Risposte nei forum create
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A me risulterebbe che l’espansione die font è possibile solo per i font che sono stati configurati per farlo; ci sono un mucchio di file letti da microtype che riguardano i font che sta usando, ma se il Garamond Adobe non è configurato, microtype lo tratta male, tanto che, appunto, non genera nemmeno il file di uscita. prova a commentare la riga che invoca il pacchetto microtype e vedi che cosa succede.
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No con cmd+F apri il dialogo di Find and Replace, ma non poi cambiare le istanze della stringa di ricerca altro che nel file aperto, non tutti i file di un progetto come si può fare con WinEdt. Questa è una funzionalità che non uso spesso, ma è una delle poche funzionalità che rimpiango ora che lavoro su un Mac
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A me riesce benissimo con il pacchetto parcolumns che consente di personalizzare le colonne, anche più di due, con larghezze diverse e spazi intercolonna speciali. Scrivi nella finestra comandi
`
texdoc parcolumns
[`
e ne ottieni la documentazione.io uso sempre il codice di cui questo è un esempio minimo compilabile e non mi sono mai accorto che spostasse i campi per la presenza di modo orizzontale o modo verticale; il mio esempio minimo è il seguente:
`
\documentclass[a4paper]{article}
%\usepackage{latexsym}
\usepackage{parcolumns}
\begin{document}
\begin{parcolumns}{2}
\colchunk{Prova uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci.}
\colchunk{Test one two three four five six seven eight nine ten.}
\colplacechunks
\colchunk{Prova uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci.}
\colchunk{Test one two three four five six seven eight nine ten.}
\colplacechunks
\end{parcolumns}
\end{document}
`
Tra l’altro ho commentato al tua riga per invocare il pacchetto latexsymb il cui uso è deprecato, se non per comporre “legacy documennts”, documenti dei tempi di latex209, morto nel 1994. oggi, se davvero servono quei simboli si usa amssymb, anche senza invocare amsmath.
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Direi che oltre al nome \pippo, abusatissimo 😀 varrebbe la pena di aggiungere l’argomento facoltativo di \section
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\newcommand\pippo[3][]{\def\tempA{#1}\ifx\tempA\empty\def\tempA{#2}\fi
\section[\tempA]{#1\\\medskipamount
\normalfont\normalsize#3}}
`
dove puoi specificare o non specificare un titolo breve diverso (ricordati che andrà nelle testatine e nell’indice); se non lo specifichi viene assunto il primo argomento.
Per esempio
`
\pippo{Perelman, \textit{Logica, dialettica, filosofia e retorica}
{(tratto da: \textit{Il dominio retorico}, Einaudi, Torino 1982, pp.~13–20)}
`
oppure
[code]
\pippo[Il lavoro di Perelman]{Perelman, \textit{Logica, dialettica, filosofia e retorica}
{(tratto da: \textit{Il dominio retorico}, Einaudi, Torino 1982, pp.~13–20)}
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Se vai nella pagine 225 e 226 dell’Introduzione trovi gli schemi (layout) delle pagine sinistra e desta con la nomenclatura in italiano di tutte le varie parti e tutte le misure delle varie parti come le realizza LaTeX su un foglio A4.Se vuoi puoi vedere il layout della tua tesi caricando il pacchetto:
`
\usepackage[italian]{layout}
`
e poi dando il comando:
`
\layout*
`
in un punto qualsiasi all’interno della tua tesi. Vedrai tra gli altri i nomi Testatina e Piedino (a me piace di più questo nome piuttosto che piè di pagina- il concetto è lo stesso, ma la parola è più simmetrica rispetto a Testatina).
In fondo alla pagina trovi i comandi (con i nomi inglesi) con cui ci si riferisce alle varie misure degli spazi e delle giustezze.È istruttivo; lo è stato per me e penso che possa esserlo anche per altri.
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Mah, update-updmap mi giunge totalmente nuovo. Non l’ho mai visto in tanti anni di uso del sistema TeX sulle tre piattaforme principali. D’altra parte hai trovato il nome di questo eseguibile fra quelli che si trovano in …/texlive/2010/bin/…/ ?D’altra parte non è tanto la collocazione dei file raltivi algramond che mi sembra
importante o deficitario; non ho controllato il tuo file bash.L’importante è che i file che descrivono i font garamond siano messi dove kpsewhich li può trovare e che la mappa dei font si corretta.
Quindi a parte scrivere se non c’è già un file gramond.map che contenga solo la lista dei nomi dei font usati da TeX, i nomi del font scritto dentro il file pfb, gli eventuali file ausiliari per la codifica e le eventuali traformazioni eseguibili sul font, il nome preceduto da < di ciascun font.pfb della collezione Garamond, occorse mettere una file chiamato obbligatoriamente updmap-local.cfg nella cartella .../texmf-local/web2c/, Bisogna poi eseguire da root o superuser tlmgr generate updmap updmap-sys e questo è tutto; non ci sono altre operazioni da fare.
15 Settembre 2010 alle 16:21 in risposta a: Errore durante l’aggiornamento con TeX Live Utility #49948::
Io avevo già installato i miei font non standard con i miei vecchi accrocchi sul TL 2010. Ho voluto seguire le indicazioni di Enrico cercando di scoprire in primis dove fosse la cartella texmf-local. Sembra una cretinata e lo è; con kpsewhich lo si trova subito, ma avevo perso traccia di quella cartella dalla versione 2008 (o 2007?) perché non la vedevo più da un pezzo.
Poi, ragionando, ho capito che è nell’unico posto dell’albero di texlive che non viene aggiornato ad ogni nuova distribuzione annuale, cioè a fianco di 2010, non sotto a 2010, come succedeva con la versione 2007 (e 2008?).Inoltre ho scoperto che è tranquillamente scrivibile senza bisogno di password; anche questo è logico, forse un po’ meno, ma ha una sua logica: Avevo creato la mai updmap-local.cfg sul desktop e poi l’avevo trascinata in quella cartella senza che mi venisse richiesto di autenticarmi; successivamente l’ho anche modificata e salvata senza password. D’altra parte se ti posizioni con il terminal in /usr/local/texlive/ e dai il comando
ls -l
ottieni
`
drwxr-xr-x 22 root wheel 748 22 Jul 01:07 2010
drwxrwxrwx 10 root wheel 340 13 Sep 18:52 texmf-local
`
quindi vedi che la cartella 2010 e i suoi contenuti appartengono a root weel e possono essere scritti solo da root weel, benché siano leggibili ede eseguibili da chiunque.
mnetre la cartella texmf-local e i suoi contenuti appartengono a root weel ma sono di libero accesso in lettura, scrittura ed esecuzione a chiunque.
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Supponiamo che l’interpretazione giusta sia quella di numerare tutte le equazioni, tutte le figure, tutte le tabelle, ognuna con un suo numero etichettato in modo particolare.Allora LaTeX di suo etichetta la didascalia di una figura composta nell’ambiente figure con Figura 3.4, (per la terza figura del capitolo 3); etichetta la didascalia di ogni tabella con Tabella 4.2, etichetta ogni equazione con (2,12) mettendo questa etichetta allineata a destra e in linea con l’asse matematico dell’espressione matematica; le equazioni sono etichettate dentro tutti gli ambienti senza asterisco definiti da amsmath.
Le figure e le tabelle devono avere una didascalia oltre alla etichetta; le equazioni no.
Detto questo non vedo quale sia il problema se il relatore/relatrice vuole tutto numerato; LaTeX numera tutto, a meno che espressamente non glielo si vieti.
Invece voglio aggiungere che è pericolosissimo usare LaTeXit per generare una figura con la formula; questo potrebbe andare bene per scrivere un documento html, visto che in questo linguaggio non si possono comporre equazioni.
Perché non bisogna usare questo metodo per poi inserire la figura composta con \includegraphics? Perché se si usa l’opzione
`
\includegraphics[width=0.45\textwidth]{2.08}
`
lo scalamento della formula potrebbe renderla più grande o più piccola della sua grandezza naturale e quindi stonerebbe con il copro dei caratteri del testo che precede e che segue. Alla fin fine, anche se LaTeXit sembra più facile da usare grazie alla sua interfaccia grafica interattiva, di fatto fa perdere un mucchio di tempo e si fa prima a comporre la formula direttamente in linguaggio LaTeX dentro il documento che si sta componendo; Per altro LaTeXit, se non ricordo male, consente di copiare direttamente il codice LaTeX, quindi la sua comodità risulterebbe nell’interfaccia grafica interattive che permetterebbe di esseri sicure che il codice è corretto perché viene mostrata sullo schermo la figura corretta. D’accordo; però si consuma sempre più tempo che non a scrivere la formula direttamente nel file sorgente del documento che si sta componendo.Ora, come dici tu, ognuno è padrone di usare gli strumenti che vuole e credo che nessuno di noi sia indenne da procedure poco efficienti, ma alle quali siamo abituati da un mucchio di tempo, io da una trentina di anni. Però chiunque si rende conto che le zanzare non si abbattono con le cannonate; il metodo più lineare e semplice è di solito quello che porta al risultato con il minimo di fatica.
Parla con il/la tuo/a relatore/relatrice; cerca di capire bene che cosa vuol dire quando richiede le formule numerate a destra; probabilmente vuol dire quello che LaTeX fa da solo. Se non fosse così, o ce lo fai sapere, oppure gli/le fai sapere che nei libri tecnico scientifici e/o di matematica si fa così come fa LaTeX; mostragliene uno qualsiasi.
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Guarda che Enrico ti ha dato la risposta giusta, anche con i commenti di Michelangelo impiegato come imbianchino.Ma se proprio vuoi comporre formule in modo interattivo con LaTeXit, [sei sicuro di dire tutta la verità? quel segno di integrale non mi sembra quello normalmente usato da LaTeXit, ma posso sbagliarmi…] salvale pure come figure, ma poi puoi usare \includegraphics anche fuori da una figura, anche in ambiente matematico anche come
`
\begin{equation}
\includegraphics[width=.45\textwidth]{2.08}
\label{eq:trasformataFourier}
\end{equation}
`…e non te la prendere se qualcuno ti sgrida; in fondo ti siamo riconoscenti: ci hai fatto ridere tutti 😀 😀 😀
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Usi il fontencoding T1? Se sì allora sono i font EC che non sono bene installati nel tuo MiKTeX; siccome maneggiare le mappe dei font non è semplicissimo, specialmente con MiKTeX, ti suggerisco di invocare i Latin Modern, che sostituiscono a tutti gli effetti gli EC e i CM, tranne forse in matematica, ma credo anche in matematica.Dopo le dichiarazioni per l’input e l’output encoding inserisci la riga:
`
\usepackage{lmodern}
`
In un Netbook di cui dispongo e su cui ho installato MiKTeX i Latin Modern sono ben configurati di default, mi sembra.
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Tanto le informazioni che dovresti metterci sono poi le stesse…Usa l’ergomento facoltativo di \caption e scrivici solo il titolo o la didascalia breve della figura o del riferimento. Nella didascalia lunga inserisci,magari andando a capo, “Fonte: Mario Rossi, http://www.sito.dom/…😉 se devi stampare il documento puoi anche usare il pacchetto url e il suo comando \url, che ti permette di scrivere la specifica del sito anche andando a capo dove la sintassi degli url lo consente. Il link all’url una volta stampato il documento su carta si perde, ma la formattazione dell’url resta.
Altrimenti ti fai un database bibliografico contenente solo i riferimenti alla cose citate e riprodotte e lo inserisci in una bibliografia a parte, dopo averlo elaborato con BibTeX; nelle didascalie lunghe inserisci solo il relativo \cite{…}; avrai avuto cura di non usare etichette simboliche uguali ad alcune delle etichette della bibliografia principale.
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La tua esigenza di un indice delle sentenze è molto paricolare, decisamente!
Non sono un giurista, quindi non ho nessuna pratica di queste cose, ma se dovessi affrontare una cosa del genere, per esmepio per scrivere una perizia, usere una appendice che riporta ogni sentenza come una \section avente per titolo i riferimenti della sentenza e poi seguita dal testo integrale della sentenza; poi eseguirei un link dal testo alla sezione medinate i comandi che offre il pacchetto hyperref, in modo da usare il label della \section come destinazione il il testo, per esempio, Cass., 13.2.2010, n. 1234 come anchor. Il risultato è che che quello che qui appare in grassetto, può rimanere in grassetto nero, o può avere il colore dei link, ma il unto è che quando nello schermo che visualizza il cursore va su quel testo, la freccia diventa una manina con l’indice puntato: cliccando il tasto del mouse la scherma si sposta sulla sentenza; letta la sentenza, cliccando (una o più volte) col mouse sulla freccia verso sinistra che compare nella barra del menù del visualizzatore, si ritorna al testo che si stava leggendo prima di andare a leggere la sentenza.L’appendice che contiene le sentenze deve essere messa insieme alle altre eventuali appendici dopo la bibliografia e può avere il suo titolo del tipo “Raccolta di sentenze”.
A me parrebbe più pulito così, visto le i testi delle sentenze non sono mai di due sole righe.
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