un’idea di quello che si può fare, puoi confrontare i titoli dei capitoli e dei paragrafi nell’indice della Guida GuIT (sezione Documentazione di questo forum) con i titoli davvero usati nel copro del testo; vedrai come certi titolo lunghi sono stati accorciati; ci vuoe fantasia; non è obbligatorio che il titolo nell’indice sia identico al titolo nel copro del testo, ma esiste sempre una fraze abbroeviata che ne suggerische il contenuto; Un titolo come “La teoria dei gas perfetti secondo Gay-Lussac nel panorama scientifico del diciottesimo secolo” può diventare tranquillamente “I gas perfetti nel XVIII secolo”.Lasoluzione di usare sia il tiolo preve, sia quello lungo sia \markboth permette di gestire iltitolo nel copro del testo, il titolo nell’indice e il tiolo nelle testatine separatamente. Nel corpo del testo, anche se non sei Lina Wertmuller, puoi scriverci quello che ti pare (ma la concisione è sempre preferibile;la regista Wertmuller usava quei lunghi titoli per sottolineare l’approccio ironico verso i fatti che raccontava). Nella testatina disponi solo di na frazione di riga e non puoi scriverci quello che ti pare; nell’indice sarebbe meglio usare titoli corti, ma un titolo di due righe sarebbe accettabile.
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No,non è strano; il pacchetto titlesec vorrebbe essere tuttofare e finisce per essere troppo complicato; la classe suftesi fa questo in nase a una sua precisa funzionalità; forse anche suftesi con la sua miriade di opzioni, potrebbe sembrare complicata, ma la sulozione scelta da Iva, con le opzioni di tio “chiave=valore” rende le cose molto più semplici. Però in un certo senso hai ragione. tu usi geometry per dimensionare lo specchio di stampa in un certo modo; fra le infinitepossibilità di suftesi, forse c’è anche una possibilità dello stesso genere. Tuttavia Ivan è molto attento al progetto grafico e i suoi spechi di stampa non sono caduti dal cielo, ma sono stati creati studiando i libri delle case editrici “serie” e i libri di book design. Fidati. Se lui ha disegnato i suoi layout cosè c’era una buona ragione.
Incidentalmente fra le guide tematiche ce n’è una che riguarda la geometria della pagina e ci sono molto disegni per mostrare il risultato; credo di averci messo dentro tutti gli specchi di stampa di Ivan. Se ne avessi dimenticato qualcuno, Ivan me l’avrebbe detto.
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`\documentclass[12pt,a4paper]{book}\usepackage[utf8]{inputenc}
\usepackage[T1]{fontenc}
\usepackage[italian]{babel}
%\usepackage{titlesec}
\usepackage{geometry}
%\geometry{a4paper,top=3cm,bottom=3cm,left=3cm,right=3cm,heightrounded,bindingoffset=0mm}
%\usepackage{anyfontsize}%\title{Title}
%\author{Author}
%\date{}\begin{document}
\chapter{Primo}% Tanto per mettere un titolo che non sia la traduzione di “Capitolo 1”
La responsabilità solidale fra utilizzatore e somministratore
[\dots\unkern] si presenta, d'altro canto, illimitata.\end{document}`Come ti ha fatto notare @Ivan, gli spazi sono corretti; quindi se a te succedeva diversamente, la cosanon dipneva da […].
MA hai anche visto che cercare di creare un EMC spesso e volentieri permette di scoprire l’inghippo.
Ti ho ripulito un poco il codice, commentando le righe non necessarie.Non era necessario aggiungere il pacchetto anyfontsize, ma ti suggerisco, ove volessi usarne le funzionalità, di usare, inve, il pacchetto fontsize, Che Ivan stesso ha creato con funzionalità che possono tornare molto utili.
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Vedo le due foto; e vedo che in una […] è a fine riga, quindi non si può sapere se gli spazi dopo sono uguali o diversi da quelli prima. Nella seconda immagine sono diversi. Vedo il problema, ma senza un esempio minimo compilabile (EMC) non è possibile sapere perché di vengono così.
Se non sai come mettere insieme un esempio minimo compilabole vai nella sezione Documentazione, scaricati la guida tematica sugli esempi minimi compilabili e allegalo al tuo prossimo messaggio. Naturalmente controlla bene che […] non si trovi a fine riga e che l’esempio mostri davvero il difetto.Io ci ho provato e con la classe book,e con il compilatore pdflatex, non ottengo spaziature diverse prima e dopo.
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@Ivan, l’ambiente filecontents* in pratica non esiste più. leggi la documentazione texdoc source2e capitolo 77, nella pagina siccessiva, pagina 567.
La versione con l’asterisco è conservata per retrocompatibilità, ma ora filecontents accetta diverse opzioni; l’asterisco corrsponde all’opzione noheader; ma, utilissima, c’è anche l’opzione overright, che eprmette di cambiarne il contenuto e alla prima complazione di sotiuire il file precedentemente registrato; l’opzione nosearch serve per controllare la pre-esistenza del file solo nella cartella corrrente, perché senza questa opizione lo cercerebbe in qualunque albero del sistema TeX. Ecco il tuo esempio riveduto e corretto alla luce di quanto appaena detto`% !TEX TS-program = pdfLaTeX\documentclass{book}
\usepackage[style=philosophy-verbose,dashed=false]{biblatex}
\addbibresource{temp.bib}\begin{filecontents}[noheader,nosearch]{temp.bib}
@book{temp1,
author = {Guido Bianchi},
title = {Corso di Latex. Lezioni introduttive. Il meglio del forum Guit}}@book{temp2,
author = {Guido Bianchi},
title = {Corso di Latex.\ Lezioni introduttive.\ Il meglio del forum Guit}}\end{filecontents}
%\frenchspacing
\begin{document}
Hello World! \nocite{*}
\printbibliography
\end{document}`Come si vede l’impostazione \frenchspacing e la compilazione dà spazi uguali pari allo spazio interparola
@gattex; hai provato a compilare l’esempio minimo compilabile che aveva allegato @Ivan? Hai certamante notato che i due record del database temp.bib sono identici, salvo che nel secondo c’è il “backslash space”. Ebbene, dopo la compilazione, vedi che la bibliografia è composta con lo stile specificato implicitamente con \frenchspacing; cioè gli spazi sono uguali sia dopo i punti fermi, sia fra le parole.Se vuoi ottenere cose diverse da queste, devi farlo a mano; ti basta mettere nel campo del titolo non il comando “backslash space”, ma per esempio “\quad”. Personalmente troverei questa cosa decisamente sbagliata, ma non ti so dare l’indicazione di un testo autorevole che sostenga il mio parere. Forse il testo di Robert Bringhurst, grandissimo e autorevolissimo book designer, che qui nel forum citiamo spesso: “Elements of Book Design”; la classe suftesi di @Ivan, aveva nelle versioni precedenti, l’opzione “elements” (che io rimpiango un po’) che produceva un risultato piuttosto inconsueto, ma con un equilibrio di forme bellissimo. Se non ricordo male, lui era propenso alla spaziatura di \frenchspacing non solo nella bibliografia, ma in tutto il documento. Ho controllato sul libro che posseggo: è proprio così.
Babel non fa così; ma poliglossia imposta per l’italiano sia indentfirst sia frenchspacing; La prima opzione mi lascia indifferente, ma la seconda per me è fondamantale; Forse l’unico documento del GuIT dove frenchspacing viene usato è la Guida GuIT dove si vuol mostrare con precisione la differenza fra comporre con o senza quella impostazione. D’altra parte, tolta la bibliografia dove le abbreviazioni, specialmente le iniziali dei nomi, possono essere molto numerose e \nonfrenchspacing davvero separerebbe troppo le iniziali puntate, è possibile usare alternativamente \frenchspacing e \nonfrenchespacing per avere in posti diversi del testo comportamenti diversi dopo i segni di interpunzione che terminano un enunciato.C’è un altro punto controverso; ti espongo il mio punto di vista I titoli, specialmente se privi di verbo; si scrivono senza il punto finale; Se un titolo è formato da più enunciati privi di verbo, li si può separare con un tratto medio – o con un tratto lungo —, non con il trattino -. Se uno degli enunciati ha il verbo bisognerebbe essere coerenti o tutti senza punto finale o tutti con punto finale; nel caso dell’esempio di @Ivan, il titolo potrebbe essere scritto nella forma`Corso di Latex – Lezioni introduttive – Il meglio del forum Guit`
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@Agosh, non ti ho potuto leggere prima e @LuglioM26 si è dimenticato di darti il benvenuto nel forum; in mancanza to lo do io adesso.
@LuglioM26 ti ha dato una soluzione ottima; ovvio che non c’è limite al meglio, come non c’è limite al peggio, ma la soluzione delle minipage appaiate e incolonnate è probabilmente quella migliore in assoluto.Per i futuro prendi l’abitudine di guardare nella sezione Documentazione di questo forum; vi trovi guide generali e particolari/tematiche, virtualmente su ogni argomento gestibile con LaTeX. In questo caso ti suggerirei la guida specifica sulle Tabelle. Non è necessario che tu, dopo averla scaricata, possa anche solo scorrere le tabelle che vi sono composte, e che tu possa trovare, perciò, le spiegazioni di come ottenerle e come ricamarci sopra per adattarle alle tue specifiche necessità. È chiaro ogni esempio è una tabella particolare, mentre le tabelle che mettiamo nei nostri documenti sono sempre specifiche per contenuti diversi. Quindi, l’importante non è come usare una specifica soluzione, ma esaminarla criticamente per poterla adattare ai tuoi contenuti.
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