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E vero che la documentazione di marginnote non usa floata di nessun genere, ma dice anche che talvolta la parità della pagina reale non è individuata in modo corretto. (fine dell’abstract). Poi elenca i problemi che marginnote incontra e talvolta indica come risolverli.Purtroppo l’autore Marcus Kohm non documenta bene il suo codice (spesso contorto secondo il mio senso di contorsione, che non necessariamente è codniviso da altri) quindi il suo codice è difficile da interpretare. Ci ho provato e ho rinunciato.
Dice di seguire un metodo tipo quello di usare un \label, ma dal codice che sono riuscito ad interpretare egli non usa davvero il comando \label, o meglio dice di usare lo stesso meccanismo, ma di usare un altro prefisso. Il risultato è che non capisco che cosa faccia con questo suo particolare label. Non lo vedo mai usato nemmeno colo suo nuovo prefisso. Sarò io che non sono capace di leggere il suo codice, ma questo è il risultato.
Il caso della nota 96 nella pagina 32 dimostra, secondo me chiaramente, che il metodo di Kohm non funziona bene, perché lo stile di quella nota è quello della pagina precedente, e non quello della pagina corrente. La spiegazione che ti ho dato nel primo messaggio si applica perfettamente.
Ora, siccome è difficilissimo modificare un codice che non si capisce, se vuoi puoi provarti a cimentarti con la definizione di una nuova macro, che devi inventarti, che sappia estrarre il numero di pagina da trarre da un label con etichetta creata apposta; per esempio definendo un nuovo contatore notamarginale e specificando, ogni volta che scrivi una nota margnale con un comando del tipi \LaMiaNotaMarginale che scriva un label del tipo \label{nota:\thenotamarginale} dopo aver incrementato il contatore di una unità. Prima di procedere oltre deve ricavare, se esiste, il contenuto del newlabel che abbia quell’etichetta; se non lo trova, vuol dire che è la rpima volta che si usa il comando. Ma se esiste il new label scritto solo al momento dello ship-out della pagina vera, esso contiene il riferimento della pagina vera, non solo quello del numero della nota, che non usa per altri scopi. Allora diventa facile verificare la parità del numero voro e procedere coerentmente a seocnda di questa parità.
In teoria il codice di Kohm dovrebbe fare queste coe più altre, tipo quella di scrivere la nota marginale come argomento di una macro \vadjust, ma se non usi queste note marginali in posizioni strane la tua \LaMiaNotaMarginale può tranquillamente usare \amrginpar senza fare altre acrobazie.Non è facile, perché si tratta di codice delicato; probabilmente devi usare le macro con argomenti delimitati da definire con comandi di basso livelllo; ma si può fare. Io l’ho fatto in circostanze diverse dalle tue, am ci sono riuscito; tu devi adattare l’idea che ti ho descritto al tuo uso personale di queste note marginali.
D’altro canto non mi stupirei se il tuo problema,che sembra sia stato adombrato anche da Markus Kohm, di note marginali emesse fra due capoversi potrebbe sparire se ridefinissi i comando\note in questo modo` \newcommand\note[1]{ % questo è il comando preoccupante
\leavevmode\hphantom{A}\relax
\ifodd\value{page}\marginnote{> #1}\else\marginnote{#1 <}\fi }`Io l'ho provato e l'impaginazione è leggerissimamente cambiata per cui non c'è più nessuna nota che capti ad inizio pagina. \leavevmode permette da passare dal modo verticale a quello orizzontale; \hphantom{A} permette di inserire un oggetto orizzontale nascondendolo e imponendogli una larghezza nulla; in questo modo la \nota produce i suoi effetti da dentro un capoverso e a me risultano tutte le note con il formato previsto per le pagine pari e per quelle dispari (ho anche imposto l'opzione twoside alla classe). Tuttavia, siccome con il ciclo for che prevede 164 capoversi non succede mai che un capoverso cominci nella prima riga di una pagina non posso essere sicuro che quello che ho fatto sia davvero efficace::
È una cosa poco nota, ma le note marginali sono trattate quasi come gli oggetti flottanti.
Vengono elaborate per ciascun capoverso e messe in standby in memorie a parte come gli oggetti flottanti. Quando il capoverso viene composto lo viene nella bozza non impaginata (galleu proof) della scatola 255 riservata a questo scopo. Verrà poi prelevato da li in toto o in parte quald la routine di uscita assemblerà il contenuto dlella galley proof con gli oggetti che possono o devono stare nela pagina, le note a pi`re di pagina, gli oggetti flottanti, le note marginali, eccetera.
MA noel momento in cui il capoverso viene impaginato nella galley proof, il numero di pagina coorisponde a quello della prossima pagina che verrà estratta dalla galley proof, ma non è detto che l’intero capoverso venga estratto completamente, mentre e possibile che durante questa estrazione debba essere eseguito un salto pagina che quindi porta la parte a cui la nota marginale è collegata potrebbe andare a finire nella pagina ancora successiva, quindi con la formattazione dellapagina precedente.Per fare le cose per bene sarebbe necessario creare insieme ad ogni nota marginale un label con il quale si possa, in una seconda passata verificare il vero numero di pagina dove la nota marginale è andata a finire per davvero. La cosa è fattibile, ma non è per niente semplice.
Poi ispirarti a come il controllo della parità della pagina è eseguito nella classe memoir, ma ripeto che non è per niente facile.
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Se dice che è specifica per lua vuol dire che lo puoi usare se compili con LuaLaTeX e non con pdfLaTeX.Quello è il significato del messaggio.
D’atra parte per compilare con LuuaLaTeX non devi fare quasi niente, salvo, appunto cliccare nel tuo editor il bottone o la voce di menù per usare LuaLaTeX. Naturalmente se non usi le funzinalità di specifiche epr gestire le lingue e i font Opentype, lo useresti un po’ in sordina, ma potresti fare i tuoi grafi.
Se poi ti leggi qualche guida introduttiva a LuaLaTeX vedi che le cose non sono così complicate, finché non scrivi codice Lua; In realtà ilcodice Lua lo usi indirettamente, perché quel modol di TikZ lo fa per te. Non è necessario saper scrivere codice Lua; certo se lo si impare si possono fare cose che con pdfLaTeX manco ti immagini. Tuttavia non è essenziale per fare lavoro “normale”.
Personalmente non conosco il codieLua, se non molto superficialmente, quindi non tantoper scrivere personalemente codice luadi mio pugno; ma uso LuaLaTeX molto spesso, perché posso usare tutte le funzionalità del linguaggio PDF e posso usare i font OpenType che in molti casi offrono prestazioni assai superiori ai font vettoriali di tipo Type 1 che usa pdfLaTeX.
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Mmmmm!
Quel \renewcommand{\thefootnote}{…} mi lascia perplesso.
Certo ti produce l’asterisco ma tutte le note rimandono etichettate con simboli; l’inconveniente è che questi simboli per le note ti permettono di etichettare solo 9 note, perché \fnsymbol dispone solo di nove simboli.Vediamo se riesco a spiegarmi meglio. Quello che tu vorresti fare è di etichettare una nota ad un capitolo mediante un asterisco. Non entro nel merito sull’opportunità di fare una cosa del genere, ma sei tu che sai perché vuoi appendere un richiamo di nota al titolo di un capitolo.
Comunque lo stile di richiamo mediante \fnsymbol viene già eseguito dal comando \thanks; questo comando viene normalmente usato solo nella pagina del titolo per appendere un richiamo di nota ai nomi degli autori, volendo anche al titolo del documento; viene usato per specificare l’affiliazione degli autori, per specificare se il documento è stato finanziato da qualche ente o è stato redatto nell’ambito di qualche programma più ampio. Per questo motivo \thanks si può usare solo in congiunzione con i comandi \title e \author, che vengono usati da \maketitle, e infine \thanks viene globalmente disattivato e non è più disponibile.
Allora se tu prima di creare la pagina del titolo dell’intero documento, ti conservi la definizione di \thanks in un altra macro, dopo che \maketitle l’ha disattivato te lo ritrovi sempre a portata di mano con un altro nome; una cosa del genere:`\documentclass[…]{…}
…
\begin{document}
…
\let\OriginalThanks\thanks
\maketitle
…
\chapter[Titolo per l'indice]{Titolo con nota\OriginalThanks{nota}}
…` dovresti ottenere quello che desideri, non solo, ma le altre note conservano il richiamo numerico e, se vuoi, puoi usare ]OriginalThanks per altre annotazioni ad altri capitoli.
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Intanto vedi che sultuo Ubuntu hai TeXLive/Debian del 2017 (ormai superato da TeXLive 2018). Poi vedi che sul Mac hai una installazione di TeXLive del 2013; Le ipotesi di Gustavo sulla diverse età dei due sistemi sono una possibile spiegazione.Per mettere una nota ad un titolo, a parte i fatto che devi usare l’argomento facoltativo, puoi scriverla senza bigfoot semplicemente usando l’argomento facoltativo, per esempio[code]\chapter{Titolo per l’indice]{Titolo con nota\footnote[\star]{Nota}}]/code]
la ridefinizione di \footnoterule la usi ad ogni nota, mai esplicitamente, quindi quella definizione errata ti resta fra i piedi scombinandoti il meccanismo delle note.
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La ridefinizione di \footnoterule non è tratta dall’originale, perché l’originale dela classe book è questo:`\renewcommand\footnoterule{%
\kern-3\p@
\hrule\@width.4\columnwidth
\kern2.6\p@}`
Quello che hai definito tu, con quei \vspace*{3mm}, rompe il meccanismo di collocazione delle note, i quanto il comando che genera il filetto deve produrre un ingombro verticale nullo; Se vedi la definizione originale vera; si ha inizialmente uno spazio verticale negativo di -3pt, poi un filetto che ha uno spessore (verticale) di default di 0.4ptl, e infine un avanzamento verticale di 2.6pt; come puoi constatare lo spazio verticale complessivo vale -3pt+0,4pt + 2,6pt=0pt.Se hai scritto tu quella definizione hai agito senza sapere quello che stavi facendo. Se l’ha scritto qualcun altro, hai commesso l’errore di affidarti a chi non sapeva quello che stava facendo.
Non dico che la causa del tuo problema sia questa definizione balorda; che, tra l’altro, è balorda sia con Ubuntu sia col Mac.
LA differenza di comportamento, come ipotizza Gustavo, potrebbe essere causata da una differente versione dei sistemi TeX installata.
In particolare controlla la data del sistema TeX che hai installato su Ubuntu; il sistema operativo 18.4 è aggiornato, ma l’installazione del sistema TeX (la distribuzione Debian di TeXLive) potrebbe essere datata. Visto che specifichi il pacchetto per l’Helvetica, ma non specifichi altri pacchetti per i font, quello che ti succede potrebbe dipendera dai font usati che pottrebbero essere diversi; infatti l’installazione del sistema TeX sul Mac è completa, mentre la versione Debian di TeXlive generalmente è parziale e per renderla completa bisogna installare diverse pacchetti .deb.Un altro motivo di disuniformità è che di default la versione Debian di TeXLive imposta la carta in formato letter, mentre il Mac preimposta in Europa la carta A4. Sono circa 2 cm di differenza in altezza, quindi anche la gabbia del testo e delle note è diversa.
Del resto dal preambolo che hai allegato al tuo messaggio non si può ricavare molto di più. Se vuoi un aiuto vero dovresti allegare un Esempio Minimo Compilabile (EMC), un file completo da \documentclass a \end{document} che contenga il minimo dei pacchetti necessari per replicare il tuo problema; il corpo del documento deve essere il minimo necessario per replicare il problema. Chi riceve il tuo messaggio di richiesta d’aiuto non ha che da copiare l’EMC e incollarlo in suo nuovo file .tex che manda subito in esecuzione; se ci sono errori, li vede e li analizza; se ci sono difetti di impaginazione li vede e li sa segnalare subito.
Prova anche tu a creare e ad allegare un esempio minimo compilabile, “taggando” il codice con i debiti tag (guarda come ho fatto io per “taggare il tuo primo messaggio; Semplicemente seleziona il tuo messaggio e clicchi sul tasto Edit; ti si apre una finiesta con il contenuto del messaggio e lo puoi eventualmente modificare.Se non lo vui modificare clicca si “Do not send” (perdonami, io ho tutta la mia macchina che usa l’inglese sia per il sistema operativo sia nei programmi che uso).
Forse riusciamo a capire anche perché carichi il pacchetto bigfoot, perché a me e a Gustavo non è assolutamante chiaro.
Forse se leggi un po’ della documentazione liberamente scaricabile contenuta nella sezione Documentazione, capiresti anche un altro errore che hai fatto; non vedo caricato il pacchetto amssymb, e nemmeno amsmath; però carichi amasthm, amsfonts a latexsyb; il secondo collide con amsfonts, questo a sua volta verrebbe caricato da amssymb, il quale rende disponibili i comandi per accedere ai glifi matematici di amsfonts. Per questo motivo penso che se la dimenticanza è tua, dovrestirinfrescarti la memoria leggendola documentazione; se la dimenticanza è di chi ha scritto quel preambolo, ti sei affidato alla persona sbagliata.
Tutto ciò non è un rimprovero; chiunque di noi ha fatto errori simili; io in particolare,ma proprio per questo cerco di stimolare sempre a leggere la documentazione di ogni pacchetto e per evitare di caricare pacchetti in conflitto o di caricarne una pletora con la scusa che “potrebbe servire”. Ti assicuro che meno pacchetti si caricano meno rischi si corrono.
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Certo lstlisting produce dei listati molto belli, ma fa cilecca con i caratteri non ascii.Non ho mai provato lstlistingutf8, quindi non so dire quali siano le sue debolezze.
Posso dirti che sono riuscito a comporre listati in greco usando fancivrb, che con xelatex e lualatex funziona benissimo; certo no cambia i colori e non fa certe belle impaginazioni come lstlisting, ma quandosi tratta di greco scritto direttamente in greco, non è altro che fancyvrb.
In alternativa ci sono cose più artigianali, ma che non ti consiglio.
Uno dei problemi con il greco copiato e incollato da altri testi è che in realtà negli altri testi non si usanoi caratteri già accentati, ma i self cobining diacritics, che fra l’altro osservano una notazione post-posta, iinvece che pre-posta. Non è detto che i caratteri monospaziati dispongano correttamente dei diacritici posposti.
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Dipende da quale Texmaker hai e su quale sistema operativo lavori.Sui Windows dovresti trovare una voce del tipo Opzioni, oppure Impostazioni, oppure configurazione, in una voce dei menu di TeXmaker; Probabilmente questo vale anche per i Texmaker che girano su Linux. Sul Mac devi cliccare il Nome Texmaker in aneretto in alto a sinistra della schermata del desktop (ovviamante dopo aver attivato l’app di Teexmaker) e poi dal menù scegliere Preferences o Preferenze.
In un caso e nell’altro si dovrebbe aprie una finestra di dialogo con diverse sezioni; una riguarda i “motori”m cioè i programmi da far dirare quando si cliccano gli opportuni pulsanti o le opportune icone. Lì puoi configurare individualmente, non solo specificando il percorso dei file .exe corrispondenti, ma puoi anche specificare le opzioni che preferisci avere attive quando compili.
Può essere che ci sia un bottone che automaticamente riconfigura tutti i percorsi, del tipo “verify TeX System” o simili frasi in italiano. Alcuni editor hanno cose del genere, ma non so di Texmaker, perché non lo uso più da anni.
La cosa è difficile da spiegare qui sul forum. Se non hai capito quello che ho scritto sopra, prova a cliccare su Aiuto/Help di TeXmaker e scorri ben bene l’indice; dice sicuramente come fare nei dettagli e mostra anche delle immagini con le parti salienti delle schermate che via via devi esaminare.
È vero che io ho abbandonato Windows quando era ancora WinXP; nel frattempo potrebbe essere migliorato; Per anni ho usato Ubuntu Linux, ma poi mi sono stancato di reinstallarlo ogni sei mesi in occasione di ogni upgrade. Da una dozzina d’anni uso un Mac e non ho mai avuto motivo di lamentarmene, salvo il primo anno quando ho combinato dei pasticci con due installazioni diverse del sistema TeX. Da allora ho imparato la lezione e non ho più avuto problemi. In particolare, per esempio, l’altro giorno ho dovuto usare l’editor TeXworks che non usavo da alcuni mesi; nel frattempo avevo installato il sistema TeX del 2018, mentre TeXworks cercava ancora quello del 2017; l’errore era lo stesso che avevi ricevuto tu. Ci ho messo 30 secondi a riconfigurare TeXworks.
Quindi la riconfigurazione richiede una manciata di secondi, ma bisogna avere dimestichezza con il software che si usa; essendo Old, ho molta esperienza, ma quando uso software per me nuovo non considero tempo gettato quello di giocarci per un paio di giorni prima di usarlo per cose serie; mi impratichisco e prendo familiarità con il gergo usato dai suoi creatori. Generalmente quei due giorni “sprecati” mi fanno risparmiare molto più tempo nel seguito. Prova anche tu.
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Riconfigur Texmaker specficandogli lil nuovo indirizzo per accedere agli eseguibili del sistema TeX.
Ricorda, TeXmaker è solo un editor; non è lui che trasforma in file .tex in un documento pdf.
È possibile che l’aggiornamento di Win10 abbia modificato la struttura di caartelle del diso, oppure che abbia perso le precedenti impostazioni locali.
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Sul Mac, non ci sono problemi, nel senso che con TeXShop e il suo previewer integrato si vede tutto quello che c’è da vedere.Sul Mac, TeXworks, che uso di meno, ma che apprezzo moltissimo, l’immagine hinges.pdf appare con grande fatica; tuttavia la si vede; se ci passi sorpa la lente di ingrandimento non si vede niente.
Sempre sul Mac, TeXstudio non mostra nel suo reviewr integratol’immagine di hinges.pdf; ma comila correttamante e il file PDF finale aperto con Acrobat, er esempio oppure con Adobe reader, mostra correttamante l’immagine.
Sul Mac, l’immagine non appare solo con Inkskape, dove si vede solo il bounding box.
Certo @Indrjo, le altre piattaforme *NIX possono disporre anche di altri programmi, ma ricorda che anche il Mac è *NIX. Può darsi che i suoi eseguibili siano preconfezionati in pacchetti chiamati .app, ma non credo proprio che siano peggio di quello chi si può avere su Linux; grande idea di sistema operativo libero, ma che ha un duecento versioni diverse dove qualcosa può essere disponibile su una e non si un’altra. Pensa solo all’interfaccia grafica Gnome non è KDE e viceversa. Ci si abitua a tutto, sono d’accordo, e le cose che si pososno fare da riga di comando on molti Linux sono impensabili anche con il Mac, ma io sono passato da Linux a Mac non per il capriccio di pagare l’hardware 4 volte di più ed usare un sistema operativo molto “locale”. Non mi sarei dedicato a quest sfizi, se non mi fossi trovato meglio col Mac.
Ho invece abbandonato Windows, anche se devo occuparmene saltuariamente, perché mia moglie si trova bene con Windows, anche se viene spesso a chiedermi questo o quello. Per fare lavoro serio io oggi non consiglierei a nessuno di usare Windows. MA ci sono una quantità di cose semplici che si possono fare anche con quel sistema operativo.
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1) il file che hai inviato si vede benissimo sia col previewer di default del Mac, sia compilando con TeXShop, l’editor di default del Mac con il suo previeere integrato; si vede benissimo anche con Acrobat XI, la versione di cui dispongo ora.Incredibile, però: cercando di aprirla con Inkscape, si vede solo il bounding box, ma non si vede l’immagine. Ovviamente il TeXstudio per Mac non fa eccezione, quindi prednde correttamante le dimensioni dell’immagine dal suo bounding box,ma non prende l’immagine. Non ho mai incontrato un caso simile; non dispongo di altri software di editing delle immaginei pdf; ma i software di cui dispongo nonmi segnalano nessuna anomalia in merito all’immagine hinges.pdf.
2) Quando mandi codice dovresti essere sicuro che sia un esempio minimo compilabile (EMC); esiste una guida tematica sugli EMC, ma in due parole un EMC comincia con \documentclass e finisce con \end{document}; se necessita di file ausiliari, tipo file .sty non standard, file .bib, e simili, questi vnno allegato ocme contenuti di ambienti filecontents*, che possono precedere \documentclass. Minimo significa che contine il minimo necessario per replicare il problema; compilabile significa che chiunque lo copi dalla schermata del forum dentro al finestra “code”, lo può incollare in un suo nuovo file .tex ,a cui può dare un nome qualsiasi, e può cliccare sul bottone di compilazione senza né aggiungere né togliere niente da quello che hai allegato tu nell’esempio specifico. Nel codice che hai allegato mancava tutto da \documentclass a \begin{document} e mancava \enddocument; d’accordo, per me non è stato difficile immaginare uno scenario minimo e ho replicato il tuo problema. Tuttavia la netiquette vorrebbe che gli esempi fossero davvero EMC.
3) Non sono sicuro che si tratti di un difetto di TeXstudio, anche se sembrerebbe tale. Probabilmente il suo visualizzatore pdf integrato è più schizzinoso in merito ai file pdf che contengono qualche anomalia. Ma col software di cui dispongo non sono riuscito a trovare l’anomalia nel file hinges.pdf.
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È un ottimo programma; lo uso anch’io sul mio Mac, ma non mi è mai successa una cosa del genere. Stranissimo, veramante strano, che il visualizzatore integrato di TeXstudio non ti mostri l’immagine importate, mentre il visualizzatore non integrato di cui disponi con il tuo sistema operativo ti mostri perfettamente l’immagine.
Potrebbe essere un bug di TeXstudio, ma prima di segnalarlo all’autore bisognerebbe esserne certi. Prova ad allegare un’immagine elaborata con Inkscape; se è troppo grande in termini di numero di byte, rendicela scaricabile via Dropbox o altri servizi simili, così anche noi (non è un pluralis maiestatis 😉 ) possiamo fare esperimenti.
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Prova questo codice`\begin{filecontents*}{\jobname.bib}
@misc{rh:kvm,
Author = {RedHat},
Title = {La tecnologia KVM},
note = {{\raggedright \url{https://redhat.com/it/topics/virtualization/what-is-KVM}}}
}
\end{filecontents*}
\documentclass[12pt,
openbib,
twocolumn % con o senza va bene lo stesso
]{article}
\usepackage{url}
\begin{document}
\nocite{*}
\bibliographystyle{unsrt}
\bibliography{\jobname}
\end{document}`Usa o togli \twocolumn e vedi quale ti piace di più.Meglio ancora usa il comapdo \par, così:`\begin{filecontents*}{\jobname.bib}
@misc{rh:kvm,
Author = {RedHat},
Title = {La tecnologia KVM},
note = {{\raggedright \url{https://redhat.com/it/topics/virtualization/what-is-KVM}\par}}
}
\end{filecontents*}
\documentclass[12pt,
% openbib,
twocolumn % con o senza va bene lo stesso
]{article}
\usepackage{url}
\begin{document}
\nocite{*}
\bibliographystyle{unsrt}
\bibliography{\jobname}
\end{document}`
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